MAX IONATA | Dall’Abruzzo al Giappone con sax

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Un accogliente sorriso ci spalanca le porte dello studio del sassofonista Max Ionata: un ambiente luminoso ed accogliente, dalle pareti chiare, sulle quali spiccano tre belle ‘esplosioni’ di colore: la trasposizione di immagini di alcuni grandi del jazz su tela, appositamente fatte realizzare anche ad uso ‘insonorizzante’. Così inizia la nostra piacevole chiacchierata…

Foto di copertina di Francesco Truono

 

Max, quando eri bambino, come è stato il tuo approccio con la musica e cosa si ascoltava in casa? C’era qualcuno che suonava qualche strumento in famiglia?

Contrariamente a quanto accade nella maggior parte dei casi, nella mia famiglia non c’era una tradizione musicale. Mia madre è totalmente stonata e mio padre non aveva il senso del ritmo: fischiava le canzoni tutte fuori tempo e questo fatto mi mandava fuori di testa. Fu proprio mio padre che, ad un certo punto, mi comprò un organetto elettrico, uno di quelli con la ventola interna, di marca Giaccaglia. Con questo organo suonavo delle melodie ad orecchio, che erano per lo più cose che sentivo a messa, quando a 6 o 7 anni facevo il chierichetto in chiesa.

La vera ‘chiamata’ verso la musica avvenne quando ci fu il reclutamento per prender parte a dei corsi comunali istituiti dal maestro della banda del mio paese, Atessa. Iniziai a frequentare il corso e cominciammo a studiare la teoria; arrivò poi il momento in cui ognuno di noi poteva scegliere il proprio strumento preferito ed io, come tutti i bambini, avrei voluto scegliere il tamburo, perché volevo imparare a suonare la batteria.
Fu mia sorella a dissuadermi, dicendo che, il tamburo o la batteria erano poco versatili; mio padre avrebbe preferito invece che suonassi la tromba o la cornetta.
Io, in realtà, scelsi il sassofono perché un mio carissimo amico, che era anche lui in banda, mi parlò di questo strumento per la prima volta ed io dissi: “Ma che è ‘sto sassofono?”; all’epoca non avevo mai visto nessuno che soffiasse in uno strumento e lui mi spiegò che era strumento musicale che aveva la forma di una pipa. Fu così che entrambi, in maniera ufficiale, chiedemmo al maestro di suonare il sax. Visto che il maestro doveva formare la sua banda, chiaramente non poteva accontentare tutti e alla fine “ti mollava” lo strumento di cui aveva più bisogno: a me portò un sax soprano, dritto: quando lo vidi, aspettandomi lo strumento ricurvo, con la suddetta forma di pipa, restai molto deluso e gli dissi: “Ma è una tromba?” e lui mi disse che era un sax soprano, lo strumento più importante della banda, anche se in realtà non era proprio così; avevo circa 8 o 9 anni e, preso dall’euforia della novità, subito mi sentii subito molto coinvolto. Al mio amico, che prima di me voleva chiedere di suonare il sassofono, poverino, toccò invece un clarinetto.

Dopo pochissime lezioni, già suonavamo in banda: io sapevo fare molto poco, non ero ancora in grado di leggere la musica, ma andavo dietro alla banda, suonando un po’ ad orecchio; quando non sapevo cosa suonare, facevo il camafro, ossia uno di quelli che segue la banda e fa finta di suonare, per fare numero.

Devi sapere, infatti, che gli ingaggi di una banda per una processione o per una festa, si basano molto sul numero degli elementi che la compongono: il contratto prevede un compenso più alto quanto più la banda è numerosa.

Per noi fiatisti, che suoniamo una nota alla volta, è difficile mettersi a studiare per due ore al giorno quando si è bambini, se non hai un impegno, se non hai in mente un obiettivo; il sapere di dover suonare con gli altri, in banda, che è una situazione aggregante, è una vera scuola di musica e per me fu uno stimolo essenziale.

