Giosi Cincotti: Neapolis in fabula

0
327

Un omaggio alla Canzone Napoletana che rielabora il complesso materiale di questa cultura con profondo rispetto della tradizione, e’ l’ideale cui Giosi Cincotti tende nel proporre questa sua “fatica” a cui ha lavorato negli ultimi 5 anni. È una rielaborazione non solo popolare, alla stregua degli interventi operati da Roberto De Simone, Eugenio Bennato o La Compagnia di Canto Popolare, ma piu’ specificamente “filologica”, intervenendo sul Classico Napoletano con la pienezza di tutto il suo carico di magia, cuore e originalita’.



S.C.: Come nasce “Neapolis in fabula”? qual e’ stata “l’emergenza interiore” che ti ha spinto a lavorare su questo tema?
G.C.: In realta’ nasce da un caso e dalla passione per la canzone classica napoletana e soprattutto per il mondo delle favole, che condivido con la cantante Mena Cacciapuoti. Il nostro incontro e’ stato casuale e ha visto emergere queste passioni in comune. Da qui il progetto di lavorare sulla dimensione fantastica della cultura napoletana, che fonde insieme ragione e fantasia. Si e’ definita subito la linea degli arrangiamenti con i quali curare la rielaborazione del messaggio insito nella canzone napoletana, quasi come togliere la “muffa” dai volumi di un’antica biblioteca e rileggerli alla luce delle conoscenze piu’ recenti. Quindi ho cercato di identificare la ritmica caratterizzante ogni singolo brano e vedere dove mi portava, se in direzione di un gospel, di un tango, la colonna sonora di un cartone animato, ritmiche africane oppure mediterranee, senza assolutamente intervenire sull’intoccabile melodia della canzone classica, ma solo sulle armonie. Ho trattato queste canzoni come fossero degli standard americani, citando il tema e improvvisandovi sopra, plasmandolo secondo le nostre esigenze, il nostro gusto e la nostra voglia di sognare.



S.C.: Come si e’ formato il gruppo che lavora con te a questo progetto?
G.C.: Come dicevo in modo casuale con Mena, poi, pero’ avendo un’idea di fondo rispetto allo stile del progetto ho scelto in direzioni ben precise i miei collaboratori. Quello che per me e’ una condicio sine qua non e’ il rapporto umano tra le persone. Dico sempre che la musica nasce fuori del palco, nasce dalle relazioni, dall’amicizia, dalla capacita’ di ridere e stare bene insieme, questo sta alla base della formazione del gruppo, diversamente non potrebbe nascere musica tra persone in tensione tra loro e nello specifico la dimensione sognante che caratterizza questo progetto sarebbe stata un’utopia. Inizialmente il gruppo era formato dal duo piano e voce, attraverso il quale ho potuto sperimentare bene la direzione di cui parlavo prima, varianti armoniche, ritmiche, aiutato dalla dimensione intima dell’ensemble e dei posti in cui abbiamo suonato all’inizio. Poi si sono alternati vari percussionisti passando alla formazione in trio con Michele Maione. Importante la collaborazione di Marzouk Mejri, che e’ ospite anche nel disco. Mi ha dato un’altra visione di quello che puo’ essere la percussione attraverso il rimarcare questi classici in sonorita’ piu’ mediterranee, tramite l’uso di strumenti musicali tipici della sua terra, lontani dalla nostra cultura caratterizzata da tamburi a cornice. Naturalmente il passo successivo e’ stato rispondere all’esigenza di avere un basso. Se prima le esecuzioni erano una via di mezzo tra l’improvvisazione e l’esecuzione, a quel punto ho dovuto scrivere le parti per inserire il contrabbassista, Marco de Tilla, nello spirito del progetto, tralasciando l’intrigante condizione per il pianista di sostituire il basso. In quartetto abbiamo raccolto successi ed affetto inaspettati da parte del pubblico, proprio in relazione alla “magia” che ci siamo prefissi come obiettivo di questo spettacolo e del disco. Questo mi ha dato un incredibile stimolo, rafforzando la certezza che l’idea originale da cui tutto e’ partito aveva anche un gran potenziale di coinvolgimento emotivo sul palco e in platea.
La svolta e’ arrivata sempre casualmente durante alcuni concerti fatti al Pan di Napoli, dove abbiamo incontrato Licio Esposito. I suoi lavori su sabbia proiettati sul fondo, danno allo spettacolo la dimensione anche visiva di quella famosa magia di cui parliamo. Il confronto creativo con Licio ha prodotto l’idea di inserire gli attori, Ciro Girardi e Paolo Cresta, facendo scrivere un testo che fosse attinente alla Napoli che stiamo raccontando da un grande conoscitore della nostra citta’ nei suoi anfratti piu’ nascosti, Marcello D’orta.



