TONY CERCOLA | Da Napoli al mondo

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Il nuovo disco del percussautore Tony Cercola ha i colori del mondo e le facce di tutte le razze. Si intitola “Patatrac!” da poco nei negozi e store digitali per la Interbeat Records, con la produzione di Luigi Piergiovanni. Cosa accada in questo disco per molti aspetti è un mistero. Un bellissimo inganno delle aspettative, perché il nostro coinvolge non solo artisti di altre nazioni, ma anche colori e gusti di certo poco attinenti al nostro background culturale. Di partenopeo v’è poco anche se, laddove presente come nella title track del disco o nella bellissima “Tiemp’ tiemp’” con Eugenio Bennato, il culto della napoletanità torna prepotente e senza mezzi termini.

 

 

Nuovo disco e nuovi inediti. Come mai includere anche 4 vecchi successi? Perchè proprio quelli?

Tutto il progetto Patatrac nasce proprio dal rifacimento di “Babbasone”, pubblicata nel ‘90. Stavo passeggiando per Napoli quando fui catturato da una musica che proveniva da un sottoscala, era proprio “Babbasone”, rifatto in stile raggamuffin. Mi fermai, scesi e conobbi questi ragazzi, i Malacrjanza, che mi spiegarono che loro erano cresciuti ascoltando una musicassetta, del padre dei due fratelli Spampinato, contenente il mio primo album ed erano rimasti colpiti da questa canzone, che tra l’altro all’epoca partecipò anche al Cantagiro e al Festivalbar. Così mi venne l’idea di affidare a giovani talentuosi alcuni brani del mio vecchio repertorio. La scelta è stata condivisa con gli altri artisti incontrati un po’ per caso in giro per l’Italia e non solo.

 

Percussautore…a distanza di anni pensi ti appartenga ancora questo nomignolo?

Percussautore è una qualifica, ci tengo a precisare che si tratta di una qualifica, che mi è stata regalata dal giornalista di Rai 1 Sandro Petrone e oggi, più che mai, mi sento un percussautore.

 

Anche questo disco parla il Lumumbese  non è vero?

Sì, in molte canzoni c’è il lumumbese, una sorta di lingua afro-vesuviana, cioè un napoletano mascherato da africano, creata con Gino Magurno, che traduce, in parole e frasi di senso compiuto, suoni istintivi che io pronuncio quando nasce una melodia.

 

Mille scenografie e mille regioni del mondo visitate e ospitate in questo disco, non solo per quel che riguarda gli ospiti, ma anche per i suoni e gli arrangiamenti. Com’è nata questa scelta artistica? Sono avvenuti primi gli incontri da cui poi si sono sviluppate le idee di arrangiamento o dalle idee sei andato in cerca degli ospiti giusti?

A volte abbiamo scritto, con Gino Magurno, la canzone e poi abbiamo pensato all’artista da coinvolgere, altre volte è stato un incontro che ha dato il via alla creatività.

 

Napoli… quasi quasi sembra non esserci poi tanto in questo lavoro, eppure?

Napoli c’è sempre in tutto ciò che faccio, non solo musicalmente. D’altronde non potrebbe essere diversamente. Ma cerchiamo di proporre sempre una Napoli che guarda all’ Europa, anzi al mondo, pensando al futuro. Ovviamente senza dimenticare la lezione avuta dalla tradizione e dalle frequentazioni che ho fatto in tanti anni di carriera al fianco di grandi della musica nata a Napoli.

 

Quanto passato e quanto futuro c’è in questo nuovo lavoro? Cosa ha più valore per te in questo momento della tua carriera?

Il passato c’è perché, è dentro di me, io ho vissuto per tanti anni alle falde del Vesuvio, quindi la tradizione mi appartiene. Ma mi appartiene anche il fermento che ho vissuto negli anni Settanta al fianco di Pino Daniele, Edoardo Bennato e tanti altri, fino a Roberto Murolo negli anni Novanta.  Non posso e non voglio cancellarlo. Ma il futuro mi affascina, non voglio vivere di passato, voglio sempre sperimentare nuovi linguaggi musicali, lo so che è rischioso, ma per me il gioco vale la candela.