PCP | le loro Ore contate

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Si intitola “Le Ore Contate” ed è il primo estratto di un disco d’esordio che ha lasciato tracce evidenti nei circuiti della bella canzone d’autore italiana. Di sicuro tra le 50 opere prime per il Club Tenco in questo 2015 di novità. I PCP (Piano Che Piove) guidati dal chitarrista e produttore Ruggero Marazzi, sforna un bel lavoro di cantautorato pop con antichi sapori mediterranei e qualche rapido inseguimento di Funk e dolci estensioni di Jazz. E proprio restando in tema di Jazz che il singolo e il video de “Le Ore Contate” fa scorpacciata, ambientando il tutto in un’Italia degli anni ’50, tra gangster nostrani e amori improvvisi. Tra tutte sottolineo la title track del disco e la bellissima “Il Cartografo” di cui, girando in rete, non sono pochi quelli che ne aspettano un video.

 

 

 

Ruggero Marazzi e i PCP. Diamo una definizione a questa band. Chi è chi?

Ruggero Marazzi (chi risponde) è il fondatore della band, nonché autore dei brani, ed è uno che da solo non avrebbe fatto quel poco che i PCP hanno fatto insieme. Il lavoro che facciamo si nutre di diverse sensibilità che concorrono sostanzialmente a definire il prodotto musicale, prodotto che, come tutti quelli che si interessano di musica sanno, va oltre la scrittura. Mauro Lauro, chitarrista che oggi non suona più con noi, aveva dato quel tocco un po’ jazzy che poi è rimasto, Massimiliano Ghirardelli, contrabbasso, è quello che inquadra strutturalmente e ritmicamente i brani, Sabrina Botti canta dando un tocco che fin qui ha sempre raccolto critiche positive. Anche le strutture armoniche spesso finiscono per essere diverse da come erano state pensate all’inizio. Una bel lavoro insomma.

 

PCP (Piano Che Piove): che genesi ha questo nome?

Il nostro ex chitarrista, Mauro Lauro, per un voto a qualche santo, che non hai ammesso di aver fatto, aveva l’abitudine di salutare dicendo “piano che piove”. Alla fine era un po’ come dire “rilassati…vai tranquillo”. Ci serviva un nome, possibilmente che si potesse ricordare o riconoscere. Perché non questo? Da noi non si usa tanto ma nel mondo anglosassone le band che portano nomi stravaganti sono parecchie…

 

Canzone d’autore italiana sì ma con diverse contaminazioni americane. A chi dovete qualcosa?

Non siamo ragazzini, abbiamo ascoltato e amato tanta di quella roba che trovare un filo diventa difficile. Il folk inglese degli anni settanta, la canzone d’autore americana da Est a Ovest, i classici della bossa nova o del jazz più propriamente detto. Quando meno te lo aspetti esce qualcosa che lo capisci che arriva da lì ma che magari non te l’aspettavi.

 

Nel disco c’è tanta eterogeneità. Di generi più che di tematiche. Come mai questo mosaico stilistico?

È vero, di generi più che di tematiche. Questo dipende sostanzialmente dal fatto che nel primo disco sono confluite cose scritte in tempi diversi, che alla fine abbiamo scelto di utilizzare indipendentemente dal loro grado di “coerenza stilistica”, semplicemente perché ci piacevano. Avremmo potuto scegliere di incidere altro, il materiale non mancava. Oggi abbiamo canzoni per fare un secondo disco e anche per scegliere cosa metterci, e forse sarebbe meno disomogeneo, ma non siamo pentiti di aver scelto quelle canzoni e non altre per “In viaggio con Alice”. Il fatto delle tematiche, evidentemente più legato a i testi, dipende dal fatto che la componente letteraria è generalmente meno elastica di quella musicale. Cambiano gli argomenti ma, con le parole, le immagini, uscire da uno stile espressivo è più difficile.

Adoro il brano “Il Cartografo”. Da dove nasce?

Da una mostra. Si intitolava “Segni e sogni della terra” ed era una mostra sulla storia della cartografia, che si tenne a Milano diversi anni fa. L’argomento era affascinante, con un po’ di fantasia si poteva scivolare facilmente fra il mondo della scienza medievale e l’idea del sogno. Anche se in realtà l’idea della canzone venne molto tempo dopo, anni dopo, con la lettura del catalogo.

 

E in questo primo video si respira molto l’Italia (o l’America) degli anni ’50. Un motivo in particolare che vi lega a quel tempo?

In verità, no. Per questo video abbiamo sposato un’idea di Emilio Pastorino, il nostro regista. Lui voleva fare un piccolo cortometraggio raccontando una storia ambientata in quegli anni e la canzone sarebbe stata perfetta, a suo dire, come colonna sonora. Normalmente nei video musicali viene data più importanza al brano e agli artisti, rispetto a quello che abbiamo fatto noi. Tuttavia, è vero anche che la curiosità del pubblico verso un video è data dal potere attrattivo della canzone o dell’artista, che evidentemente devono già essere conosciuti per essere così attrattivi. Inoltre, molti di essi si rifanno a schemi piuttosto tradizionali. Noi, nel nostro piccolo, abbiamo cercato di uscire un po’ dagli schemi tentando di catturare l’attenzione presentando (a partire dal manifesto) un film, una storia dove la canzone sostituisce i dialoghi e contribuisce a creare il clima desiderato. In pratica abbiamo invertito i ruoli mettendo il brano a servizio della storia.