BOB DYLAN | Rough And Rowdy Ways

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BOB DYLAN
Rough And Rowdy Ways
Columbia Records
2020

Non è mai stato un bel rapporto quello tra Bob Dylan e la critica. Meno che mai quello tra lui e il suo pubblico. Innalzato e affossato, adorato e rinnegato, nel corso della sua carrier Mr. Zimmerman ha dovuto metter il proprio mito dentro una teca antiproiettile che con la sua trasparenza dava solo la possibilità di ammirarne l’evoluzione (o l’involuzione) senza più alcuna interferenza esterna. Alla notizia di un nuovo album in arrivo, la folla di giudici, detrattori e sostenitori era già assiepata e sul piede di guerra. Un copione già visto e andato in onda un numero inquantificabile di volte, a partire da quel 25 luglio del 1965, sul palco del Newport Folk Festival. Tra crolli e resurrezioni, il gigante di Duluth ha tenuto la scena come nessun altro, dividendo e unendo, come sua abitudine. Nell’ultimo lustro sono arrivati gli album (spiazzanti, ammorbanti, ridondanti?) dedicati a Sinatra e al Great American Songbook. Tra essi e il suo Never Ending Tour ha poi delegato Patti Smith a presenziare in sua vece alla cerimonia di assegnazione del Nobel per la letteratura più chiacchierato ma giusto di sempre.

 

A proposito del Nobel, torna utile ricordare il passaggio finale del discorso che Dylan fu comunque obbligato a stendere per tenersi stretto il premio: “Non occorre che io sappia cosa significhi una canzone. Ho scritto ogni sorta di cose nelle mie canzoni. E non sto a preoccuparmi di cosa significhi tutto questo. … Le nostre canzoni sono vive nella terra dei vivi. Ma le canzoni sono diverse dalla letteratura. Sono fatte apposta per essere cantate, non lette. Le parole delle commedie di Shakespeare erano concepite per essere recitate sul palco. Proprio come i versi delle canzoni sono per essere cantati, non letti su una pagina. E spero che alcuni di voi coglieranno l’occasione per ascoltare quei versi nella forma in cui sono stati concepiti per essere ascoltati: in concerto, o su disco, o in qualsiasi modo oggi si ascoltino le canzoni”.

Sono affermazioni un po’ retoriche da prendere con le molle. Dylan celia e si smarca ma allo stesso tempo suggerisce l’unico modo per godere della sua arte. Davvero Dylan vorrebbe farci credere che quando scrive un testo non v’infili dentro dei significati, dei messaggi? Anche uno scrittore scrive libri per fornire dei significati; ai suoi personaggi, al lettore oppure a se stesso. Accanto a questa colossale menzogna c’è poi la verità sacrosanta che nessuna delle tante memorabili canzoni di Dylan sarebbe diventata patrimonio dell’umanità senza la voce e la musica del suo autore. La domanda da porsi è piuttosto un’altra: si ascolta Dylan più per i testi o per la musica? Difficile rispondere in modo obiettivo. Sebbene “Rough And Rowdy Ways” sia stato pubblicato privo dei testi, chissà perché, tutti si sono affannati a cercarli in rete. Alle canzoni di Dylan non è concesso di sottrarsi al tribunale delle esegesi. Troppo forte la tentazione di non vivisezionare verso per verso, parola per parola i dieci brani inediti che compongono questa trentanovesima opera in studio, pubblicata, guarda caso, in un momento estremamente topico e cruciale della storia umana contemporanea.

Con “Rough And Rowdy Ways” chi era pronto a celebrare le esequie artistiche di Dylan dovrà attendere il prossimo giro. Accolto con entusiasmo da ogni parte, il disco (doppio) è subito schizzato al primo posto della classifica inglese e al secondo di quella americana. Un risultato incredibile, che conferma l’attualità di una visione epica, esistenziale e poetica com’è quella che serpeggia tra i testi e i suoni della raccolta. A partire dal singolo monstre che a fine marzo ha colto tutti di sorpresa, Murder Most Foul. Una trenodia di diciassette minuti che sembra riprendere il vezzo e la gittata espressiva di altri brani ciclopici quali Highlands e Tempest. La deposizione nostalgica e iridescente di un testimone che declama con quell’inconfondibile voce nasale ispessita dall’esperienza orrori e fulgori di un passato a stelle e strisce da consegnare alla memoria; la voce di un privilegiato superstite alla deriva, galleggiante tra le onde di un piano, la risacca di un violino e l’impalpabile brezza di una batteria.

