MICHEL PORTAL | La costanza del rischio nell’incostanza dei generi

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Nella sua fedeltà alla diversità Michel Portal ha modellato una carriera e una progettualità uniche nella babele delle musiche creative, colte, sperimentali e popolari. Non fosse comparso sulla scena alla fine degli anni Sessanta, buona parte della libera improvvisazione, del free europeo e della colta contemporanea (anche d’ambito accademico) non avrebbero i tratti, la vitalità e lo spirito con cui abbiamo a che fare ancora oggi. Perché Michel Portal è l’artista più rigoroso ma anche inclassificabile e sfuggente che possa capitarvi d’incontrare e ascoltare. Un musicista che ha trasformato se stesso in un punto di raccordo tra culture e musiche d’aree differenti, un pertinace paladino dell’incontro, soprattutto di quello fatto in coppia, visto che è anche nel format in duo che spesso ha espresso il gusto produttivo del rischio e ha esercitato la propria specialità.

 

Nato il 27 novembre del 1935 a Bayonne, città francese ai piedi dei Pirenei e pertanto appartenente alla regione basca del Labourd, Michel Portal cresce giocando con gli strumenti. Il padre suonava la tromba e il nonno il bassoon. Il piccolo Portal passa il tempo cavando suoni dalla tromba e dal clarinetto, dal violino e dal flauto. Finalmente a dieci anni sceglie di studiare clarinetto ma il suo ingresso nel mondo della musica è di quelli più impervi, seppur nobili e formativi. Il repertorio a cui si applica con prodigiosi risultati (studia e si diploma al conservatorio di Parigi) è infatti quello degli standard classici per clarinetto scritti da Debussy, Bartok, Brahms, Schumann e Mozart, autori che era abituato ad ascoltare anche in casa sin dall’infanzia. Sullo strumento sviluppa una tecnica sopraffina che gli vale il riconoscimento di premi prestigiosi a Bordeaux, Ginevra e Budapest. La sua curiosità però lo porta già a guardare altrove, a cimentarsi con la musica popolare e tradizionale basca delle bande di paese, a suonare quella leggera (i combo latineggianti di Perez Prado) e finalmente a mettere il naso nel jazz, in principio in quello di New Orleans rivoluzionato da King Oliver e poi in quello delle grande orchestre di Jimmy Lunceford e Duke Ellington.

 

A partire dagli anni Sessanta Michel Portal mette anche sassofono e bandoneon nel suo personale armamentario e riesce nel non facile compito di portare avanti, in modo simultaneo e oltretutto originale, due forti passioni: quella per il free jazz e per la colta contemporanea di estrazione post-cageiana. Su quest’ultimo versante ha modo di farsi apprezzare grazie all’interesse e alla predilezione che nutrono nei suoi confronti alcuni dei più grandi compositori e sperimentatori contemporanei. Clarinetto solista nell’Ensemble Musique Vivante messo in piedi e diretto da Diego Masson, Michel Portal interpreta in modo magistrale il pensiero e la teoria musicali di Pierre Boulez, Karlheinz Stockhausen, Mauricio Kagel e Luciano Berio. Al fianco e al servizio di tali autori risalgono le prime documentazioni registrate della sua carriera, opere certamente astratte, ostiche e provocatorie ma d’assoluto valore storico ed estetico come “Laborintus 2” di Berio su testo di Edoardo Sanguineti (Harmonia Mundi, 1969) e “Aus Den Sieben Tagen” di Stockausen (Harmonia Mundi, 1970) seguite infine da “Exotica” di Mauricio Kagel (Deutsche Grammophon 1971), “Music de chambre” di Poulenc (EMI, 1971) e soprattutto da “Domaines” di Boulez (Harmonia Mundi, 1971), che molti additano come una sue delle migliori esecuzioni al clarinetto su questo difficile ma stimolante terreno.

