Bone Records | I Dischi di Ossa

Come, nell’U.R.S.S. degli anni bui, due giovani dissidenti intraprendenti avevano escogitato un sistema geniale per far circolare clandestinamente la musica occidentale, altrimenti severamente proibita.

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Era il lontano 1877 quando Thomas Alva Edison tentava i primi esperimenti di fonografo, con alla base un cilindro di ottone, rivestito da un sottile foglio di stagnola su cui, con una rudimentale puntina, all’interno di appositi solchi, venivano incisi dei suoni che, successivamente, potevano essere riprodotti un certo numero di volte.
Ad esso seguì il grafofono, perfezionato da Chichester Bell e Summer Tainter, dove la stagnola era sostituita da uno strato di cera.

Il disco fonografico, diretto successore a seguito di una lunga serie di perfezionamenti di quella prima geniale idea, dapprima in cartone rivestito di gommalacca poi in vinile, è stato uno dei primi supporti che permettesse la registrazione e successivamente la divulgazione e la riproduzione ripetitiva dei suoni e, quindi della musica.
Da quel momento c’è stato un crescendo continuo del successo del fonografo e del disco, che continuavano a evolversi nel tempo.

C’erano però luoghi, situazioni politiche e sociali, e regimi dittatoriali nei quali la diffusione della musica, che non fosse di autori controllati e approvati dal regime, non era possibile ed era anzi severamente vietata.

Già in Italia, durante il ventennio fascista, il concetto di “sovranismo” mieteva vittime, la libera circolazione della musica straniera – in primis quella americana – era vietata ed era perfino vietato chiamare gli artisti non italiani col proprio nome.
Tutti sanno che i musicisti, per non farsi scoprire, dovevano chiamare Louis Armstrong “Luigi Braccioforte”.
E’ singolare sottolineare che, successivamente, il figlio di chi aveva voluto tanta repressione, sarebbe diventato del dopoguerra quel Romano Mussolini, riconosciuto in tutto il mondo come uno dei più grandi jazzisti del panorama italiano.
Così mentre in altri paesi, come in Francia, si sviluppava un proficuo scambio culturale, ad esempio nell’ambito del jazz, l’Italia rimaneva nettamente indietro ma, analoghi fenomeni di repressione della cultura nella sua più ampia accezione, si verificarono in Spagna fino al 1975, nella Germania nazista, col rogo dei libri indesiderati dal regime e, immancabilmente, nella Russia Sovietica durante tutto il periodo della “Guerra Fredda”.
I regimi totalitari hanno sempre cercato di ostacolare la libera circolazione del pensiero, nel timore che essa potesse veicolare messaggi e progetti di ribellione e/o di riscatto.
Soprattutto la musica, i testi delle canzoni, gli scenari da essa rappresentati in lingue ovviamente straniere e quindi, per la maggior parte, incomprensibili, potevano divenire veicolo di ribellione e cospirazioni ma, a dispetto di tutte le repressioni – in Italia come in Germania, in Grecia, in Spagna ed in tutti i paesi oppressi dalle dittature, il pensiero non si è mai fermato ed ha continuato sempre a circolare.

Proprio nei giorni nostri, che vede il rifiorire una nuova stagione di successo e di attenzione per il disco in vinile, mandato in soffitta prima dall’avvento del CD e poi della Musica Digitale via web, torna alla luce una vecchia storia, dai più dimenticata e comunque scarsamente conosciuta che vale la pena di ricordare: quella dei Bone Records.

Negli anni del dopoguerra c’era un grande fermento musicale mondiale, circolava musica nuova proveniente dall’America, erano gli anni d’oro del Rock’ n’ Roll, del Jazz e del Blues che si diffondevano in tutta l’Europa post bellica.

Così nei primissimi anni 50, in un negozio di dischi di Leningrado, Boris Tajgin e Ruslan Bogoslovskij, spinti dall’ingegno che notoriamente si sviluppa nei momenti di peggiore privazione, studiavano un sistema singolare per aggirare il problema del proibizionismo e fare circolare, almeno fino agli anni ottanta, la cultura musicale proibita in Russia aspettando la fine del regime sovietico e della Guerra Fredda.

Avevano scoperto le radiografie non più utili che venivano gettate via negli ospedali, un rifiuto molto diffuso, e quindi molto “economico” e disponibile, ed avevano quindi costruito un’apposita apparecchiatura che permetteva di copiare i dischi che riuscivano a procurarsi clandestinamente  su queste vecchie radiografie, ritagliate in forma circolare e forate al centro con una cicca di sigaretta.

Erano nati dei nuovi supporti musicali, detti in russo “Rentgenizdat” oppure “Rëbra”, i “Bone Records” o ancora “musica” oppure “dischi” delle “ossa” o delle “costole” o dei “raggi X”.
Comunque li si voglia chiamare, erano economici, flessibili, quindi si potevano nascondere e trasportare facilmente, costavano – e duravano anche – pochissimo, ma erano ricercatissimi e anche alquanto inquietanti, perché rimanevano visibili in trasparenza i lineamenti degli organi umani interni e delle ossa.

Naturalmente il regime si accorse del traffico e scoprì gli autori del raggiro, Bogoslowskij fu spesso ospite delle prigioni di stato, ma ormai il sistema era conosciuto e diffuso, anche in altri paesi sotto l’egida del regime sovietico, per cui non fu praticamente mai possibile fermarlo.

Su essi trovarono ospitalità clandestina, e circolarono in territorio ostile, in maniera via via sempre più ampia, i Rolling Stones e i Beatles, Elvis Presley come i Pink Floyd, Miles Davis e Charlie Parker, Duke Ellington ma anche molta altra musica, sia di autori russi malvisti e perseguitati dal “regime” che di altri musicisti proveniente da ogni parte del mondo. Tutto questo anche grazie all’aiuto e alla solidarietà di viaggiatori e mercanti “compiacenti”, che collaboravano attivamente alla diffusione degli originali, provenienti da ogni parte del mondo.

Una storia piccola – forse neanche tanto – ma certamente poco conosciuta e che merita la dovuta attenzione; certamente l’ennesima dimostrazione, semmai ce ne fosse bisogno, che la forza della cultura, delle idee e dell’ingegno non può essere confinata da nessuna dittatura.


 

 

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