Phonetica Jazz Festival 2011 a Maratea

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L’aria di crisi, che attanaglia le diverse espressioni della vita quotidiana di tutti noi, colpisce per prime le esigenze meno indispensabili e, tra queste, quelle che riguardano la cultura, risultano spesso le piu’ penalizzate. Di certo, anche chi organizza eventi a sfondo culturale, e’ costretto a risparmiare effettuando scelte, talvolta dolorose. Le vie perseguite sono le piu’ diverse: qualcuno decide di far quadrare i bilanci per via salomonica, attraverso tagli drastici dell’offerta; qualcun altro preferisce ottenere il risparmio riducendo la qualita’, proponendo un’offerta comunque quantitativamente sostanziosa ma senza andare troppo per il sottile in termini di contenuti


Per fortuna c’e’ ancora qualcuno – anzi ci sono diversi soggetti, specie tra quelli che organizzano manifestazioni “storiche”, le piu’ radicate, quelle nate dalle passioni piuttosto che dagli interessi – che preferisce seguire l’antica regola di vita che spesso sentivamo ripetere dai nostri “vecchi”, che deriva dall’antica saggezza popolare: poco ma buono.


Cosi’ deve aver pensato anche Aldo Bagnoni, batterista, compositore e musicologo, quando si accingeva a disegnare il cartellone della quarta edizione del “suo” Phonetica Jazz Festival a Maratea. Se – come tutti sanno – la migliore garanzia che possa offrire un ristoratore e’ quella di sedere a tavola con i suoi commensali, Bagnoni sembra organizzare la manifestazione per godere egli stesso dell’ascolto della musica, per sentirsi intimamente soddisfatto nel fare bella figura con se stesso e con gli altri. Certamente non cade mai nella tentazione di propinare una ricetta qualsiasi ad un pubblico qualsiasi. E inoltre, ogni anno, c’e’ un tema conduttore, un fil rouge, che caratterizza la proposta artistica dei musicisti che intervengono alla manifestazione. L’argomento di riflessione, quest’anno, e’ “Panta Rei”, tutto scorre, e tutto passa, come affermava gia’ ai suoi tempi il filosofo Eraclito. Niente, meglio di quest’affermazione si attaglia al concetto si jazz, di improvvisazione, di musica che sfugge nel momento stesso in cui si produce e sfiora le orecchie degli ascoltatori.

Proprio quella musica e quell’improvvisazione che sono state proposte dal pianista toscano Riccardo Arrighini nella prima serata serata del Festival. Arrighini, colpisce e sorprende anzitutto per il suo look, decisamente originale ed anticonformista, che la dice lunga sul suo modo di porsi nei riguardi della musica e dell’arte in generale. Pianista di formazione classica, coinvolgente e stupefacente, Arrighini, seguendo un trend che sembra molto consolidato negli ultimi tempi, affronta la musica classica, in modo particolare il mondo poetico di Giacomo Puccini, e poi il barocco di Antonio Vivaldi e il romanticismo di Fryderyk Chopin. Il tutto e’ riletto dal punto di vista del jazz, nella commistione con ogni altro genere musicale. Arrighini si caratterizza per la personalita’ del suo stile, per la capacita’ di rielaborare e di rimodellare brani, talvolta molto conosciuti e familiari, senza mai ferirne la riconoscibilita’ e la forma originale, ma si distingue anche per le sue spiccate doti di umanita’ e di comunicazione, che lo spingono a ricercare un rapporto personale e molto ravvicinato col suo pubblico, a fine concerto, per riceverne impressioni, valutazioni e suggerimenti.


La seconda serata e’ stata appannaggio del Trio di Salerno, tre musicisti uniti da diversi fattori. Dal territorio di origine, l’area salernitana, appunto, dalla comunanza degli studi musicali, dalla grande esperienza acquisita nel tempo in tanti contesti, diversi ed eterogenei, dal grande successo conseguito a livello personale e di gruppo, e dalla grande sensibilita’ musicale, che si sintetizza nell’afflato musicale, nel comune sentire, che portano avanti fin dall’adolescenza. Guglielmo Guglielmi al pianoforte, Sandro Deidda al sax soprano e tenore, e Aldo Vigorito al contrabbasso hanno sostanzialmente proposto il progetto del loro ultimo Cd, Luna Nuova, che riesce a coniugare il jazz con la musicalita’ della tradizione napoletana e con la bossa nova, il fado con il blues e lo swing, in una serie di composizioni, per la maggior parte originali, che hanno letteralmente entusiasmato il pubblico presente.


Nella terza ed ultima serata, doppio appuntamento; nella prima parte il vocalist Boris Savoldelli e nella seconda il Collettivo Mediterraneo Radicale, un ensemble multidisciplinare di cui fa parte anche il patron Aldo Bagnoni e che ha visto, ospite d’onore, proprio lo stesso Boris Savoldelli.


Savoldelli – autentico spirito d’artista – e’ un vero e proprio ricercatore in campo canoro che si avvale dell’ausilio dell’elettronica per proporre un tipo di spettacolo che, fino a non molti anni fa, sarebbe stato impensabile, almeno dal vivo: con un campionatore – una sorta di registratore di suoni – si trasforma in un vero e proprio one-man-band, registra tutte le parti dell’orchestra, simulate con la voce, le sovrappone e, dulcis in fundo, canta su questa base improvvisata, che dura il tempo di una canzone, e che poi viene distrutta, per far posto al prossimo brano: panta rei.


A chiusura della serata il Collettivo Mediterraneo Radicale ha proposto il proprio spettacolo, un progetto che riunisce diverse discipline artistiche comprendendo, oltre la musica, una proiezione di immagini ed una rappresentazione di danza. Per la parte musicale, la direzione del progetto e’ stata affidata al chitarrista Fabrizio Savino ed a Pasquale Calo’, giovane altosaxophonista, oltre che al gia’ citato Aldo Bagnoni alla batteria; la parte tersicorea e’ stata affidata ai danzatori Cristina Napoletano e Tommaso Procopio; la proiezione video e’ stata curata dal Vj Ignazio Narrow Leone.


Il progetto proposto dal Collettivo e’ basato interamente sulla ricerca, intesa sia in termini espressivi che compositivi, e sull’improvvisazione, condotte a partire da un canovaccio minimale, in continua evoluzione, che subisce influenze e perfezionamenti ad ogni successiva esecuzione. Non si tratta certamente di una rappresentazione di semplice fruibilita’ ma di un’esibizione complessa che si svolge in assoluta liberta’ espressiva e che paga, per questo, lo scotto di risultare un pò prolissa in alcuni passaggi. L’esito e’ comunque la scoperta di una serie di spunti e di riflessioni nuove, sia sonore che visive, che serviranno ai musicisti per impostare, stimolare e sviluppare la prossima esibizione.


Al momento del commiato, con un bilancio piu’ che soddisfacente, l’appuntamento e’ per il duemiladodici, con l’auspicio di ritrovarsi in tempi migliori.

Le immagini del Phonetica Jazz Festival 2011 su Sound Contest