 

 

Da questi intensi e disciplinati laboratori che rivoluzionano le direzioni della musica d’avanguardia, i rapporti e gli scismi tra scuole di pensiero differenti (corrente cageiana e aleatoria, elettronica ed elettroacustica, serialismo post-weberiano), il ruolo del compositore e dell’interprete, l’interscambio tra partitura scritta e composizione istantanea, si originano in Portal l’idea e la volontà di trasferire in ambito jazzistico e improvvisativo i frutti e le sensazioni di tali esperienze. In questo territorio la posizione del musicista è però subito chiara e divergente: affrancarsi dall’influenza e dalla cattività del free jazz afroamericano per edificare una nuova concezione europea della libera improvvisazione che non sia però totalmente radicale e “priva di memoria” alla maniera di Derek Bailey, Tony Oxley, Alexander von Schlippenbach, Evan Parker, Paul Rutherford o dello Spontaneous Music Ensemble di John Stevens ma che, al contrario, dialoghi con le avanguardie colte europee e quelle free statunitensi estrapolando dai loro metodi e risultati un nuova ricerca sonora pronta a recepire altre influenze e patrimoni (anche genuinamente popolari e tradizionali) in comunione con il modus operandi della creazione istantanea.

 

Il primo esperimento in tale direzione è “Our Meanings And Our Feelings” (Pathé Marconi, EMI, 1969), album d’esordio a lui intestato che lo vede accompagnato da Joachim Kühn, Jean-François Jenny-Clark, Jacques Thollot e Aldo Romano, in cui spiccano pezzi armonicamente sincretici e poliritmicamente scapigliati quali For My Mother e Dear Old Marocco accanto a esercizi di free world music come la mantrica Walking Through The Land e la stessa title track segnata da percussioni d’ogni tipo, piano, ance e varie intonazioni di clarinetto. Nello stesso anno però Portal trova altri validi sodali e interlocutori nel pianista e polistrumentista argentino Carlos Roqué Alsina, nel trombonista francese Vinko Globokar e nel batterista e percussionista Jean-Pierre Drouet. Con essi fonda il New Phonic Art, quartetto che esordisce dal vivo a Berlino e che dopo svariati concerti europei arriva incidere “Begegnung In Baden-Baden” (Werge, 1971) primo album dove lo spartito è completamente abolito a favore di un flusso intuitivo ed esplorativo collettivo espresso in tre composizioni eccezionalmente astratte e a tratti cameristiche, giocate su pause, sonorità onomatopeiche, sfumature di ritmo e timbro ed esplosioni d’insieme. Sulla stessa linea metodologica la formazione è documentata anche in “Free Improvisation”, triplo album antologico della Deutsche Grammophon pubblicato nel 1974, che insieme a quelle del New Phonic Art raccoglie anche le prove di altri due quartetti europei, i tedeschi Wired e i britannici Iskra 1903.

 

Nello stesso periodo e in quello di poco successivo l’irrequietudine creativa e la tensione espressiva di Michel Portal lo conducono di nuovo in sala d’incisione per l’ottimo “Alors!!!” (Futura, 1970), alla testa di uno straordinario quintetto davvero senza frontiere che vede coinvolti John Surman, Barre Phillips, Stu Martin e Jean-Pierre Drouet, un esperimento che farà da anticamera alla più originale e compiuta intuizione del Michel Portal Unit, formazione destinata a divenire nel tempo il porto franco e il luogo elettivo d’incontro di musicisti europei e statunitensi votati al linguaggio della libera improvvisata secondo i canoni dettati dal musicista e compositore francese. A tal riguardo è ancora valido e degno d’essere raccomandato l’ascolto di “À Chateauvallon – No, No But It May Be” (Le Chant Du Monde, 1973, EmArcy, 2003) CD ), registrazione di un concerto dal vivo effettuato nell’agosto del 1972, ad opera di una formazione ancora inizialmente francofona (Michel Portal, Bernard Vitet, Beb Guérin, Léon Francioli, Pierre Favre e la vocalist Tamia Valmont) che destò profonda impressione anche nello stesso Charles Mingus che ebbe occasione di assistervi. Tutti questi documenti, gruppi e momenti artistici sono già sufficienti per intendere la grandezza e l’importanza di Portal quale padre-pioniere del free francese e ancor più quale portavoce di un nuovo modo di intendere la pratica improvvisativa, l’idioma jazzistico e la musica creativa secondo un gusto innovativo e rivoluzionario, di marca squisitamente europea.

