FRANK ZAPPA | The Man From Utopia (musicale): piu’ vivo che mai a 20 anni dalla scomparsa

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Forse l’aneddoto piu’ importante, riportato nel libro di Barry Miles “La vita e la musica di un uomo ABSOLUTELY FREE”, risale all’inizio della vicenda, alle registrazioni di un album chiamato Freak Out uscito nella primavera del 1966. Un violoncellista chiamato nello studio per delle parti strumentali constato’ stupito che quell’individuo capellone e baffuto (all’epoca un giovane ventiseienne), il quale aveva installato un podio nel mezzo della sala e dirigeva lui ed altri suonatori con una bacchetta da direttore d’orchestra indossando un frac a coda di rondine sopra una maglietta a strisce gialle e rosse, si era prodotto nella scrittura di una partitura posta su un leggio davanti a loro.

“Ehi, dobbiamo davvero suonare: sembra che questo fricchettone abbia davvero scritto della musica …” Gia’, perche’ dall’aspetto e dall’atteggiamento sembrava che fosse un dilettante allo sbaraglio… e nell’ equivoco non sono caduti solo loro. Come la Gioconda di Michelangelo o la
linguaccia dei Rolling Stones, il volto di Frank Zappa, lunga chioma nera e folti mu stacci, per  milioni di persone in tutto il mondo e’ stato un’icona, un brand, un marchio culturale. Se si fosse chiesto a decine di migliaia fra di loro il grado di conoscenza dell’ attivita’ artistica partorita dalla mente dentro il volto, avrebbero risposto picche, confessando la propria beata ignoranza in  materia. Io ero a conoscenza del fatto che fosse un musicista e suonasse la chitarra, ma durante la mia adolescenza, non ascoltandolo quasi mai per radio (eppure le mie orecchie erano sintonizzate su alcuni  programmi-must dell’epoca quali Rai Stereo Notte, per dirne uno), mi ero fatto l’idea che la sua produzione fosse di scarso livello e non venisse trasmessa perche’ inascoltabile. Quando lessi su un libro che elencava i piu’ bei dischi nella
storia del rock il nome del suo album Hot Rats, pensai fosse la volta buona per colmare la lacuna ed acquistai addirittura il CD (forse il primo CD in assoluto). Confesso che non ne restai folgorato… Grazie tante, la bellezza di quegli arrangiamenti e quegli intrecci strumentali si comprende appieno solo dopo decine e decine di ascolti degli stessi e dopo aver ascoltato, in generale, per anni e anni molte musiche del mondo: la classica, il jazz, il blues, il rock ed i suoi derivati. Altro che il buffone di corte associato alla sua immagine, alle fotografie che lo immortalavano, alle pose che assumeva: il fatto e’ che lui lo faceva apposta.

Prima di sbeffeggiare e ridicolizzare a piu’ non posso, nei testi di brani cantati da vari vocalist, il modo di vivere della societa’ americana in particolare (ma dovrei dire dell’uomo
occidentale in generale), egli sbeffeggiava e ridicolizzava innanzitutto se’ stesso. Non prendendosi sul serio, smitizzando sul nascere ogni possibilita’ di culto della personalita’, ma allestendo una SERISSIMA e INDIMENTICABILE produzione artistica, egli ha lasciato forse la sua eredita’ piu’ pregnante. E non sono d’accordo con quei critici i quali affermano che gli
“zappiani”, i fan incondizionati dell’uomo di Baltimora, hanno un atteggiamento sussiegoso ed altero verso gli altri protagonisti del mondo delle sette note: per loro “il piu’ bel disco
dei Rolling Stones sara’ sempre peggiore del piu’ brutto disco di Zappa”
, come ha scritto l’anno scorso un giornalista sul mensile “Blow Up”.

