MARK SHERMAN: un ambasciatore del jazz tra i docenti di ORSARA

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Abbiamo incontrato il vibrafonista Mark Sherman, docente ai prossimi seminari internazionali di musica jazz in programma ad ORSARA di PUGLIA dal 2 al 7 agosto 2011. Ci ha raccontato della sua esperienza di divulgatore, del rapporto con gli allievi e della sua formazione…

Sound Contest: Mr Sherman, Lei terra’ tra pochissimo un workshop in occasione dell’Orsara Jazz Festival, ma tantissimi ne ha gia’ tenuti in passato. Quali scambi artistici si verificano tra Lei e gli altri partecipanti ai suoi corsi? Che cosa si riesce a dare e cosa si riceve confrontandosi con gli allievi?

Mark Sherman: Nei miei seminari presento un sistema per assimilare gli elementi essenziali per suonare jazz in modo armonico ed in modo ritmico al tempo stesso, un metodo molto comodo e pratico. Lavoro molto sul modo di imparare ad affrontare i cambi di accordi. Ho una decina di metodi pratici molto particolari che possono aiutare ad inserire un’improvvisazione lineare nella sequenza. Bastano solo una dozzina di pagine di materiale per dimostrare i vari metodi menzionati sopra. Naturalmente ci sono molte questioni aperte, momenti di dibattito per esaminare le risposte; sono attento a creare un rapporto di scambio con gli studenti nei miei workshop; ad Orsara poi ci sono tanti altri incredibili insegnanti, molto disponibili, gente come Jerry Bergonzi, Antonio Ciacca, Lucio Ferrara, Jim Rotondi e altri. Uno scambio di idee sull’improvvisazione jazz con questi insegnanti e’ certamente quello che cercherei come studio personale.

S.C.: Il Suo strumento, il vibrafono, e’ molto particolare per le sue caratteristiche espressive percussive, melodiche ed armoniche, e non e’ molto comune. Quali difficolta’ e quali vantaggi ci sono nel trasferire la Sua esperienza su altri strumenti.

 

M. S.: La maggior parte delle difficolta’ col vibrafono sono legate ai problemi logistici, diversi da chi usa uno strumento adatto ad un facile trasporto. Volare con un vibrafono e’ molto difficoltoso in quanto le linee aeree fanno molti problemi per questo. E in piu’ nel mondo, molta gente non ha la benche’ minima idea di che cosa sia un vibrafono. Tutto questo e’ veramente molto frustrante…

Invece, per me, non ci sono grosse difficolta’ a “trasportare” la musica su altri strumenti. La mia attenzione e’ principalmente rivolta al piano, alla batteria ed agli strumenti a percussione. La maggior parte delle melodie che scrivo sono spesso composte prima al piano. Posso cosi’ riprodurre quasi tutto il materiale lineare che suono sul piano anche sul vibrafono; invece ci sono cose che posso fare sul vibrafono, ma che non potrei suonare sul piano. Sul vibrafono uso tecniche piu’ veloci (chops). Invece, sul piano posso realizzare accordi molto piu’ ampi, con dieci dita. Il vibrafono e’ limitato a quattro note. Bisogna essere piu’ selettivi nell’armonizzare col vibrafono; bisogna trovare le quattro note giuste per suonare lo stesso accordo con solo quattro bacchette. E, senza dubbio, ho un’idea precisa di come voglio che suoni la batteria. Quand’ero molto giovane ho studiato con Elvin Jones ed ho imparato a suonare la batteria. Il mio “barometro” per un batterista  e’: “Se seguo un andamento piu’ forte del batterista che sta suonando, qual batterista non fa per me”.  Lo stesso vale per un pianista!

S.C.: Lei, Mr Sherman, frequenta spesso l’Italia, quali sono le Sue impressioni sul jazz in Italia e qual e’ il jazzista italiano che l’ha impressionato di piu’ ultimamente? Qual’e’ un jazzista italiano con cui non ha mai suonato e con cui magari le piacerebbe suonare in futuro?

M. S.: Oh, si, sento spesso il bisogno di venire a suonare in Italia. Comunque ho anche portato spesso con me il mio quartetto dagli US, con Allen Farnham, Dean Johnson and Tim Horner. Abbiamo fatto sei tour in Europa in sei anni. In Italia ci sono moltissimi musicisti incredibili. Amo Dado Moroni, Roberto Gatto, Roberto Tarenzi, Luca Bulgarelli. L’anno scorso ho suonato per il disco del bassista napoletano Luigi Ruberti, dedicato a Bill Evans. C’e’ un grande giovane trombettista, Gianfranco Campagnoli, e c’e’ un raffinato batterista che si chiama Giuseppe La Pusata. Mi piace molto il loro modo di suonare. Sono stato sempre ben accolto in tutti i club italiani, come l’Alexander Platz, il Round Midnight, il Lennie Tristano, il Modo, e tanti altri. La gente sembra apprezzare veramente la musica. Ho parlato spesso ed a lungo con Roberto Tarenzi e Roberto Gatto della possibilita’ di fare un progetto insieme… magari, un giorno, anche questo si realizzera’…

S.C.: Qual e’ il suo rapporto – in senso artistico – col jazz tradizionale e quale con le avanguardie? Per Lei, e’ piu’ importante sapersi rapportare con i grandi artisti del passato oppure cedere alla pressione delle continue contaminazioni?

M. S.: Le mie relazioni più forti sono col jazz tradizionale. Sono cresciuto ascoltando e studiando

Lester Young, Charlie Parker, Milt Jackson, John Coltrane, Ben Webster, Bud Powell, McCoy Tyner, ed in generale i maestri del be bop e del post bop. Il massimo dell’Avante Garde per me è fare un intro o una chiusura free su un pezzo. Sono molto più un tradizionalista, un musicista jazz post bop. Per la mia esperienza educativa, penso fortemente che non si possa iniziare suonando avante garde e sperare di diventare un grande musicista attraverso questo genere. Bisogna studiare la storia della musica. Questo significa che si deve diventare padrone della musica dei maestri che ho su menzionato prima di poter suonare l’avante garde. Per me la sfida e’ insegnare un linguaggio lineare. Iniziare prima l’improvvisazione nel cambio degli accordi, poi allargare il discorso all’avanguardia. Il livello del linguaggio lineare può veramente separare un uomo da un  ragazzo in base a quello che dicono. Un buon esempio potrebbe essere quello del povero grande Michael Brecker. Certamente uno dei più grandi di sempre nella musica. Michael si distingueva da molti altri per la padronanza del linguaggio dell’improvvisazione lineare. Raggiungendo cosi’ il più alto livello della musica di oggi. Ho conosciuto Michael e ho stimato il suo profondo affidamento alla pratica nel costante lavoro di sviluppo del linguaggio del suo strumento. E indubbiamente egli fu anche un maestro nella tecnica. I fondamenti della musica devono essere imparati per primi. Poi vengono le avanguardie. Mi considero uno sperimentatore all’interno dei parametri del post bop jazz dei giorni nostri. Sono un tradizionalista, ma sempre alla ricerca di nuovi linguaggi e strade, per intermediare con l’armonia e per scrivere composizioni interessanti.

Molte grazie ed i nostri migliori auguri a Mr Mark Sherman. Lo attendiamo presto in Italia ad Orsara per i seminari internazionali dell’ORSARA MUSICA JAZZ FESTIVAL dal 2 al 7 agosto 2011.

Per Info: www.orsaramusica.it