 

La carriera di Portal è però solo all’inizio. Ad attenderlo sono nuove eccitanti avventure, collaborazioni, e tantissimi incontri e interessi di cui la sua discografia, paradossalmente, ne testimonia solo una parte esigua. Michel Portal è infatti un musicista attivo più sul palcoscenico che in sala di registrazione, un cacciatore del caso e dell’accidentalità da trasformare in ogni caso in un evento, qualcosa che nasce all’impronta e che dal vivo acquisisce immancabilmente tratti straordinari e irripetibili. Gli anni Settanta lo vedono comunque lasciar traccia della sua continua evoluzione attraverso altri capolavori e piccoli gioielli discografici. La sua natura musicalmente onnivora e il suo eclettismo (anche strumentale) si manifestano in “Splendid Yzlment” del 1972, eccezionale incisione CBS in ensemble con lo svizzero Pierre Favre e gli americani Barre Philips e Howard Johnson, basata su temi orchestrali (Aquellos del otro lado), motivi folk transalpini (Splendid Yzlment) e pulsioni free elaborate in chiave interlocutoria e accelerata con leggere intrusioni anche di stilemi rock (Blindly And Continuously). Acrobatico capolavoro è poi anche “Dejarme Solo!” (Cy Records, 1979, Dreyfus Jazz, 1999), primo disco in solitudine in cui Portal si divide tra sassofoni e clarinetti d’ogni ordine, bandoneon, voce e percussioni per un’esplorazione a tutto tondo delle molteplici forme e influenze musicali in cui ha, fino a quel punto, gettato l’ancora, mentre ancora intestato al progetto Unit (sebbene non sia specificato in copertina) è “Châteauvallon 76” (L’Escargot, 1979), altra eloquente testimonianza dal vivo dell’energia e fantasia creativa di un quartetto che al fianco del leader vede in azione Léon Francioli (contrabbasso), Beb Guérin (trombone) e Bernard Lubat (piano, percussioni).

 

Gli anni Ottanta sono invece inaugurati dal doppio “Arrivederci Le Chouartse” (Hat Hut, 1981), altra registrazione dal vivo intestata ad un trio composto da Portal, Léon Francioli e Pierre Favre, laddove in quattro estese tracce inizia a farsi largo un rinnovato piacere anche per l’intarsio melodico e armonico accanto alla cura per la progressione e struttura ritmica. È questo però il periodo in cui Michel Portal inizia ad applicarsi con maggior dedizione (precedenti sortite risalgono alla seconda metà degli anni Settanta) alla musica per il cinema e alle colonne sonore. “L’ombre Rouge & La Cecilia” (Saravah, 1981) e “Le Retour De Martin Guerre & Balles Perdues” (RCA, 1983) sono solo le prime di tante opere riuscite per il grande schermo, che il musicista e compositore francese sfrutta soprattutto per mettere a fuoco stili contrapposti e atmosfere cinematiche dal particolare effetto espressivo, sperimentando una capacità di scrittura concreta e dinamica nell’arco di minutaggi ridotti.

