FONTAINES D.C.
Dopamine Chamber
XL Recordings
2026
Per i Fontaines D.C. è la seconda vetta in carriera dopo quella di “Skinty Fia” nel 2022. “Dogrel” (2019) arrivò al nono posto mentre “A Hero’s Death” (2020) e “Romance” (2024) si spinsero entrambi fino al secondo. Posizioni e numeri da capogiro, che bastano a far tacere anche chi, già all’indomani dell’uscita di “Romance”, aveva fortemente criticato il cambio di rotta intrapreso dalla band.
Nel suo titolo “Dopamine Chamber” offre già una chiara dichiarazione d’intenti. Come ha spiegato Grian Chatten, l’album è visto come una camera in cui sperimentare differenti stati emotivi attraverso la musica. Se “Romance” conservava ancora un equilibrio tra espressione umana e contaminazione tecnologica, qui prevale deliberatamente la sensazione di una progressiva perdita di autenticità. Sullo sfondo di “Dopamine Chamber” si intrecciano ansia ecologica, instabilità politica e sovraccarico informativo: catastrofi e distrazioni convivono sullo stesso piano, incapaci ormai di distinguersi.
Sul piano sonoro, la trasformazione è netta. L’urgenza chitarristica e l’enfasi post-punk dei primi tre album non viene semplicemente aggiornata: lascia spazio a una costruzione più artificiale, nella quale le canzoni possono nascere dall’assemblaggio in studio anziché dalla sola esecuzione collettiva. “Romance” aveva aperto questa porta; “Dopamine Chamber” la spalanca, accettando il rischio di apparire freddo, persino disumano. Per i Fontaines D.C. non è una rinuncia alla sensibilità, ma il tentativo di rappresentare un mondo in cui le emozioni sembrano sempre più mediate da dispositivi, immagini e stimoli.
Il primo asso vincente è calato dai cinque irlandesi già in apertura. Six Shot Morning introduce e scaraventa l’ascoltatore in una dimensione liquida e onirica attraverso un impianto prevalentemente sintetico. Con Marianne, invece, la melodia acquista una seduzione quasi ipnotica, laddove il desiderio di evasione assume i contorni di una sinistra dipendenza. Dal lato opposto, Mimesis sposta il discorso sul terreno della riproduzione e dell’imitazione, facendo della synth wave non un semplice omaggio nostalgico, ma uno spunto sonoro per interrogare l’autenticità del presente.
La componente citazionista diventa così una delle chiavi di lettura del disco. Le ombre del rock gotico, della new wave e dell’indie-pop degli anni Ottanta e primi Novanta riaffiorano senza trasformarsi necessariamente in esercizi di stile: sono frammenti di una memoria musicale ricomposta in un presente instabile. Happy For You incrocia malinconia, ruvidità chitarristica e sensibilità melodica. Demolition introduce un’aggressività più fisica, di stampo shoegaze, mentre con il suo fraseggio rappato Tongue alterna spigolosità ritmiche, vortici e aperture inattese (dub?) dettate dai tasti di un piano. Proprio queste fratture impediscono all’elettronica di diventare una superficie uniforme, restituendo al disco una tensione nervosa che rimanda alle origini della band senza imitarle pedissequamente.
Il citazionismo emerge soprattutto nella seconda parte, ma è proprio qui che il disco rivela le sue ambizioni. One Man intreccia suggestioni folk e arrangiamenti orchestrali. You Miss Me riporta in superficie una malinconia chitarristica intrecciata alle evoluzioni degli archi (quasi in zona Coldplay), riproponendo astutamente il medesimo beat che caratterizzava l’hit Starbuster. Japan, invece, avvolge le fragilità sentimentali in una melodia sognante, mentre una dimensione più teatrale e languidamente western emerge in Where Is Gone?, brano che ospita Rosalía e che segna la prima collaborazione artistica nella discografia del gruppo.
Qui il contrasto fra le voci trasforma la canzone in un confronto fra fragilità e artificio, intimità e rappresentazione. Anche se può ricordare l’incomparabile duetto Nick Cave–Kylie Minogue di Where The Wild Roses Grow resta un momento importante, perché introduce una presenza capace di allargare ulteriormente il linguaggio dei Fontaines D.C. senza dissolverne l’identità. All’estremo opposto, Intimate”chiude l’album immaginando una festa decadente alla fine del mondo: il ritmo e il senso di euforia non cancellano il disastro, ma sembrano accompagnarlo fino all’ultima nota.
Naturalmente, l’ambizione comporta dei rischi. La densità dei riferimenti può talvolta far percepire “Dopamine Chamber” come un mosaico di linguaggi ereditati, mentre la produzione levigata riduce quella spontaneità ruvida che rendeva memorabili i primi lavori. Tuttavia, anche rispetto a “Romance”, questa maggiore freddezza appare coerente con il progetto e il messaggio dei Fointanes D.C., laddove l’illusione e la caducità del piacere assumono una dimensione più globale e tecnologica.
Il risultato finale è un album che tenta di colpire nel segno a tutti costi (alla fine riuscendoci), consacrando, nel bene e nel male, l’ennesima metamorfosi stilistica dei suoi artefici.
Esperienza e supporto d’ascolto: CD, Worldwide Edition, XL1673CD
Voto: 6,5/10
Genere: Synth-Pop / Chamber Pop / Alternative Rock
Musicisti
Grian Chatten – vocals, guitar, synth
Carlos O’Connell – guitar, synth, effects
Conor Curley – guitar, synth
Conor Deegan III – bass, piano, mellotron, backing vocals
Tom Coll – drums, percussion, drum machine
Tracklist:
01. Six Shot Morning
02. Marianne
03. Mimesis
04. Happy For You
05. Demolition
06. Tongue
07. One Man
08. Where Is Gone? (feat. Rosalía)
09. You Miss Me
10. Japan
11. Intimate
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