Puo’ essere che un numero non quantificabile di persone abbia tale atteggiamento (sbagliato), ma un numero molto consistente (mi inserisco prontamente nella lista) esalta il Nostro quasi come risarcimento: lui in vita, proprio a causa della sua ironia ed autoironia, non ha avuto i riconoscimenti meritati per la propria attivita’, non e’ stato indicato come uno dei piu’ grandi musicisti del dopoguerra… Ebbene, provvediamo noi ad esaltarlo anche oltre misura. In vita… Per colmo di sfortuna la sua e’ stata pure breve: un tumore alla prostata l’ha
portato via a quasi cinquantatre primavere esattamente vent’anni fa. Da allora il culto e’ cresciuto lento, ma inesorabile: ora, grazie pure alle potenzialita’ del web, anche giovani che erano bambini al momento della scomparsa di cui sopra conoscono, apprezzano ed interpretano la sua opera. Ora, per gli ascoltatori attenti ed appassionati, Franketiello viene ricordato ed apprezzato per quello che e’ stato: uno dei maggiori compositori del ventesimo secolo, un talento smisurato e debordante che ha lasciato un’impronta indelebile nel panorama delle sette note.

Ogni volta che lo ascolto mi trovo stupito a pensare tra me e me: “Ma comm’ faceva?”: a scrivere delle composizioni negli stili piu’ differenti, a suonarle con una perizia strumentale incredibile insieme a degli eccezionali musicisti, a esibire una tecnica ed inventiva assoluti quando metteva mano alla chitarra… Troppi aggettivi elogiativi? vi assicuro che li merita completamente: se dovessero mandare nella galassia una navicella per raggiungere altre forme di vita da qualche parte nello spazio ed informarle attorno al significato dell’arte chiamata MUSICA sul pianeta Terra delle sue creazioni dovrebbero spedirle di sicuro. Quali? Cogliendo fior da fiore, e scusandomi fin d’ora se nelle prossime righe scrivero’ in un linguaggio e adottando riferimenti per musicisti, musicanti e musicofili (le persone piu’ addentro all’arte di cui sopra) vari, comincio da Help I’m A Rock, pezzo inquietante e martellante solcato da voci sovrapposte, sicuramente pluriascoltato dai Faust ed i Can prima di incidere i loro dischi, proseguendo con Invocation And Ritual Dance Of The Young Pumpkin (Eric Dolphy che incontra i 13th Floor Elevator in sei minuti al calor bianco), virando verso le atmosfere cupe ed insondabili di The Chrome Plated Megaphone Of Destiny, composizione che sembra scritta da Karl Heinz Stockhausen: si continua sentendo la voce catramosa di Captain Beefheart che racconta la storia di Willie The Pimp, Willie il magnaccia o pappone a nostra scelta nei primi due minuti di una canzone i cui altri sette sono caratterizzati da un assolo del Nostro sulla sei corde unanimemente riconosciuto quale uno dei migliori nell’intera storia del rock.

Rock che si fonde con il Jazz nel The Grand Wazoo, la big band di Duke Ellington sostenuta da un basso  elettrico ed una batteria potentissimi. Poi Frankuccio si mette a cantare nel blues notturno The Torture Never Stops e intona una dolcissima serenata alla luna in un duetto di chitarre acustiche denominato Sleep Dirt, e’ un punk in I’m So Cute ed un cultore ed ascoltatore della new-wave in We’re Not Alone, e’ tante cose insieme, e’ lo stregone che prepara intrugli sonori sconosciuti ma intriganti, e’ il Cagliostro che ha scoperto la sua pietra filosofale in una dedizione totale ed appassionata alla Musica (quando non era in tourne’e passava la giornata suonando e provando nello studio di casa). Registrando tutto, ma proprio tutto, sicuramente avra’ prodotto pure qualche cazzata sesquipedale, cosi’ come altrettanto sicuramente non sono minimamente interessato alle tracce delle sue conversazioni o delle sue eruttazioni (che non sono destinate agli zappiani incalliti, ma a persone con qualche disturbo mentale): pero’, alla fine di questo omaggio al baffone, devo dire… era chiaro che non lo ascoltavo alla radio (o passava raramente): era difficile contenere nei tre minuti di programmazione la grazia di Dio minimamente descritta sopra… ah, ed oggi Hot Rats e’ uno dei tre dischi che porterei su un’isola deserta.

Grazie di tutto, Maestro !!!