 

Restando sul terreno della composizione esce poi “Turbulence” (Harmonia Mundi, 1987), album destinato a diventare uno dei più apprezzati (anche in termini di vendite) della sua produzione. Si tratta di un progetto in studio che vede sfilare, parzialmente insieme o in sequenza alternata accanto al leader (in vari format che vanno dal trio al settetto), una squadra di personalità musicali d’alto calibro che rispondono ai nomi di Mino Cinelu, Andy Emler, Jean Schwarz, Daniel Humair, Jean-François Jenny-Clark, Harry Pepl, Bernard Lubat, André Ceccarelli, Yannick Top, Claude Barthélémy e Richard Galliano. Il nocciolo del repertorio spazia dal progressive jazz alla world music inglobando elementi poliritmici africani (Mozambic), genere musette (Basta) ed esotismi di varia natura su linee di note ed accordi che risentono anche della fusion e di un ricorso preponderante a sintetizzatori ed effetti elettronici (vedi la title track). Da sottolineare la presenza di Pastor, pregevole brano a cui Portal si affeziona al punto tale da riproporlo in varie versioni e altre situazioni discografiche vicine a quest’opera. Inutile dire che il leader giganteggia un po’ ovunque dall’alto della sua padronanza tecnica, applicata a quasi tutte le intonazioni del sassofono (soprano, sopranino, tenore, baritono), del clarinetto basso e del bandoneon.

 

Quasi contemporaneo all’uscita del predetto disco è poi il sodalizio di Portal con l’etichetta Label Blue, inaugurato nel migliore dei modi con la pubblicazione di “Men’s Land” (Label Bleu, 1987), registrazione di una speciale serata organizzata il 30 maggio del 1987 alla “Maison de la Culture” di Amiens. Ospiti e protagonisti al fianco di Portal i connazionali Mino Cinelu (percussioni) e Jean-François Jenny-Clark (basso) gli americani Jack Dejohnette (batteria) e Dave Liebman (sax tenore) e il virtuoso chitarrista austriaco Harry Pepl. Quattro i brani originali, di cui Pastor e Men’s Land composti da Portal mentre Ahmad The Terrible e Easy’Nuff recano rispettivamente la firma di DeJohnette e Liebman. Sebbene più accessibile, la musica rientra in un processo sempre molto articolato di strutture per parti soliste e d’insieme. Il tutto a favore di un jazz inclassificabile, sempre moderno e intercontinentale.

 

Importante e determinante l’apporto di Portal per la riuscita anche di “9.11 pm Town Hall” (Label Bleu, 1988), registrazione di un concerto newyorkese effettuato da un quintetto All-Star della scena francese capitanato dal batterista Daniel Humair e completato dai pianisti Joachim Kühn e Martial Solal, dal contrabbassista Jean-François Jenny-Clark e dal chitarrista Marc Ducret. Sarà perché influenzato dal luogo ma in questa circostanza gli arrangiamenti del repertorio sono più allineati all’ortodossia post bop e al linguaggio del free statunitensi, con sette brani brani originali di cui due ciascuno firmati da Portal (la solita Pastor più Alto Blues) e Solal (un esteso Medley seguito da Aigue Marine / Coming Yesterday) e tre da Kühn (l’iniziale From Time To Time Free, la successiva Easy To Read e la finale Changement).

 

Tra il 1991 e il 1992 sono ben otto gli studi di registrazione utilizzati tra Francia e Stati Uniti per portare a compimento le session di “Any Way” (Label Bleu, 1993), album dalla densa e articolata contaminazione che conduce il linguaggio jazzistico nel ventre di una logica “fusion” equilibrata e mai stucchevole, tangente anche la world e la chamber music. Sei composizioni (di cui cinque firmate da Portal ed una dal percussionista e tastierista Mino Cinelu) che esaltano l’idea di un suono contemporaneo reso vivace dalla sovrapposizione di molteplici influenze e culture, come pure architettato su un ampio parco strumentale provvisto da una folta schiera di virtuosi musicisti di varia nazionalità. Tra essi vale qui ricordare Trilok Gurtu, Victor Bailey, Marc Ducret, Andy Emler, Kevin e Robin Eubanks, David Friedman, Gil Goldstein, Daniel Humair, Nguyen Lê, Didier Lockwood, Bernard Lubat, François Moutin, Yves Robert e Kenny Wheeler. A fare impressione è anche il team intercontinentale assemblato per il successivo “Musique de Cinémas” (Label Bleu, 1994), laddove accanto a Doudou N’Daye Rose, Richard Galliano, Aldo Romano, Ralph Towner, Juan José Mosalini, Michel Benita, Mino Cinelu, Laurent Dehors, Guillaume Orti, Andy Emler, Nguyen Lê, Linley Marthe e François Moutin figurano anche i nostri Paolo Fresu e Rita Marcotulli.