S.C.: Nonostante lo spettacolo sia un tributo alla Canzone Napoletana, i riferimenti sono molto colti e spaziano nella stratificata tradizione culturale della citta’ di Napoli. Come si sposa tutto questo con la tua impostazione jazz?
G.C.: Noi ascoltiamo questa musica nelle strade di Napoli da quando nasciamo e cresciamo con quel “suono” nella testa senza sapere che la radice ritmica africana in tre, lo swing con suddivisione ternaria, non e’ croma punto semicroma, ma e’ la terzina accentata sul primo tempo forte e l’ultimo debole. La musica africana e’ in 6/8, la tarantella e’ in 6/8!!
La musica napoletana e’ molto vicina alla musica africana, almeno quanto il blues. Jelly Roll Morton ha inserito la tinta spagnola con la scala araba aggiungendo il sincopato e tutte le cellule creative che espandendosi hanno dato vita allo swing. È tutto collegato, cosi’ ho trattato il classico napoletano come uno standard americano, perche’ e’ il nostro standard. La canzone napoletana e’ fra i tre forti ceppi di tradizione musicale che ci sono al mondo, insieme alla canzone brasiliana e lo standard jazz. Il Modern Jazz Quartet suonava spesso i classici napoletani. L’ultima frontiera jazz e’ rappresentata dalle sperimentazioni di Danilo Rea che ha operato in questi termini su Baglioni, Nora Jones e di Bollani che ha fatto lo stesso su Battisti. Ci stiamo spostando, il jazz europeo sta sviluppando percorsi diversi rispetto a quello americano, siamo bianchi e interpretiamo diversamente questa musica per cultura e tradizione. In effetti, il jazz parte come contaminazione di base, i neri deportati si trovarono a fianco comunita’ di italiani, francesi e spagnoli che si portavano dietro le loro musiche tradizionali, come la quadriglia. In potenza queste sono cellule gia’ presenti nel jazz e si sono amalgamate sviluppandosi nel tempo al momento giusto.
Trovo sia interessante fare questa operazione sul classico napoletano visto che sintetizza originalita’ e struttura.



S.C.: Perche’ la citazione cosi’ “letteraria” di temi famosi in riferimento ai generi e non semplicemente il riferimento ad un genere, quale puo’ essere il tango o il gospel? Penso a Libertango, al ragtime col tema dei Simpson, alla disneyana “When you wish upon a star”.
G.C.: In questi temi, su cui ho elaborato l’improvvisazione, sono presenti similitudini armoniche, metriche e ritmiche identiche alla struttura dei classici eseguiti. All’ascolto, infatti, risultano assolutamente naturali e non forzati proprio grazie all’identificazione della cadenza comune: I – VI – II – V, creando un’integrazione naturale con la ritmica e l’armonia africana o con gli elementi della musica latina o a volte con le colonne sonore dei cartoni animati, secondo gli elementi comuni ovviamente.
Nelle citazioni c’e’ anche l’intenzione di sottolineare ironicamente certi collegamenti. L’ironia e’ una gran componente di questo lavoro e si manifesta nel tema dei Simpson per esempio o anche cercando di giocare con le note, con i temi, con i ritmi e con le armonie salvando quest’approccio si filologico ma anche giocoso in termini creativi.
È un lavoro di nicchia interpretato in questi termini, ma resta la sua grande potenza comunicativa che viene dalla strada.



S.C.: Rispetto al disco in uscita e che porta lo stesso titolo dello spettacolo, cio’ che caratterizza lo spettacolo e’ la componente “magica”, quella che il pubblico puo’ vedere sul palco e che cattura i sensi, ossia gli attori, l’illustratore, la gestione dello spazio. Come e’ stata pensata la sceneggiatura?
G.C.: Diciamo che nasce da una domanda che motiva tutto lo snodo dello spettacolo. Viene organizzato un processo alla citta’ di Napoli, con un giudice cui si chiede se ancora vale la pena cantare la Canzone Napoletana al mondo, sottintendendo ovviamente l’aspetto sognante e contraddittorio, a volte paradossale che caratterizza la “natura” del napoletano. Infatti, i personaggi sono rappresentati dal gobbetto, il monaciello e lo iettatore, che sintetizzano l’aspetto superstizioso e simbolico della cultura del sud. Ci serviva una contaminazione artistica altra, che desse voce in maniera piu’ completa all’idea originaria.



S.C.: Come si inserisce la recitazione di “favole e leggende della Napoli misteriosa ed esoterica” in un percorso musicale cosi’ articolato, qual e’ il vero legante del poderoso materiale che portate in scena?
G.C.: Spero proprio che l’effetto finale sia un amalgama ben equilibrato, stiamo provando in questi giorni, faremo la prova generale domenica mattina [22 febbraio, n.d.r.] e capiremo dove apportare gli ultimi ritocchi. La proiezione dei lavori di Licio comunque, rappresenta l’elemento sospeso, quello che collega psicologicamente l’esperienza sensoriale della musica con quella intellettuale del testo, creando un ponte con l’emozione immediatamente percepibile in un contesto che coinvolge mente e sensi.
Lo spettacolo si articola in maniera apparentemente casuale, sintetizzando l’aspetto confusionario ma soprattutto imprevedibile di quello che puo’ succederti camminando per le strade di Napoli, quindi non c’e’ una sequenza razionale di canzoni e testi, l’unico vero elemento di collegamento e’ lo “spirito napoletano”.