Musicalmente parlando “Rough And Rowdy Ways” (titolo preso in prestito da una canzone di Jimmie Rodgers, pioniere e superstar del country-folk a cavallo tra gli ultimi anni Venti e primi Trenta del secolo scorso) non tira mai verso il rock. Dylan mescola meno stili di quanto (in modo azzardato e provocatorio) abbia infilato, qua e là, negli ultimi quattro dischi autografi che vanno dal favoloso “Time Out Of Mind” al dignitoso “Tempest”. Quella che si respira è invece una solennità classica che dal folk transita al blues con accenti di spiritual-gospel e country mascherato da valzer (vedi la fantastica ballad My Own Version Of You). Sonorità larghe e cerimoniali, prevalentemente semiacustiche, che si arroventano di elettricità solo nelle dodici battute e negli umori fangosi di False Prophet, Goodbye Jimmy Reed (sensazionale omaggio al grande bluesman) e Crossing The Rubicon.

Nella superba I Contain Multitudes che apre invece l’album, il Nostro ci consegna un pezzo di poesia a dir poco magistrale, un aspro sussurro in fieri che dalla citazione di un verso di Walt Whitman entra nel midollo di una verità inconfutabile, valida per Dylan come per ognuno di noi. Black Ryder, al contrario, è uno struggente tema per voce, chitarra, basso e mandolino volto ad esorcizzare l’ineluttabile appuntamento con la morte. Un brano elegiaco, che condivide non solo nel titolo ma anche nel timbro vocale l’enfasi e l’intensità del primissimo Tom Waits. Sullo stesso tenore atmosferico ma più lirica nel testo e nell’interpretazione, Mother Of Muses vede il Nostro affidarsi scaramantico a Mnemosine e Calliope per tenersi stretto l’ispirazione ritrovata, allineando eroi ed eventi di un passato tragico eppur necessario per aprire la strada a nuove idee e rivoluzioni. Si giunge poi a I’ve Made Up My Mind To Give Myself To You, una “torch song” in piena regola che potrebbe sembrare una dedica d’amore mentre è in realtà un inno intimamente spirituale, brillante osmosi tra un ancestrale lamento gospel che accompagna il canto e un suadente arrangiamento dal gusto molto moderno.

A detta di tanti, la gemma artistica di “Rough And Rowdy Ways” è tuttavia Key West (Philosopher Pirate), brano che chiude il sipario con versi e rimandi (sia reali sia simbolici) mozzafiato. Avvinghiato al fraseggio languido della chitarra e della fisarmonica, il canto teatralmente indolente di Dylan infonde una prodigiosa sensazione di catarsi e benessere. Vicino alla soglia degli ottant’anni, di cui quasi sessanta vissuti nell’industria discografica, Bob Dylan effettua, così, un altro colpo di reni creativo e interpretativo degno della sua leggenda.

Caro nonno Bob, come copertina del disco hai voluto una vecchia foto del 1964 carica di vita. Così, riguardandola e riflettendoci sopra, alla fine mi sembra di aver capito: forse il nostro miglior futuro è già caduto nel passato. Anche questo ci raccontano le tue nuove splendide canzoni.

Voto: 9/10

Genere:  Blues / Folk / Gospel / Songwriting

 

Musicisti:

Bob Dylan, vocals, guitar, harmonic
Charlie Sexton, guitar
Bob Britt, guitar
Donnie Herron, steel guitar, violin, accordion
Tony Garnier, bass
Matt Chamberlain, drums
Alan Pasqua, Benmont Tench, Blake Mills, Fiona Apple, Tommy Rhodes – additional musicians

 

Tracklist:

DISC 1

01. I Contain Multitudes
02. False Prophet
03. My Own Version Of You
04. I’ve Made Up My Mind To Give Myself To You
05. Black Rider
06. Goodbye Jimmy Reed
07. Mother Of Muses
08. Crossing The Rubicon
09. Key West (Philosopher Pirate)

DISC 2

01. Murder Most Foul

 

Link:

Bob Dylan Official Site

Columbia Records