 

La seconda metà degli anni Novanta vede Portal ritornare a frequentare il mondo della classica con gli album “Rencontre” (EMI Classics, 1995) – in duo con il clarinettista e direttore d’orchesta Paul Meyer – e “Mozart, Concerto Pour Clarinette” (Harmonia Mundi, 1999), insieme alla Wiener Kammerorchester, ma è artisticamente segnato e marchiato a fuoco dallo spettacolare e acclamatissimo repertorio latin jazz di “Blow Up” (Dreyfus Jazz, 1997), in tandem con Richard Galliano, e dal magnifico “Dockings” (Label Bleu, 1998), uno dei vertici creativi di questa fase della carriera del maestro francese. A rendere prezioso e riuscito il disco è sia un suono jazzisticamente elevato, dinamico e ispirato (Barouf, Solitudes, K.O. e Mutinerie i brani originali da segnalare oltre alla toccante ripresa di Ida Lupino di Carla Bley, qui interpretata al bandoneon) sia il valore tecnico del quintetto che il leader raccoglie intorno a sé, costituito da due nuovi astri della scena francese (il contrabbassista Bruno Chevillon e il pianista Bojan Zulfikarpasic), dal giovane trombettista Markus Stockhausen e da una coppia d’assi statunitensi quali il bassista Steve Swallow e il batterista Joey Baron. A chiudere in bellezza il decennio giunge infine la pubblicazione di “Fast Mood” (BMG France, RCA Victor, 1999), ennesimo confronto in duo, dove a dialogare con i clarinetti e i sassofoni di Portal c’è stavolta (a sorpresa) il piano di Martial Solal. In questo che è il primo autentico incontro tra i due fluoricasse transalpini dopo quasi trent’anni di percorsi separati, si avverte però la tensione e la distanza tra due concezioni musicali diametralmente opposte: quella creativamente emotiva e stilisticamente intuitiva di Portal contro quella formalmente astratta e tecnicamente accurata di Solal.

 

Il terzo millennio conduce invece Michel Portal oltreoceano per la seminale ed esaltante esperienza americana del progetto “Minneapolis”. Un omaggio ad importanti celebrità e personaggi legati alla capitale del Minnesota sulle sponde del Mississippi (Charles Lindbergh, Scott Fitzgerald, Bob Dylan, Judy Garland, Eugene Ormandy, Charles Schulz, Prince) ma ancor di più una reivenzione del linguaggio dell’afroamericana sulle orme di alcuni giganti che più hanno inciso sulla sua storia ed evoluzione in chiave “free” (Ornette Coleman, Charles Mingus) e un viaggio attraverso le più vibranti espressioni o le nuove tendenze che riguardano l’universo della black music (hip hop, rap, jazz-rock, funky-rock, dub-disco-soul). Grazie ad un quintetto di virtuosi e versatili musicisti statunitensi (Vernon Reid, Tony Hymas, Sonny Thompson, Michael Bland, Jef Lee Johnson) tra il 2000 e il 2002 vedono così la luce, nell’ordine, “Minneapolis”, “Minneapolis We Insist!”, “Minneapolis Tour Guide” e “Dipping In Minneapolis” (tutti targati Universal), un poker di album ecletticamente straordinari, frutto sia di session in studio che di concerti dal vivo che documentano un lungo tour diviso tra Stati Uniti e Francia ma soprattutto l’incessante curiosità di Michel Portal unita ad una straordinaria volontà di innovarsi e proiettarsi sempre in avanti.

