“MADRE” è un libro di poesia. “PADRE” è il disco che ne consegue… o che lo incita… o che lo corona. Credo che non ci sia una ragione univoca e credo anche che per la canzone pulita e pregiata di Luciano D’Abbruzzo abbiamo poco da giustificare e da spiegarci. Il cantautorato pop di quei suoni ben prodotti e snelli, senza ridondanze, senza tappe obbligatorie per rendersi “attuali” contro la piaga del tempo che corre… la lirica che cerca allegorie e quel modo di non inseguire per forza il bello canonico o le melodie che funzionano per radio e social. È un disco da capire, da maneggiare con cura… un ottimo lavoro d’artista che veste anche i panni (forse scomodi) di un messaggero della cosa pubblica.
La tua scrittura sembra cercare il quotidiano nelle piccole cose. Perché oggi abbiamo così bisogno di restituire valore all’intimo, secondo te?
Perché ci hanno convinto che importanti siano solo le cose al centro dell’attenzione mediatica, che credo del tutto libera non possa essere. Sensazionale, più grande, più rumoroso. Sento il bisogno, e per primo ci provo, di riappropriarmi di tutto quel tempo che passiamo ogni giorno a leggere fatti che poco ci riguardano, a scapito di quelli seri. Anche questa intervista potrebbe esserlo… ah ah ah.
Quando penso alle grandi e alle piccole cose a confronto, approdo quasi sempre al paragone delle cellule del nostro corpo: trentamila miliardi, che quando sono della giusta dimensione vanno tutte d’accordo, in un’armonia magnifica. Quando siamo in salute. Quelle cellule che poi si ingrandiscono a dismisura iniziano a infettare e a fagocitare le altre, generando mostri. Credo proprio che, per l’organizzazione della società, dovremmo buttare un occhio, anzi tutti e due, al funzionamento naturale delle cose. Madre Natura insegna.
In “PADRE” il tema della genitorialità diventa anche educazione, responsabilità e memoria. Che tipo di padre senti di essere, o di voler diventare, nella vita e nell’arte?
Non credo che un padre debba insegnare a camminare davanti agli altri. Ti deve tenere, certo, quando inizi a muovere i primi passi, ma poi, quando il cucciolo è cresciuto, una cucciola nel mio caso, deve spiccare il volo da sola, nei cieli che decide lei. Un padre, semmai, dovrebbe avere il coraggio di camminare accanto. Vorrei essere il tipo di padre che non consegna certezze, ma strumenti. Nella canzone Ti lascio, scritta per Cristiana, ho immaginato di essere un cartello stradale che, senza clamore, urla o invadenza, ti indica solo parte della strada, i limiti di velocità e le curve pericolose. Poi la scelta rimane… a chi guida la propria esistenza, o almeno ci prova.
Il suono è sempre raffinato: la produzione com’è stata? Quanto suono live e quanta improvvisazione c’è?
Ho sempre pensato che la produzione migliore sia quella che non si mette in mostra, che non smette di servire la canzone. In questo album abbiamo cercato di lasciare respirare i brani. C’è molto suonato, molta attenzione alla dinamica, agli spazi, perfino agli errori. Ho registrato i brani alle Officine Meccaniche di Mauro Pagani, a Milano, con Taketo Gohara, con strumenti veri, amplificatori veri, suonati e usati qualche lustro fa dalla PFM o, per fare un nome a caso, da De André. I suoni sono venuti da soli nel banco. Scherzi a parte, ho avuto la fortuna che i brani siano stati suonati da musicisti veri, amici ed eccezionali. L’improvvisazione c’è stata nel registrare Pilato, che inizialmente non era prevista. Poi, l’ultimo giorno di studio, rimasta qualche ora, Taketo, che prima aveva escluso un altro brano per il poco tempo a disposizione, esce nel giardino dei fumatori e mi dice: «Vuoi fare il pezzo che dicevi, piano e voce?». Premetto che non dovevo cantare quella mattina, quindi sveglia tardi, caffè e aperitivo quasi simultanei, una manciata di Marlboro… e mi chiede di cantare? Finisce che la suono due volte, dall’inizio alla fine; si aggiunge un suono tribale di batteria di Niccolò Fornabaio e la canzone è finita. Poco più di un’ora. Ringrazio sempre il cielo quando accade il miracolo di cantare una canzone dall’inizio alla fine accompagnandomi al piano e poi finisce così, nuda e cruda, nell’album. Taketo esclama infine, sorridendo: «Luciano, hai otto minuti. Riesci a farne un’altra?».
Nel disco emergono figure civili come Falcone, Borsellino, Navalny e Gino Strada. Quando una canzone entra nella dimensione pubblica, come cambia il ruolo dell’artista?
Non credo debba cambiare il ruolo dell’artista. È una domanda che mi appassiona non poco, la tua, e la risposta dovrebbe essere un minimo articolata. Ci provo. Il termine politica credo faccia riferimento alla polis, all’organizzazione della città e dell’espressione dei cittadini. Tutti dovremmo essere interessati a questa nobile idea di politica, perché siamo parte di indirizzi, vie, quartieri, aiuole e parchi, anime insieme ad altre anime, ed è qui che viviamo. Poi, invece, la politica che vediamo nelle trasmissioni urlate e nei telegiornali è altra cosa. I capi che vediamo sembrano tappi di bottiglia, li vediamo in cima ma non riusciamo a scorgere la mano che quei tappi ha collocato… L’artista non dovrebbe, secondo me, entrare e trasformarsi in un attore di quel teatrino politico. Scrivendo e cantando delle cose, delle persone, del quotidiano, si è politici, eccome. Certo che, se ti arriva una valanga di denaro di diritti da aziende multinazionali e, direi, istituzionali, poi non sei più tanto libero di essere imparziale. A caval donato… cambia la bocca.
Non dovremmo neanche essere chiamati a fare una scelta di campo, che poi è una scelta limitata sul “chi” e non sul “che cosa”. Falcone, Borsellino, Gino Strada e Navalny non appartengono a uno schieramento: appartengono alla coscienza. Persone che hanno pagato un prezzo altissimo per restare fedeli a un’idea di giustizia e di libertà. In un cervello che funzioni non esistono solo la destra e la sinistra: esistono anche il sopra, il sotto, il dietro e tutti gli spazi intermedi. Rido, da solo e di gusto, mentre rispondo.
Plastica nel mare usa l’inquinamento come metafora anche dei rapporti umani. Politica o semplice e banale perdita di etica?
Sì, perché noi portiamo fuori quello che siamo dentro e, nelle rispettive grandezze, ciascuno inquina per quanto abbia un animo inquinato. Nei rapporti umani sembra vincere l’egoismo e il profitto come benzina dell’ego. Il profitto estremo sta causando tutto questo. Sorrido e piango pensando al manipolo di leader mondiali che governano il mondo intero. Se ne salva qualcuno? Ne vogliamo parlare? Collego le due domande e torno ai temi della risposta precedente. Quel tipo di politica non conserva neanche più un minimo, un briciolo, un sasso o un sassolino di etica da auto tirarsi davanti allo specchio. Con condanne per truffa e stupro si può governare il mondo? Sai, vorrei tanto che Musk potesse essere tassato in qualche modo per l’utilizzo del cielo, delle nuvole e dello spazio intorno alla terra. Come le nostre macchinine nelle strisce blu, le barchette nel mare, le tasse sulla casa e il suolo pubblico dei tavolini dei bar.