Quando hai cominciato a suonare anche in altri contesti, in formazioni più piccole e più vicine al tuo modo di sentire la musica?
La musica ha sempre fatto parte di me, io ho sempre avuto il pallino della musica: ho iniziato come cantante e tastierista nelle cover band, suonavo le cover di Zucchero e dei Ladri di Biciclette; facevo anche le imitazioni delle voci dei cantanti e devo dire che mi riuscivano anche piuttosto bene. Provavamo tutti i giorni con gli amici per raggiungere il nostro obiettivo finale, ossia quello di esibirci nelle feste d’istituto di fine anno a scuola. All’epoca suonavo poco jazz, eravamo più proiettati verso la musica fusion o pop e io in genere suonavo la tastiera, cantavo e facevo qualche assolo di sax.

Quello che facevo allora, mi piacerebbe molto rifarlo adesso: ossia vorrei, magari al termine di un mio concerto, cantare un brano, uno standard. Non l’ho ancora mai fatto perché non mi sento ancora pronto ma chissà, forse un giorno accadrà.

C’è qualche collaborazione, tra le tante, che ritieni miliare nella tua esperienza live ed in studio?
Sono un musicista davvero molto fortunato perché ho suonato con tanti grandi strumentisti, sia dal vivo, che in studio: ho avuto tante esperienze bellissime e mi riesce davvero difficile pensare ad uno o due nomi in particolare. Il tutto è avvenuto molto in fretta ed in grande quantità, in una maniera davvero vorticosa: a volte devo fermarmi un momento e razionalizzare tutto ciò che ho fatto; sui due piedi ti dico Lennie White, un grande batterista con cui ho collaborato. Tra gli altri batteristi con cui ho collaborato cito Alvin Queen, Clarence Penn, Billy Hart. Ognuno di loro mi ha lasciato qualcosa, una esperienza, un aneddoto, un’impressione positiva, uno scambio, non riesco a sintetizzare l’attenzione su di una sola cosa.

In venti anni di carriera, ho fatto circa 100 dischi: molti di questi non si conoscono neanche perché non sono arrivati in Italia, sono stati realizzati per il mercato straniero; ognuna di queste esperienze mi ha lasciato qualcosa di importante e non riesco proprio a scegliere.

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ph Carlo Terenzi

Ci racconti qualcosa di cinque dei tuoi lavori che ritieni più significativi per il percorso artistico intrapreso?
Io sono entrato a registrare in studio per la prima volta nel 2000; ho iniziato a fare i dischi all’età di 27 anni ed ho inciso “Little Hand” con il mio primo quartetto: Luca Mannutza al pianoforte, Marco Loddo al contrabbasso e Nicola Angelucci alla batteria. Da allora in poi, ho registrato un disco a mio nome ogni due anni, collaborando soprattutto con altri solisti, che hanno registrato come co-leader, insieme a me: ho realizzato un disco con Daniele Scannapieco dal titolo “Tenor Legacy”, poi, in “Organic”, ho suonato in quartetto con il trombettista Giovanni Amato, Nicola Angelucci alla batteria e Julian Oliver Mazzariello all’organo Hammond. Piano piano, ho iniziato a fare cose più mie e certamente non posso non nominare “Kind Of Trio” (ci mostra il disco, n.d.r.) del 2011 perché con me c’è una delle ritmiche più forti al mondo: Reuben Rogers al basso e Clarence Penn alla batteria, uno dei più quotati a New York; con loro ho condiviso una lunga esperienza in tour ed è stata la prima volta che ho fatto tutto da me: ho curato la produzione del disco, scrivendo quasi tutti i brani, tranne due, portati da loro e l’unica cover che è il tema di “Nuovo Cinema Paradiso”.

