Nuova voce nella scena italiana indipendente, altra prova che si lascia sottolineare proprio per la capacità di essere quasi esclusivamente l’unico protagonista in gioco. Un disco home-made e realizzato in prima persona da Filippo Gabbi in arte Gabber dal titolo “Luna”: e la prima cosa che salta all’occhio è la capacità di non ripiegarsi su se stesso, non tradire la produzione affidandola ai soliti cliché ma va detto come, nonostante la “solitudine”, Gabber ha saputo anche fare ricerca e avventurarsi in percorsi sghembi. E certamente le “solite” soluzioni arrivano a governare un po’ tutto il disco che abbraccia il pop ed il rap assieme, ma ci sono spunti, intuizioni, ingenue prese di posizioni che non sono per niente scontate. “Luna” è un disco davvero intimo e personale. Tanti i piani di lettura che potremmo mettere in campo per accomodarlo dentro l’intricato ricamo di ognuno di noi.

 

Parliamo innanzitutto di produzione. Perché questo disco è un’immensa farinata del tuo sacco, vero?
Sì, ma sono stato aiutato anche da Rob The Child che mi ha dato una mano a sistemare molto di ciò che si sente nel disco.

A parte questa precisazione, sono contento di aver dato tanto anche in fase di scrittura delle parti strumentali oltre che alla composizione dei testi. Aiuta a rendere l’esperienza il più personalizzata possibile e molto vicina a ciò che avevo in mente da subito.

 

E restando sul tema diventa interessante questo: come hai evitato di utilizzare la stessa soluzione compositiva e di arrangiamento per tutto il disco?
Per la maggior parte ho iniziato scrivendo le parti strumentali e solo successivamente i testi. Questo in genere è stato il processo di scrittura. Sono abituato a fare così da quando ho avuto le prime esperienze musicali con le varie band in cui ho suonato.

La variazione penso più che altro sia dovuta al mix dei generi che mi sarebbe piaciuto portare nel cd e così ho fatto. È stato molto importante ascoltare tantissima musica di molti stili differenti per quanto riguarda le strumentali e leggere tanto per i testi.

E parliamo di collaborazioni o anche solo di ispirazioni? “Luna” è figlio di…?

Il disco è figlio di ciò che ascoltavo maggiormente nel periodo in cui l’ho composto.

Ho voluto dargli un taglio attuale nel sound, non è quindi difficile trovare beat trap che potrebbero essere presenti in “I Am > I Was” di 21 Savage, il pop con dei synth parecchio sostenuti come potrebbe essere il “The Weeknd” di Starboy, il rock più recente dei Bring Me the Horizon o l’acustica dei Touché Amoré.

In tutto questo non mancano rimandi anni ’90 a Moby o gli Underworld.

Tuttavia, questi sono solo alcuni degli artisti che mi hanno influenzato maggiormente nei 4-5 mesi di composizione, ce ne sono molti altri e naturalmente ci sono, più di ogni altra cosa, le mie idee.

 

E sempre parlando di scrittura: quanto hai deciso di restar vincolato alla forma pop e quanto invece hai provato la libertà e la trasgressione delle forme?

Ogni brano ha la mia interpretazione, non era mia intenzione per questo disco avere un taglio sperimentale, mi piaceva l’idea di fare un cd pop di qualità e con un ottimo sound.

Questo non vuol dire legarsi agli stilemi di un certo pop da classifica con testi e melodie talmente ripetitive da rasentare il trash.

Quello che ho voluto fare è stato avere la libertà di poter scrivere tutto da zero, personalizzare il disco dalle basi alle copertine, i video, i photoset e anche il modo di presentarlo.

Devo ringraziare obbligatoriamente tutti quelli che mi hanno aiutato a realizzare tutto questo e anche me stesso per la mole di lavoro che mi ha richiesto.

Fare tutto questo per il proprio disco non so se lo definirei trasgressione, di cui mi importa relativamente, penso più che altro che richieda tanto tanto amore per ciò che fai.