HITRA | Transparence

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HITRA
Transparence
AMP Music & Records AT085
2021

Se iniziamo ad acquisire un vario grado di confidenza con i talenti norvegesi della presente band, nemmeno ci sfugge l’impegno del migrante in arte Alessando Sgobbio, visionario pianista particolarmente attivo sulla locale scena, ma non unicamente, forte di un cursus che lo ha condotto a co-condurre o comunque esperire la già strutturata realtà del gruppo Pericopes (nelle sue diverse incarnazioni) e la più recente e non meno articolata associazione free-style Silent Fires.

Concepita in sodalizio con il batterista Øyvind Skarbø, il contrabbassista Jo Berger Myhre e non certo in ultimo il chitarrista Hilmar Jensson, entro l’aggregante milieu della Norwegian Academy of Music in Oslo, la nuova esperienza discografica prende titolo dalla suggestiva, omonima isola del paese scandinavo, e ne abbiamo condiviso l’ascolto proprio con il pianista ed ideatore Sgobbio,, concentrandoci in primis sulle implicazioni dei titoli, in cui ricorrono rimandi a identità geografiche e cittadine, che accogliamo ad identificazione di immaginativi luoghi dello spirito e dell’immaginazione. “Questa tua definizione mi risulta calzante, ed alquanto esatta. L’itinerario di “Transparence” prevede soste spirituali, fisiche, metafisiche o temporaneamente invisibili. L’isola di Hitra, in Norvegia — e il suo nome dal suono così misterioso e evocativo — diventa il confine spirituale denominatore di questo itinerario. A metà disco, troviamo un omaggio alle luci di uno dei villaggi dell’isola norvegese (The Perfect Light of Sandstad), seguito da un altro riferimento topografico al coraggioso complesso architettonico della banlieue parigina (Cité Des Poètes).

 

Il lavoro si apre sulle imperiose ondulazioni elettro(nico)-acustiche della fremente ed increspata Lebtit (“ispirata all’antica città perduta de Le Mille e Una Notte, successivamente raccontata da Jorge Luis Borges e Georges Perec”), in cui esordisce la compatta concentrazione dell’ensemble a quattro, diversamente sancita dallo sfuggente, a tratti guizzante clima trans-rock della breve Sêtu (“riflessioni sulla simbologia del ponte”), vivacizzato da inserti e schegge della tastiera acustica.

L’ondulante clima dell’onirica fusion di Künftiges (“escatologie immaginarie“) potrà riuscire non a torto familiare in quanti avvertissero dimestichezza con un certo sound d’antan (prodigalmente espresso anche in molti solchi di produzione ECM, ad esempio); nebulosa e tesa, la densa atmosfera in The Perfect Light Of Sandstad rende con efficacia una apocalittica dimensione post-industrial, e nella già efficacemente citata  Cité Des Poètes la pulsazione vitale vivacizzata dal limpido e tonico chitarrismo s’aggrega nel drammatico crescendo dei tutti, pur confermando una strategica rinuncia all’adozione di una orientativa “forma” stilistica, con rimandi a svariati  stilemi e filoni senza peraltro adottarne nessuno definito.

“Concordo, e credo anche che l’attenzione timbrica e ‘drammaturgica’ abbia un peso più considerevole rispetto a eventuali preoccupazioni di dover aderire (o meno) a un determinato canone stilistico; dalle prime impressioni, la (relativa) brevità dei brani avvalora l’idea della rinuncia (apparente) alla strutturazione, e trovo che uno degli aspetti più interessanti e speciali di questo disco sia la concentrazione e serenità di fondo con la quale si è svolta la seduta di registrazione”.

 

Le impressioni (e le concezioni) sul programma rimanente sono coerentemente confermate nel clima thriller ad intro della sapiente imbastitura drammatica in Labtayt, tematicamente analoga alla successiva To See Was To Be, cogliendo l’epilogo nel clima cangiante e nel denso inchiostro di Lebenslauf, a cconclusione di un programma nelle cui connotazioni di sound non possiamo non avvertire (e non certo per la prima volta) il valore del fattivo interventismo del sound-engineer Stefano Amerio.

Alcune sezioni dei brani sono state finalizzate proprio in studio. Abbiamo volutamente lasciato uno spazio considerevole all’improvvisazione e all’ascolto reciproco, e il lato interessante di questo procedimento è che, ad un certo punto, certe improvvisazioni o passaggi di una determinata composizione si siano tramutati a loro volta in veri e propri brani, con una struttura spontaneamente coerente. Dopo una successiva fase di post-produzione in cui con Jo Berger Myhre ci siamo ritrovati a Oslo per riascoltare le varie takes e ragionare ad una prima struttura del disco, ho quindi ho effettuato un’ultima revisione dei brani prima di finalizzarli presso lo Studio Artesuono di Stefano Amerio, al quale va il plauso per aver realizzato un missaggio e un mastering incredibili, contribuendo anche a un paio di chicche sonore presenti nel disco”.

 

Ci congediamo dunque dall’attrattivo, nuovo lavoro a firma norreno-italica, attingendo ancora al commento, a nome del collettivo, da parte del nostrano artista di profilo internazionale, le cui parole consideriamo a prologo di una più ampia conversazione in forma d’intervista da ospitare su queste pagine:

“Mi piace anche pensare a questo disco come una colonna sonora che accompagna l’ascoltatore o l’ascoltatrice attraverso i suoi propri luoghi quotidiani: vivi, magnifici, protetti, deturpati, alienati, gentrificati, reali, immaginari”.

 

 

Musicisti:

Hilmar Jensson, chitarre
Alessandro Sgobbio, pianoforte
Jo Berger Myhre, contrabbasso
Øyvind Skarbø, batteria

Tracklist:

01. Lebtit 1:42
02. Sêtu 2:46
03. Künftiges 4:28
04. The Perfect Light Of Sandstad 3:49
05. Cité Des Poètes 5:03
06. Labtayt 5:51
07. To See Was To Be 3:47
08. Lebenslauf 5:26