MIKE MELILLO | Il jazz che viene dalla storia, dalla strada e dai quartieri

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Phil Woods, Sonny Rollins e Chet Baker sono solo alcune delle collaborazioni più prestigiose che figurano nel ricco palmares di Mike Melillo, autorevole pianista jazz e compositore statunitense, ma di stanza a Macerata. Musicista dalla spiccata personalità artistica, il suo playing è profondamente tensivo e debordante di gioioso swing. Attraverso questa intervista si racconta umanamente, professionalmente e descrive la genesi di “Evidence” (Live at Caffè Casolani), la sua nuova creatura discografica.

 

 

Ti sei formato musicalmente insieme a Woody Shaw e Larry Young. Cosa hai appreso dal confronto con questi due leggendari jazzisti?

Tra il 1952 e il 1957 ho frequentato per quattro anni la “Arts High School” di Newark insieme a Woody Shaw e Larry Young. Suonavo il trombone nella banda sinfonica della scuola e partecipavo alle esercitazioni corali con l’orchestra scolastica. Era una scuola superiore a tutti gli effetti, con la particolarità dell’obbligo di frequenza di un corso artistico come la musica, piuttosto che le arti figurative (praticamente la “Schools of Art” di Fame). Io sono stato ammesso per lo studio della musica nella sua accezione più generale. Infatti ho studiato composizione, armonia, strumentazione e teoria musicale, tranne il jazz. Questo non era ancora materia di insegnamento in nessuna scuola del mondo. Fino alla fine degli anni ’60 nessuna scuola di musica prevedeva il corso di jazz e nei conservatori veniva addirittura considerata come una musica “minore” rispetto alla classica. Quindi, abbiamo dovuto imparare il jazz alternando le lezioni tradizionali alla frequentazione di locali e jazz club, come lo “Sugar Hill” di Newark, dove si esibivano i jazzisti più importanti del momento. Con un dollaro potevo trascorre anche tutta la notte seduto in quel locale con la mia coca cola in mano ad ascoltare musica. Queste sono state le esperienze condivise con Woody Shaw e Larry Young, con in quali mi avvicinavo a quella musica globalizzata e senza alcuna genesi pura, ma contaminata da tutte le diverse etnie presenti negli Stati Uniti.

 

Tra le numerose e prestigiose collaborazioni che hanno impreziosito la tua brillante carriera, una tra le più significative è quella con lo straordinario altosassofonista Phil Woods. Con lui hai collaborato come pianista e direttore musicale del suo quartetto/quintetto e hai inciso nove dischi, di cui due vincitori del “Grammy Award”. Quando e come è nata la frequentazione artistica con questa icona sacra del jazz?

Tutto è iniziato nel 1974. Phil Woods era tornato da poco dall’Europa e aveva in mente di formare un nuovo gruppo, poiché la sorella di Bill Goodwin, con il quale io suonavo di frequente, lo aveva invitato a esibirsi in una jam session nella mia casa di campagna ad Allamuchy, nel New Jersey. Phil, però, aveva ancora un contratto con il suo manager per l’uscita di un album, pertanto decise di registrarlo con il suo nuovo quartetto, aggiungendovi archi e ottoni e suonando, oltre ai suoi, i miei arrangiamenti. Inoltre, decise di inserire nel progetto discografico un mio brano originale intitolato Gee! Era il 1975. Nel 1976 vincemmo il Grammy con Live from the showboat, contenente musiche arrangiate da Phil e da me.

 

Sei stato anche il pianista del quartetto di Sonny Rollins, per due anni. Cosa ha rappresentato per te questa esperienza al fianco di un gigante del sax tenore?

L’incontro con Sonny Rollins è stata la più grande esperienza personale e artistica della mia vita. Il gestore di un jazz club, il “Clifton Tap Room”, dove io suonavo frequentemente, era una persona innamorata della musica che faceva il possibile per ospitare nel suo locale tutti i migliori musicisti del momento, compreso Sonny Rollins, invitato a suonare proprio con il mio trio. Nessuna credeva veramente che Sonny potesse arrivare quella sera, invece venne. Chiese lui di tornare per suonare di nuovo in quel club stracolmo di gente entusiasta della sua musica. Dopo poche sere, Sonny mi chiese di andare con lui a Philadelphia per una serie di concerti. Da qui è iniziata un’esperienza incredibile durata circa due anni, che mi ha arricchito sia artisticamente (Sonny era abituato a suonare per due ore, tutte le sere) che umanamente, poiché ho condiviso con l’intero gruppo la vita quotidiana e la musica.