Poi c’è la parentesi giapponese, durante la quale ho registrato diversi dischi; ho inciso per la Pony Canyon, i cui dischi si trovano solo in Giappone. Infine cito l’ultimo mio disco in ordine temporale, “Rewind” del 2016, in cui suono con il batterista olandese Frits Landesbergen e l’hammondista Alberto Gurrisi; in un brano c’è anche Amedeo Ariano alla batteria, quando Landesbergen suona il vibrafono; l’ho intitolato così perché, dopo il trio con gli americani e due dischi con Dado Moroni, di cui ti parlerò in seguito, questa esperienza è stata proprio come riavvolgere il nastro e tornare al punto di partenza del 2001, scrivendo tutto da me e riarrangiando da solo anche le cover che ci sono nel disco. In genere, infatti, nella mia carriera, ho sempre chiesto ai musicisti con cui ho collaborato, di dare il proprio contributo per le registrazioni; in questo caso, ho fatto tutto da solo. I cantanti, i sassofonisti ed i trombettisti molto difficilmente sono dei sideman, come accade invece, per esempio, ai pianisti: dunque devi mostrare subito le tue idee, le tue competenze, senza testare le cose con altri.

Da “Rewind”, che è stato il mio ultimo disco, è passato diverso tempo perché ultimamente, sto attraversando un periodo di iper criticità musicale; nel senso che non mi piace fino in fondo ciò che scrivo ed allora strappo i fogli e li butto via.

Devo dirti che i migliori dischi li ho fatti con le scadenze che mi davano le case discografiche; quando mi dicono, ad esempio, che un disco deve uscire ad agosto e che hai marzo come termine ultimo per registrare; allora tu vai in studio, registri con la musica che hai a disposizione in quel momento, anche se non ne sei del tutto convinto; poi esce il disco, alla gente piace e nessuno si accorge di nulla; la gente non saprà mai che a te quella musica non persuadeva fino in fondo. Credo che accada la stessa cosa con gli scrittori; noi siamo un po’ come i comici, i cabarettisti: loro non devono ridere delle loro battute, devono far ridere gli altri. Ritengo dunque che possa non piacerti quello che fai e che ciò che crei debba essere gradito più agli altri che a te stesso.

A me, personalmente, non piace quasi mai quello che suono, appena lo creo; mi capita però a volte di apprezzare alcuni dei miei brani in seguito, man mano che li suono oppure quando li ascolto eseguiti da altri. Credo che accada una cosa simile in cucina, nel senso che una pietanza preparata da qualcun altro ha un valore aggiunto nel gusto, che è caratterizzato dalla sorpresa.
Una delle tue collaborazioni artistiche più continuative è quella con Dado Moroni: come nasce il vostro sodalizio artistico?
Il nostro comune percorso artistico nacque prima del 2000: a quei tempi non ero ancora diventato un musicista professionista, ma facevo turbocompressori in una fabbrica metalmeccanica. Incontrai Dado al festival jazz del mio paese, ad Atessa, dove io guidavo una jam session in un pub; lui era con Amedeo (Ariano, n.d.r.) e facevano un giro organizzato da Cicci Santucci in diversi paesi della costa abruzzese, durante l’estate; quella sera non erano impegnati e vennero ad ascoltare i concerti del festival. Con loro c’era Robert Bonisolo al sax e Philippe Catherine alla chitarra, venuto apposta dal Belgio.
In quel periodo, amavo suonare ma ancora non lo facevo per professione. Su due piedi, devo dire che non riconobbi nessuno di loro: Dado lo conoscevo dai dischi, dalle cassette, ma chi lo aveva mai visto? All’epoca, infatti, non c’era internet e, a questo proposito, ricordo volentieri un bell’aneddoto. Quando suonammo insieme, io gli chiesi: “Ma suonate jazz, voi? Sicuro?”; lo chiesi perché era difficile all’epoca che passasse dalle nostre parti qualcuno che suonasse veramente jazz, al di là di qualche accordo. Lui fu molto gentile, carino, non se la prese per niente e mi fece pure i complimenti per come avevo suonato quella sera.

