Diecimila persone a riempire la piazza. Bastava guardare il colpo d’occhio davanti alla Reggia di Caserta per capire che i Duran Duran muovono ancora folle vere. Per la band era un ritorno atteso trentotto anni, da quel lontano 1988 al Palamaggiò, quando erano all’apice del successo planetario. Questa volta, prima di salire sul palco, si sono fatti un giro da turisti tra gli appartamenti storici e i giardini del Vanvitelli, quasi a voler assorbire l’atmosfera di un posto unico. “Avevo visto tante immagini della Reggia di Caserta, ma non ero preparato a tutto questo” si è lasciato scappare uno stupito Nick Rhodes, tastierista dei Duran.
Poi, alle nove di sera, puntuali, sono passati ai fatti. Mettendo da parte le analisi e le definizioni, la verità è che a quasi settant’anni questi quattro salgono sul palco e pestano più duro di band che hanno la metà dei loro anni.
John Taylor al basso e Roger Taylor alla batteria tengono in piedi la baracca con un groove micidiale, che dal vivo spazza via tutto quel pop patinato che sentivi nei dischi. Simon Le Bon non arriva più alle note alte di una volta, ma se ne frega, corre come un ragazzino e si prende la piazza.
Quando sotto le mura della Reggia partono i primi accordi di Save a Prayer, l’atmosfera si fa seria e capisci perché quelle canzoni sono ancora lì dopo quarant’anni. Non è stata una serata per nostalgici, ma un concerto rock vero, sudato e dritto al punto. Se qualcuno pensava di vedere dei vecchietti a caccia di gettoni di presenza, è rimasto deluso. Questi suonano ancora sul serio.
Duran Duran
Reggia di Caserta
9 luglio 2026







