Sassofonista fra i più acclamati in ambito nazionale e internazionale, Max Ionata è un’eccellenza del suo strumento. Fonte di ispirazione per molti giovani sassofonisti italiani e non solo, che trascrivono i suoi “soli”, il jazzista abruzzese brilla per il calore del suo suono, l’eleganza espressiva, per il suo profondo senso melodico e per un fraseggio ricco di swing e verace musicalità.

Reduce da un tour di successo in Giappone, dal 2 al 7 novembre Ionata sarà in Svezia per presentare Tivoli, disco pubblicato dall’etichetta Mingus Records firmato Max Ionata Special Edition. Con lui, sul palco, tre nomi altisonanti del jazz nordeuropeo: Martin Sjöstedt (pianoforte), Jesper Bodilsen (contrabbasso) e Martin Maretti Andersen (batteria).

 

Sei reduce da un felice tour in Giappone, Paese in cui ti senti a casa quasi come se fossi un giapponese d’adozione. Sul piano artistico e umano, quali sono state le sensazioni più belle che hai provato interagendo con il pubblico nipponico?

Sì, ogni volta che torno in Giappone è un po’ come tornare a casa. Negli anni ho costruito rapporti di amicizia e di affetto che vanno ben oltre la musica. Il pubblico giapponese ha una sensibilità e una capacità di ascolto straordinarie, ma ciò che mi emoziona maggiormente è quello che accade dopo i concerti, quando le persone vengono a salutarmi, condividono le loro emozioni e magari ricordano un concerto di tanti anni prima. Sono momenti che mi fanno capire quanto la musica possa creare legami profondi e autentici, capaci di superare qualsiasi distanza geografica e culturale.

MAX IONATA SPECIAL EDITION - TIVOLI

Dal 2 al 7 novembre, invece, sarai in Svezia con Martin Sjöstedt (pianoforte), Jesper Bodilsen (contrabbasso) e Martin Maretti Andersen (batteria) per presentare “Tivoli”, tuo nuovo disco firmato Max Ionata Special Edition. Mettendo a confronto Giappone e Svezia, sotto l’aspetto della sensibilità d’ascolto da parte del pubblico e dal punto di vista dell’accoglienza umana, ritieni che fra il Paese del Sol Levante e la terra scandinava ci siano più analogie o più differenze?

Credo che ci siano molte più analogie di quanto si possa immaginare. In entrambi i Paesi ho sempre trovato un pubblico molto attento, curioso e profondamente rispettoso della musica. Senza dubbio esistono differenze culturali nel modo di esprimere le emozioni e di manifestare il proprio entusiasmo, ma la sensibilità musicale non conosce confini. Anche dal punto di vista umano ho avuto la fortuna di incontrare persone meravigliose sia in Giappone che in Svezia. Alla fine, quello che conta davvero, è la qualità delle relazioni che si riescono a costruire proprio attraverso la musica.

Focalizzando l’attenzione su Tivoli, album contenente otto brani di cui quattro composizioni originali e quattro omaggi a Sergio Ruben Aranda, Kenny Wheeler, Cole Porter e Johnny Griffin, quali sono gli elementi melodici, armonici e ritmici che caratterizzano stilisticamente questo lavoro?

Tivoli è un disco che rispecchia molto il mio modo di intendere il jazz. La melodia ha sempre avuto un ruolo centrale nella mia musica e, probabilmente, è l’elemento che accomuna tutti i brani dell’album. Ho cercato di privilegiare la cantabilità, il lirismo e la naturalezza del fraseggio, senza rinunciare alla ricchezza armonica e alla libertà ritmica. C’è una forte componente legata alla tradizione jazzistica, ma anche un’apertura verso sonorità più moderne. Credo che il risultato sia un album molto spontaneo, in cui abbiamo cercato soprattutto di raccontare qualcosa, piuttosto che dimostrare qualcosa.

Martin Sjöstedt, Jesper Bodilsen e Martin Maretti Andersen sono tre eccellenze del jazz nordeuropeo, musicisti ai quali sei legato anche sul piano umano. Quali sono stati i principali criteri musicali con cui hai scelto questa sezione ritmica per registrare il CD?

Prima ancora che straordinari musicisti, i due Martin e Jesper sono persone con le quali condivido una profonda sintonia umana. Musicalmente cercavo una sezione ritmica capace di unire una solida conoscenza della tradizione jazzistica a una sensibilità più contemporanea, con grande attenzione al suono, alle dinamiche e all’interplay. Sono jazzisti che sanno ascoltare e lasciare spazio, ma anche prendere iniziative e suggerire nuove direzioni. Con loro la musica si sviluppa in maniera molto naturale. E questa, per me, è una qualità fondamentale.

A dicembre il tuo Tivoli festeggerà un anno di vita. Riavvolgendo il nastro, dalla fase embrionale della realizzazione fino a oggi, considerando anche i diversi concerti di presentazione, senti intimamente di aver acquisito ancor più maturità artistica e consapevolezza musicale grazie a questa opera discografica?

Credo che ogni progetto discografico rappresenti una tappa del proprio percorso artistico. Tivoli è particolarmente importante per me, perché nasce da un periodo di riflessione e dal desiderio di esprimermi sempre con maggiore semplicità e sincerità. Con il passare degli anni sento sempre meno il bisogno di riempire gli spazi e di più quello di dare un significato a ogni nota. Suonare questi brani dal vivo, poi, permette alla musica di continuare a crescere e trasformarsi. In fondo, la maturità artistica penso sia proprio questo: imparare continuamente, senza perdere la curiosità e il piacere di mettersi in gioco.

Visto che Giappone e Svezia sono due Paesi a te molto cari sia artisticamente che umanamente, hai mai pensato di incidere un album con musicisti giapponesi e svedesi presenti nella stessa sezione ritmica?

A dire il vero non ci avevo mai pensato, ma nella musica non escludo nulla a priori. Ho tanti amici musicisti sia in Giappone che in Svezia, persone con le quali negli anni ho condiviso esperienze bellissime, dentro e fuori dal palco. Però, per me i progetti più belli nascono sempre in modo naturale, dalla voglia di suonare insieme e dal piacere di condividere la musica. Poi, chissà, la vita riserva sempre delle sorprese.