Enzo Pietropaoli: note dal basso

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S.C. Subito una domanda a bruciapelo. Quando hai capito che la musica sarebbe stata la tua strada? E perche’ la musica e’ diventata il tuo canale di comunicazione preferito?


E.P. Naturalmente non c’e’ stato un momento preciso, i miei genitori mi raccontavano che fin da piccolo mi piaceva produrre musica con tutto cio’ che mi capitava tra le mani, la passione evidentemente era nel dna, ma direi che una certa consapevolezza si e’ manifestata piu’ o meno intorno ai 15 anni, a 20 ho iniziato a lavorare con la musica e il sogno e’ diventato realta’.
Il fatto che la musica sia diventata il mio canale di comunicazione preferito e’ la conseguenza di questa passione e mi ritengo molto fortunato, penso che la musica sia, tra le arti, il maggiore canale di comunicazione, fa apparire cose invisibili, provoca emozioni forti, basti pensare come, per esempio nel cinema, la scelta di una musica piuttosto che un’altra puo’ condizionare fortemente l’impatto emotivo delle immagini.



S.C. Tra i musicisti che ti hanno “segnato” citi sempre Chet Baker. Al concerto di Mirano (n.d.r. 20 marzo 2009 – leggi qui la recensione) gli hai dedicato un pezzo sottolineando l’aspetto umano della sua vicenda personale. Quanto e’ stata importante la collaborazione con lui umanamente e musicalmente?


E.P. Musicalmente importantissima, essere cosi’ giovani e poter suonare con uno dei tuoi miti e’ un’emozione indescrivibile e un grande insegnamento. Umanamente sono passato dalla mitizzazione a un certo disagio quando ho cominciato a percepire che il suo rapporto con la droga, pesante in quel caso, condizionava quello umano e mi sono gradualmente allontanato, ma mai giudicandolo.



S.C. La conoscenza di quali altri musicisti ha contribuito alla ricerca del tuo stile?


E.P. Piu’ che la conoscenza personale e’ stato l’ascolto dei grandi musicisti che hanno fatto la storia della musica e del jazz in particolare. Quando ho iniziato a suonare esistevano solo gli LP, ogni nuova scoperta, a volte puramente casuale, veniva metabolizzata e costituiva un passo avanti nella formazione del linguaggio e della personalita’. Ci sono state molte “fissazioni”, il blues, il rock, Parker, Coltrane, Bill Evans, Miles Davis, i Weather Report, e via via fino a oggi, l’elenco sarebbe lunghissimo.



S.C. Il contrabbasso e’ un elemento legante in una band come in un’orchestra, un “motore” armonico e ritmico. Ma tu hai pensato di “liberarlo” da ogni costrizione affiancandogli l’elettronica. Com’e’ nata l’idea del progetto per contrabbasso solo?


E.P. Onestamente credo che l’elettronica sia un elemento piu’ vincolante che liberatorio, piuttosto la considero un colore in piu’, un mezzo per differenziarsi, per esprimere qualcosa di diverso e di personale. Credo che la vera liberazione avviene quando sei completamente solo con lo strumento, possibilmente in una dimensione totalmente acustica.



S.C. Sei un musicista discograficamente molto prolifico, ma questo e’ “solo” il quinto album da leader. Hai abbandonato per un momento l’amato trio, che credo sia la formazione a te piu’ congeniale, per l’impellenza di esprimere qualcosa di solamente tuo. Da quali bisogni nasce questo disco?


E.P. La risposta e’ gia’ nella tua domanda: dall’impellenza di esprimere qualcosa di solamente mio.



S.C. Il pregiudizio nasce ogni qualvolta ci si trova a confrontare con la variante che rompe lo standard. Nota di basso evidenzia potenzialita’ insolite per il contrabbasso, indicando una strada percorribile alla nuova generazione di musicisti.


E.P. Da molti anni si sono sviluppati organici assai inconsueti nella storia del jazz e in generale della musica, dunque un basso solo non e’ piu’ una novita’, ma il pregiudizio esiste sempre e puo’ essere piu’ che lecito. Per me la sfida e’ stata di vincere gli eventuali pregiudizi cercando di emozionarmi ed emozionare usando uno strumento originalmente nato per altri scopi.



S.C. Cosa pensi dell’improvvisazione e di chi ce l’ha a morte con questa forma di espressione?


E.P. Penso che non conta se si improvvisa o no ma come si improvvisa, cosi’ come non conta come se si esegue musica scritta ma come la si scrive e come la si esegue, poi ognuno puo’ pensare cio’ che vuole.



S.C. Che musica ascolti quando non suoni?


E.P. Le cose piu’ diverse, classica, rock, pop, generi trasversali, qualsiasi cosa abbia, per me, qualita’, oltre ogni genere, e confesso: poco jazz, in passato ho gia’ dato.



S.C. Una collaborazione o una scelta che non rifaresti se potessi tornare indietro e invece quella che rifaresti ad occhi chiusi, musicalmente parlando.


E.P. Ci sono due scuole di pensiero, la prima dice: “se sono arrivato dove sono arrivato e’ anche grazie alle scelte sbagliate, dunque rifarei esattamente tutto quello che ho fatto”
La seconda dice: “aaaahhhh, se rinascessi!!!”
Non saprei, non ho ancora capito bene come funziona … la sola cosa di cui mi rammarico, nella musica, e’ di non avere incominciato prima.