Insieme a Moroni, hai realizzato degli omaggi musicali per due colossi del jazz mondiale come Stevie Wonder e Duke Ellington. Ci racconti da cosa nasce questa vostra preferenza e quali aspetti delle musicalità dei due artisti avete voluto mettere in luce?
Passò molto tempo prima che Dado ed io suonassimo insieme nuovamente; una volta eravamo a Laigueglia, al festival di Rosario Bonaccorso e ci fu un artista americano che non arrivò sul palco perché, si scoprì poi, stava dormendo in albergo, a causa del jet lag. Rosario allora chiamò me e Dado e ci chiese di suonare qualcosa insieme per mezz’ora; noi due salimmo sul palco senza dirci una parola e decidemmo al volo di suonare qualcosa di Duke Ellington. Mentre suonavamo, accadde qualcosa di bellissimo, il pubblico era entusiasta e, non appena finì il concerto, ci dicemmo che dovevamo subito registrare qualcosa. Allora mi misi in contatto con l’etichetta Jando Music, che realizzò il disco “Two For Duke”. Sull’onda del successo del primo lavoro, fu la casa discografica stessa che ci chiese di realizzare un secondo disco: noi volevamo fare “Two for Monk” o “Two For Parker” (per il quale allora ricorreva il sessantesimo anniversario dalla morte), ossia restare legati a qualche musicista sempre dell’ambito jazz.

Fu il produttore a proporci di omaggiare Stevie Wonder e fu una bellissima idea, in effetti. Quando ci mettemmo a lavorare per adattare la “nostra voce” a quella di Stevie, ci rendemmo conto che lui faceva parte del nostro mondo, che veniva proprio dal jazz: sono infatti delle musiche, le sue, che hanno un mood molto jazz, che va verso quella direzione .

Suonammo quindi in studio le melodie di Wonder e l’approccio che avemmo fu il medesimo di quando omaggiammo Ellington: registrammo così il nostro secondo disco insieme, “Two For Stevie”. All’inizio, almeno per quel che riguarda me, trovavo impossibile poter riuscire a suonare con il sax brani che erano nati per essere cantati, parlati e raccontati. Invece, approcciando i pezzi, mi resi conto che, grazie alla grande genialità di Stevie, il percorso era già praticamente tracciato.

In questo lavoro, abbiamo cercato di mantenere le tonalità originali, suonando i temi senza nessuna modifica o quasi, perché abbiamo pensato che fossero talmente belli, che non ci fosse bisogno di nessuna manipolazione; ci siamo limitati a fare qualche cambiamento solo in un paio di casi, quando abbiamo suonato Overjoyed in 5/4 ballad, mentre lui la suona in pop ballad e poi con Don’t Worry ‘Bout A Thing, che abbiamo suonato in 3/4, facendo dei cambiamenti nella ritmica.

Se ascolti i due dischi realizzati in duo con Dado Moroni a confronto, ti accorgi che l’uno è il prosieguo dell’altro e questa, effettivamente, è una cosa eccezionale.

Con Dado continuo a suonare spesso in concerto e stiamo anche pensando di realizzare un ulteriore lavoro in tandem: il prossimo artista da omaggiare potrebbe essere Gershwin, la cui produzione artistica ci stimola molto.

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ph Carlo Terenzi

Scorrendo alcuni titoli della tua discografia come “Dieci”, “Coffee Time” ed “Inspiration”, notiamo spesso la collaborazione con Fabrizio Bosso; come è nata questa sinergia tra voi?
La nostra collaborazione nasce come nascono la maggior parte delle sinergie artistiche; ossia ci si incontra ad un evento o in una certa circostanza e parte il sodalizio.

Io, in particolare, chiamai Fabrizio Bosso a suonare nel mio disco “Dieci” e lui venne molto volentieri, facendo una partecipazione a livello assolutamente amichevole: di questo, ancora lo ringrazio perché lui era già molto conosciuto e mi aiutò moltissimo dando il suo prezioso contributo. A dire il vero, la cosa andò precisamente in questo modo: nel 2009, avevo noleggiato la sala di registrazione per due giorni perché dovevo registrare “Inspiration”, il mio primo disco giapponese, che ha venduto migliaia di copie e mi ha reso popolare in Giappone; tra gli ospiti c’era, oltre a Fabrizio, anche il grande Gegè Telesforo; facemmo talmente in fretta a registrare che, in un solo giorno, terminammo il lavoro. Dissi loro allora che avevo degli altri brani pronti e ci rivedemmo in studio anche il giorno seguente e li registrammo. Questi pezzi sono rimasti nel mio cassetto per un paio d’anni. Li tirai fuori quando mi contattò Matteo Pagano della Via Veneto Jazz, che mi propose di realizzare un lavoro per la sua etichetta: gli diedi dunque questi brani che avevo messo da parte e che confluirono nel mio nuovo cd, “Dieci”. Il disco si intitola così perché, avendo iniziato a suonare in maniera professionale nel 2000, celebravo i miei primi dieci anni di carriera. Fui io, in quella occasione, a mettere in contatto Giandomenico Ciaramella della Jando Music e Matteo di Via Veneto Jazz.

