Intervista a Chris Agnoletto sul suo nuovo disco, “Secondo atto”

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A distanza di quattro anni esce il tuo secondo disco da solista. Quanto ti senti “Antonio Guidi” in questa vita? Perché?

Antonio Guidi sono io. Ovviamente non sono un serial killer, ma in tutto quello che scrivo c’è una parte di me, una mia proiezione, e quindi ci sono anch’io dentro questo personaggio di fantasia. Antonio Guidi crede di avere ancora speranza nell’umanità di questo tempo, sempre più cinica e violenta, sempre più attaccata alla materia e sempre più slegata dalla sua parte spirituale; sicché, per salvarla, ritiene che eliminarla sia la soluzione più naturale. Antonio Guidi, al contrario di quello che può sembrare, è una persona empatica, e lo è talmente tanto che fa la stessa fine delle sue vittime. Antonio Guidi è un perdente, ma lo è in maniera consapevole e sa che dalla sconfitta non può che imparare, persino anche dalla sua morte, paradossalmente. Quindi, forse, non è poi così perdente.

Cosa pensi sia cambiato dalla guerra combattuta in “Canzone in trincea” alla guerra contemporanea? Cosa è invece rimasto uguale?

La guerra è sempre stata fatta per soddisfare gli interessi di alcuni poteri contro altri poteri, a discapito dei soliti disgraziati che vanno mandati a morire per difendere interessi economico-finanziari e di geopolitica, mascherati da alti ideali. Si moriva allora esattamente come si muore oggi; la guerra sarà sempre sinonimo di morte, è questo è un fatto aberrante che non si dovrebbe mai accettare. Ciò che è cambiato sono i mezzi tecnologici usati nei combattimenti, perché oggi può bastare davvero un nonnulla per far scomparire l’umanità, ed è cambiata l’informazione che oggi è così debordante da creare una forte disinformazione: prima sapevi poco o nulla, oggi sai tutto, ma non sai se ciò che viene raccontato sia vero oppure no.

Parlaci di “Nero”, cosa ti ha ispirato alla scrittura del brano?

Mi ha ispirato un ragazzo senegalese che girava per le sdraio sulla spiaggia di Jesolo, vendendo libri. Comprai uno di questi che raccontava la storia del suo viaggio in cerca del suo posto nel mondo, disposto a sacrificare le sue radici e i suoi affetti per dare un senso e una speranza alla sua presenza su questo mondo, per provare a cambiare una vita che sembra segnata in modo irrimediabile e ineluttabile dal fato.

Chi potrebbero essere ai nostri tempi due come Sacco e Vanzetti?

Oggi lo Stato ha molta meno paura dei sovversivi, perché in qualche modo è riuscito a integrarli nel Sistema, li ha divorati creandosi gli anticorpi necessari per neutralizzarli. Oggi non c’è più nessuno veramente ‘contro’, le ideologie sono crollate in nome del capitalismo, del consumismo e della globalizzazione. Con tutta la manipolazione mediatica che c’è in atto, anche le voci contrarie sono voci di velluto, voci bianche che parlano… in corsivo! Svuotando di materia grigia e spirituale chiunque si connetta a uno smartphone, a un PC o a un televisore. Detto questo, i “Sacco e Vanzetti” di oggi sono tutti gli appartenenti alle cosiddette minoranze che non hanno i mezzi sufficienti per potersi difendere dalle ingiustizie e dalle vessazioni.

Pensi abbiamo fatto dei passi avanti dalla strage di Capaci ad oggi? Perché?

Lo scenario politico-istituzionale è profondamente cambiato da allora e anche la mafia non è più quella delle stragi di Capaci e di Via D’Amelio. Quella mafia stragista non c’è più, ma questo non vuol dire che non esista e che non faccia ancora i propri affari. La mafia di allora fu usata come braccio armato da chi nelle istituzioni, o in parti deviate di esse, voleva cambiare gli equilibri e mettere fuori gioco, assassinandoli, coloro i quali stavano cercando, col loro mestiere di giudice, di difendere lo Stato e che, probabilmente, avevano scoperto cose che non dovevano scoprire.

Ti è rimasta un po’ di speranza nell’umanità?

La speranza è l’ultima cosa a cui ci aggrappiamo prima di morire, ad esempio. Ecco, se non ce l’avessimo, saremmo morti dentro. La speranza è quella molla che ci può dar modo di cambiare le cose così come stanno. Per quanto mi riguarda, la mia speranza è un piccolo raggio di luce dentro una grande e oscura grotta, ma c’è.

Se avessi un figlio, gli insegnerei quello che non ho ancora imparato, cioè ad essere felice.