Alla tua prolifica attività di pianista e compositore hai unito l’insegnamento. Quali sono i tuoi metodi didattici e l’approccio nei confronti degli allievi?

Non ho un metodo didattico unico che utilizzo per tutti, ma facendo lezione individualmente cerco di indirizzare la stessa verso temi che ritengo, in quel preciso frangente, più calzanti e vicini alla persona che ho di fronte e alle sue esigenze didattiche. Applico quella che è stata la mia esperienza, non avendo avuto un insegnante di jazz, ma avendone acquisito la tecnica, la storia e l’essenza attraverso le esperienze personali, soprattutto di ascolto. Insegnando a persone già in grado di suonare uno strumento cerco di istruirli maggiormente su come ascoltare la musica e non su come si dovrebbe suonare.

 

A un certo punto della tua vita e carriera artistica hai deciso di trasferirti dagli Stati Uniti in Italia. Quali sono stati i fattori scatenanti che ti hanno spinto a maturare questa scelta così importante?

Ho deciso di venire in Italia, precisamente a Macerata, per lavoro. Sono stato invitato a partecipare al jazz festival dell’arena “Sferisterio” di Macerata come pianista del “Phil Woods Quartet” e anche con Chet Baker. Ho suonato in tour con Massimo Urbani e in trio con Massimo Moriconi e Tullio De Piscopo. Molti appassionati di jazz e organizzatori di eventi mi hanno chiamato per tenere concerti in Italia e, a un certo punto e senza una ragione particolare, sono rimasto qui. In quel periodo, negli anni ’80, oltre a suonare ho insegnato presso una scuola di musica jazz a Terni. Nel 1993 sono tornato negli Stati Uniti, per poi ritornare definitivamente in Italia nel 2002, sempre ospite di rassegne musicali. Come nella mia prima esperienza italiana, posso ribadire di esserci rimasto senza un motivo apparente, però mi trovo ancora qui.

 

Chi è stato il primo musicista italiano con il quale hai collaborato appena ti sei definitivamente trasferito in Italia?

I primi musicisti con in quali ho collaborato sono stati Massimo Moriconi, Tullio De Piscopo e Massimo Urbani.

 

Dal tuo punto di vista, come e quanto viene considerato attualmente il jazz italiano?

Non esiste il jazz italiano, ma esiste solo il jazz. Ci sono musicisti italiani, francesi e via dicendo che lo suonano. Ma questo genere musicale non ha una nazionalità. Come già detto, è il risultato di una mescolanza di esperienze, etnie e modi di vivere diversi che si sono incontrati negli Stati Uniti, terra di immigrati per eccellenza. I jazzisti italiani sono molto più accademici, perché la maggior parte di loro esce oggi dai conservatori senza l’esperienza della strada e dei quartieri del jazz, fonti di ispirazione di questo genere musicale. Suonano benissimo tecnicamente e conoscono la musica molto bene, mancando però della storia che proviene dal quartiere e da quella del jazz stesso. L’anima di questo genere viene da qualcos’altro, non dal solo studio. Il jazz viene dalla storia che c’è dentro.

 

Quali sono le maggiori fonti di ispirazione che illuminano le tue composizioni originali?

Le mie fonti di ispirazione sono sempre state Thelonious Monk e Bud Powell.

 

Tra i nuovi progetti discografici a tuo nome spicca il recentissimo “Evidence” (Live at Caffè Casolani), che hai realizzato con Elio Tatti al contrabbasso e Giampaolo Ascolese alla batteria. Un disco licenziato dall’etichetta Notami Jazz, registrato rigorosamente dal vivo al “Caffè Casolani”, contenente nove brani di cui due tuoi originali e sette standard. Qual è la genesi di questo album?

Ero in tour con il trio. Durante il concerto, che poi è diventato in nome del disco, qualcuno a nostra insaputa ha realizzato una registrazione. Non sapevo nemmeno che ci fosse una registrazione della serata, fino a quando Giampaolo Ascolese mi ha inviato una copia del live. Era una buona ripresa di una performance veramente ottima e meritevole di essere protagonista in un progetto discografico. Premetto che nutro sempre forti dubbi su tutto ciò che faccio, ma in questo caso non ne ho avuti, perché ero convinto che si trattasse di un lavoro pregevole. Quindi, ci siamo affidati alla giovane etichetta “Notami Jazz”, con la quale ho collaborato proficuamente nei miei ultimi tre lavori discografici: “Nice if you can” (Spinning Quintet feat. Mike Melillo), “Remembrance” (Piano Solo) e “Tri-ana-tone” (Mike Melillo al pianoforte e Luca Pecchia alla chitarra).