 

Dopo una proficua e riuscita incursione nei meandri della world music, delle sonorità quartomondiste e delle più ancestrali radici della tradizione poliritmica africana con l’abum “Burundi” (PAO, 2000), nel 2004 esce “Concerts” (Dreyfus Jazz), disco che riporta di nuovo in vetta, tra successi di vendita e critica, il progetto in duo con Richard Galliano, sia in virtù dell’eccezionale interplay, sia di un coinvolgente repertorio latin-jazz-folk basato su composizioni originali e arcinoti standard di Piazzolla, Hermeto Pascoal e Nelson Cavaquinho. Successivamente sono di nuovo il cinema e le colonne sonore i campi che tornano ad assorbire interamente l’attenzione e l’interesse di Michel Portal. Il compositore e musicista francese recepisce tuttavia tale impegno come occasione per sperimentare nuove ipotesi sonore e collaborazioni artistiche. Tra quelle effettuate, particolarmente riuscita e interessante risulta quella intrapresa con il sassofonista François Corneloup e il trombettista, cornettista e vocalist Médéric Collignon per i quindici temi che compongono “La petite Chartreuse” (Universal, 2005). Il ritorno al jazz e all’improvvisazione avviene un paio d’anni dopo grazie al debordante e travolgente “Birdwatcher” (Universal, EmArcy, 2007), incisione in studio in cui Portal ritrova i vecchi amici del progetto Minneapolis (Tony Hymas, Sonny Thompson, Michael Bland, e Jef Lee Johnson) oltre alle frenetiche percussioni di Airto Moreira e al duttile sax tenore di Tony Malaby, con cui ha modo di sviluppare dialoghi e “call and response” strumentalmente avvincenti. Qualche anno più tardi esce poi “Remembering Weather Report” (ECM, 2009), disco intestato al Miroslav Vitous Group (con il celebre leader e contrabbassista cecoslovacco affiancato da Gerald Cleaver, Franco Ambrosetti e Gary Campbell) in cui Michel Portal figura al solo clarinetto basso in veste d’illustre ospite speciale.

 

“Bailador” (Universal, EmArcy, 2010) resta invece l’ultimo disco in veste di leader finora pubblicato da Portal. L’album rappresenta, senza ombra di smentita alcuna, un altro splendido colpo di reni creativo e artistico da parte del geniale musicista francese, il dispiegamento, in termini espressivi, interpretativi e compositivi, di un vocabolario jazzisticamente in equilibrio tra tradizione e attualità, in grado di metter d’accordo chiunque per la cantabilità dei motivi, la particolarità delle strutture e la qualità degli interventi sia individuali che collettivi. A dar sfoggio di classe, accanto al leader, un sestetto tecnicamente spettacolare, in cui figurano l’allora ancora poco noto talento statunitense della tromba Ambrose Akinmusire, il pianista Bojan Zulfikarpasic (anche produttore del disco), il chitarrista elettrico Lionel Loueke, e due formidabili veterani quali il contrabbassista Scott Colley e il batterista Jack DeJohnette. Un gruppo, come abitudine di Portal, internazionalmente assortito e telepaticamente predisposto a contribuire all’esplorazione di registri e soluzioni che innervano di energia, fantasia, poesia e intelligenza otto magnifiche composizioni, di cui sei firmate da Portal (tra esse vale assolutamente la pena segnalare la danzante e avvolgente Bailador, la pulsante Cuba Sì, Cuba No, e la scattante formula soul-electric-jazz di Dolce), una da DeJohnette (One on One) e Citrus Juice tratta dal songbook del pianista e organista francese Eddy Louis. Discograficamente parlando, invece, l’ultimissimo avvistamento di Michel Portal è nel recente “Sphere” (Cristal, 2014), album dal vivo intestato al giovane e bravo trombettista francese Nicolas Folmer, laddove però la fantastica e inconfondibile voce al clarinetto e al sassofono soprano del genio francese connota con la consueta eleganza ed emozione tre soli brani (Stratosphère, Courant d’air e Boules de niege), accompagnato in questo contesto anche dal vecchio e fidato collega Daniel Humair.

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