Prima, hai menzionato la colonna sonora di Nuovo Cinema Paradiso, con cui hai omaggiato Ennio Morricone in un tuo lavoro. Cosa ti ha spinto in versione trio a scegliere questa colonna sonora nota? Hai un interesse anche per le colonne sonore o quella è un caso unico?
A me piace molto la musica da film e, in particolare, mi affascinava quella melodia, che ho pensato subito potesse funzionare in trio; in quel caso particolare, mi piaceva l’idea che due musicisti americani che non avevano a che fare con compositori italiani e con il cinema italiano, suonassero una cosa italiana con me; in studio. Poi ho scoperto – devo dire senza stupirmi più di tanto – che conoscevano già bene il brano e che avevano visto più volte il film, perché gli era piaciuto molto. Del resto, lo conoscono un po’ ovunque, perché il film è un premio Oscar, tra l’altro!

In un disco del 2006, realizzato in duo con Luca Mannutza, “Lode 4 Joe”, hai tributato un omaggio al sassofonista Joe Henderson. Ci racconti qualcosa in merito a questa esperienza?
Quello era un periodo in cui, come si suol dire, “mangiavo pane e Joe Henderson”; suonavo spesso con Luca ed una persona mi propose di produrre un album; decisi allora di realizzare questo omaggio ad Henderson ed insieme a Mannutza scrivemmo due brani dedicati a lui, uno a testa. Il mio era Lode 4 Joe, che diede il titolo al lavoro ed è anche un gioco di parole tra l’inglese e l’italiano; questo titolo è stato un pò la sfortuna di questo disco, perché era difficile da trovare. Il disco, infatti, non fece dei numeri degni di nota in quanto a vendite, ma deve aver girato comunque molto a livello digitale perché mi capita spesso di confrontarmi con persone che me ne parlano.

Come trascorri le tue giornate in questo tempo di confino preventivo?
Per me non è cambiato molto, perché, per mia natura, sono un tipo piuttosto casalingo. Ciò che è diverso e mi dà dunque un po’ d’ansia, è che ciò mi sia stato imposto da qualcun altro.

Io, normalmente, trascorro molto tempo in casa, a praticare lo strumento, dunque, in sostanza, non c’è una grande differenza tra ciò che facevo prima e ciò che faccio ora, quando sto a casa. Certamente è venuta a mancare la parte live, il tour di appuntamenti dal vivo che mi portava fuori casa e quello è stato ed è un danno grosso: pensa che ho dovuto annullare venti giorni di concerti che dovevo fare in Giappone, proprio in questi giorni, oltre a tutti gli altri impegni già presi. Spero che tutti riusciremo presto a riprendere a suonare dal vivo e che comunque, in generale, si trovi una soluzione al più presto e che questa brutta situazione si risolva per tutti.

Intanto, ho in mente di fissare una data di registrazione per un nuovo disco e di lavorarci su, avendo, appunto, davanti a me, una scadenza predeterminata. Questo periodo di stop, a causa del corona virus, arriva infatti per me dopo una intensa attività live all’estero, che non mi ha consentito di fermarmi, come avevo già pensato di fare, per dedicarmi alla composizione di materiale da utilizzare in studio per nuove registrazioni. Dunque vorrei approfittare di questa pausa forzata per potermi dedicare soprattutto a questa attività.