MEINRAD KNEER | Vocabularies

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MEINRAD KNEER
Vocabularies
Evil Rabbit ERR 30
2020

Se si conviene che durante un concerto jazz il momento dell’assolo di contrabbasso è ritenuto quello giusto per defilarsi dall’evento (almeno così si è spesso malignato), l’esperienza può indurci a pensare diversamente per un programma di solo strumentale, in sé cosa infrequente, per non dirsi di quanto attiene alla progettazione di una operazione siffatta, quando affidata ad un carattere di dominante improvvisazione.

Praticante entusiasta dello strumento e manager della quotata etichetta ‘open’ Evil Rabbit, il tedesco Meirad Kneer ha appena segnato il tornante della trentesima uscita della propria label concedendosi protagonismo in solo, e (cosa ricorrente in questi tempi) ne ha condiviso a distanza l’ascolto con noi, fornendo fluviali risposte a nostre domande d’approfondimento, da cui traiamo ulteriori materiali a commento di un lavoro in coda ad una serialità non prodiga, in effetti, di tale aspetto del solismo, ma che può vantare forti esperienze quali quelle di Miroslav Vitous o William Parker, e nelle aree più ‘avant’ ricordiamo certamente quelle dei giovani Pascal Niggenkemper o Sean Ali, considerando il più recente ritorno in solo di Barre Phillips, per non dirsi delle innumerevoli esternazioni di un Barry Guy, ed è proprio in riferimento al titolo che si apre l’introduzione dell’autore-performer.

Nella musica improvvisata, non soltanto nel jazz, il musicista sviluppa un proprio “vocabolario” di tecniche e suoni, al fine di definire la propria unicità espressiva, insomma aggiungendo qualcosa di personale a possibilità musicali già esistenti, sia pure agendo e reagendo differentemente e così creando una trama sonora nuova e prima inascoltata. Inoltre, ogni improvvisatore edifica linee musicali molto personali, in termini di aggregazione, frizione, tensione etc. oltre alla personale (micro-)tempistica: ciò è fra le tante ragioni che motivano la realizzazione di un album in solo, in coda a tutti quei grandi artisti che hai menzionato. Non si trattava di reinventare alcunché, piuttosto attingere ad un nuovo bacino di possibilità e di raccontare la propria storia!”

Non è in effetti nei sensi di una radicalità a perdere che s’investe la sperimentata arte del Nostro, di evidente dimestichezza con la sintassi tradizionale ma certamente più investito nelle istanze della musica creativa o dello instant-performing, non certamente fissato nella pur sconfinata area del free jazz, ma anche a certe forme di avanguardia post-accademica, potendo evocare oltre ai citati altre ascendenze di ricerca creativa come quella (peraltro riconosciuta dallo stesso Kneer), appassionata ed inesauribile, del nostro Stefano Scodanibbio, anche se di fatto questa vena artistica sembra abbeverarsi, anche a detta del medesimo, di molteplici ed ulteriori influenze, ivi comprese quelle le arti scrittorie e visive:

“Ritengo che anche ad un livello subconscio molte cose influiscano sul mio modo di suonare specifiche, ma è arduo definirle, così direi che quasi tutto nella mia vita colora ed impronta il mio modo di suonare e le mie idee sull’improvvisazione. Amo molto leggere (soprattutto classici, ad esempio Dostoevsky o Melville, ma anche Bulgakov o Murakami – solo per citarne alcuni), visito mostre d’arte contemporanea. Ascolto molta musica, che mi dà – spesso inconsciamente – idee per la mia, scritta o improvvisata, ad esempio musica classica, musica contemporanea, musica antica… qualunque cosa inizi ad attirare la mia attenzione, un suonatore di oud, un suono di koto o un suono di registratore, alimenta la mia immaginazione e aggiunge possibilità per il mio suonare il basso. E anche in base ai commenti dopo una mia esibizione, su qualcosa del mio modo di suonare che ricordato questo o quello strumento, o un suono della natura o qualsiasi altra cosa, posso così immaginare che il mio modo di suonare sia influenzato da un’ampia collezione di cose”.

E le tredici misure di “Vocabularies” sono in effetti un’estensione adeguata per prender confidenza e tentare un’analisi dello sfaccettato idioma del solista e autore, che non dispensa mimesi strumentali ma anche eterogenee onomatopee, sfruttando con completezza ed ardimento il complessivo corpo strumentale, puntando verso le estensioni più stridenti così come allo hardcore delle frequenze gravi, giocando su una molteplicità di timbriche in simultanea, pur mantenendosi radicato ad un solido contatto idiomatico con il proprio strumento, conferendovi portata lirica senza disconoscerne l’ampio potenziale di sorpresa.

 

Tutto ciò insomma, perché non rimanga confinato al tecnicismo, invoglia ad un ascolto attento anche nel dettaglio fenomenologico, che renda ragione delle componenti sia macro-uditive che micro-acustiche, che altrimenti rimarrebbero appannaggio percettivo del performer.

Con alternanze di invettiva, contemplazione ed introspezione condivisa, con personale combinazione di istinto ed estetica e con un grintoso segno partecipativo alla selezionata serialità di cimenti in contrabbasso-solo, non soltanto facendosi centro e motore del proprio one-man-show, il maturo Meinrad Kneer suggella un importante traguardo della personale ed assortita label (abitata da grandi assi dell’improvvisazione tra cui Ab Baars o Biliana Voutchkova – oltre ad un episodio coinvolgente il compianto Gianni Lenoci).

Dopo ben 25 anni dedicati al far musica (e a produrla) ho pensato che fosse ora di metter insieme e ricercare quello che ho ottenuto finora, e questa registrazione ha essenzialmente lo scopo di documentare lo stato del mio sviluppo artistico a questo punto della mia vita”.

 

 

Musicisti:

Meinrad Kneer, double bass solo

Tracklist:

01. Sternensaus 05:15
02. Short Story l 03:48
03. Mixed Media 03:24
04. Die Auseinandersetzung 06:19
05. Sketch l 01:02
06. Des Nächtens 04:12
07. Sketch ll 01:02
08. Short Story ll 02:07
09. Musik für Schmetterlinge 05:03
10. Sketch lll 00:57
11. Short Story lll 02:22
12. Navigation Spatiale 05:00
13. Music for Bumble Bees 06:42

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Meinrad Kneer