VONDATTY | Il barone della canzone d’autore

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Nella generazione dei nuovi cantautori, la leva 2.0 o forse anche 3.0, troviamo contaminazioni americane di carattere psichedelico e noise sempre più evidenti. “La trilogia del sonno” del Barone VonDatty, laziale nella nascita, internazionale nello spirito, si chiude con questo nuovo disco “Ninnenanne”, un bellissimo concentrato di 11 inediti che prendono spunto e ispirazione proprio dal “sonno”, intenso come estraniazione – direi io – come distanza dal concreto e dal reale per definire un equilibrio di se stessi. Queste ed altre sensazioni simili mi scaturiscono dall’ascolto di questo lavoro decisamente scuro nel volto e fresco di idee che VonDatty colora e disegna con arrangiamenti tutt’altro che classici. E il classico non manca se pensiamo e diamo uno sguardo al video di lancio “Non credere ai fiori”. Le radici della grande canzone d’autore non sono rinnegate né vengono ignorate. C’è solo una matura voglia di oltrepassare le aspettative… e VonDatty lo fa lasciando che sia altro ad intervenire. Altro… scopritelo traccia dopo traccia.

 

 

 

Nel disco troviamo moltissime forme alternative da dare alla canzone d’autore classica alla quale poi in definitiva ti riconduci. Non so se sei d’accordo… qual è il tuo punto di vista in merito?

La maggior parte dei miei ascolti sono riconducibili ai maggiori songwriters della storia. Il mio bagaglio culturale è lì, ogni disco è un passo nuovo verso lo sviluppo del mio linguaggio personale a cui ho dato vita ascoltando e scrivendo un’infinità di cose.

 

Prendiamo un brano come “Wonderland”: che ispirazione e che vissuto ha per venir fuori da questo altrove che non è la canzone italiana?

Si tratta probabilmente del brano più americano dell’intero lavoro, che ha radici profonde nel blues, che più che un genere musicale è da considerare una vera e propria cultura. Ci piaceva questa idea del contrabbasso e delle chitarre elettriche acide come mai nel resto del disco.

 

Nel mio piccolo ho avuto forte l’impressione che questo disco sia come una ricerca di te come artista. Questa mutevolezza, questa pelle che cambia ad ogni angolo. Sei d’accordo?

Ogni cosa che faccio in ambito musicale è parte della mia ricerca, sono alla continua ricerca di me stesso musicalmente parlando, spero di non perdere mai questa curiosità altrimenti non saprei come fare.

 

Che poi il tutto plana in comodità in soluzioni più “pop” come il singolo “Non credere ai fiori”. Come mai questa scelta?

Effettivamente il riff di organo la rende molto orecchiabile, ma dico sempre che se si facesse più attenzione alle parole ci si renderebbe conto del messaggio, anche piuttosto duro, che questa canzone vuole mandare. Sapevo che sarebbe stata intesa in modo errato ed ho molto tentennato all’inizio, poi ho capito che stavo semplicemente mostrando un altro lato di me ed ho agito d’istinto scegliendola anche come singolo.

Vorrei chiudere invitando un cantautore ad una riflessione come la seguente: la nuova canzone d’autore italiana fa tanto la trasgressiva però poi i grandi miti restano ancora i grandi classici. Come te lo spieghi?

Credo che la bellezza non abbia età e che tutti più o meno cerchino di rifarsi a ciò che considerano bello. Trasgressiva dici? Io invece non riesco a notare tutta questa voglia di trasgredire a dei canoni. La canzone italiana è sicuramente viva, anzi, c’è sempre più gente che oggi vuole ascoltare canzoni in italiano e non credo si faccia mai caso ai riferimenti, mentre invece trovo parecchio fastidioso il voler cercare ad ogni costo “il nuovo Dalla”, “il nuovo Battisti”, o “il nuovo De Andrè”…