EMANUELE CISI: giramondo con sax

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In occasione del concerto del Rolff Naked 4et alle Cantine dell’Arena di Verona, abbiamo incontrato il sassofonista Emanuele Cisi, musicista tra i piu’ apprezzati in ambito europeo. E lui non si e’ affatto negato…

S.C.: La tua esperienza francese e’ diventata un’eperienza di vita. Cosa vedi guardando il jazz europeo da Parigi e cosa guardandolo da Torino?

E.C.: In realta’ la mia esperienza francese, che risale ormai a qualche anno fa (parliamo del periodo tra ’98 e 2003, grosso modo) si e’ estesa un po’ a tutta l’Europa, nel senso che spesso lavoro in tanti paesi diversi; per esempio in questo istante sono nel mezzo di un tour in Belgio, con un quintetto belga-olandese di cui faccio parte da 3anni, e con cui abbiamo registrato un cd che ha da poco vinto il premio Django d’Oro come miglior disco jazz del 2009. E tutta la scorsa estate l’ho trascorsa negli Stati Uniti, facendo un sacco di esperienze fantastiche. Devo dire che lavorando molto fuori dall’Italia si ha una visone piu’ chiara e reale del nostro paese, e dello stato, triste a dirsi, catastrofico in cui versa attualmente, da tutti i punti di vista. Si’, e’ vero, ci sono tanti giovani talenti… ma ormai ci sono dappertutto, e da noi la meritocrazia non esiste. Quindi, se non conosci qualcuno di “importante” o se non sei abilissimo nelle pubbliche relazioni, nessuno in linea di massima fara’ caso a te. Fuori e’ un po’ diverso e da parte degli addetti ai lavori (organizzatori, promoters, giornalisti, critici, ecc.) c’e’ un po’ piu’ di curiosita’, di apertura… non circolano sempre e solo i 3 o 4 nomi come qui!

S.C.: Gli elementi e le influenze che finiscono nei tuoi dischi hanno provenienze disparate. Quali sono quelle piu’ originali o insospettabili?

E.C.: Beh, per esempio nel mio ultimo lavoro, “The Age of Numbers”, credo, per la prima volta, di aver rivelato compiutamente una parte di me che forse sinora era rimasta inespressa: quella piu’ legata alla libera improvvisazione, a forme piu’ aperte e ad atmosfere meno “straight ahead”, per capirci.
Era da tempo che desideravo farlo e realizzarlo e’ stato piuttosto liberatorio; ma comunque il mio cuore batte sempre piu’ per la musica puramente acustica e il mio attaccamento alla tradizione del jazz cresce giorno dopo giorno. E’ come una sorta di grande albero secolare all’ombra del quale puoi scoprire e investigare nuovi cunicoli che portano a mondi nuovi e lontani…. ma senza quell’albero non vai da nessuna parte.

S.C.: Tra le tue idee originali c’e’ il progetto innovativo di collaborazione con Rahzel, human beatboxer. Al di la’ della sua realizzazione, come lo hai concepito?

E.C.: Quando sentii Rahzel la prima volta fui folgorato: lui non e’ solo un campionatore umano incredibile, ha un feeling e uno swing strabilanti, per me e’ un jazzista, nell’anima; uno che improvvisa, che si relaziona con l’esterno, con i musicisti e il “terreno” musicale in cui si trova, in modo davvero creativo. Non so se riusciro’ mai a realizzare qualcosa con lui, e se si’, in che termini… ma sono certo che se mai dovese capitare, sarebbe una interessantissima esperienza per entrambi.

S.C.: Considerata l’apparente distanza del genere rap e jazz, come intendi la fusione di linguaggi cosi’ diversi e che previsioni puoi fare sulla direzione del jazz europeo di questi anni?

E.C.: Come ho detto prima, per me e’ la grande tradizione del jazz, quella che parte da Louis Armstrong e arriva sino ai nostri giorni, che puo’ permettere incontri e intrecci tra epoche e stili diversi… perche’ si parla bene o male sempre di un linguaggio comune, riconoscibile. E’ quando si esce dall’ombra dell’albero che, secondo me, possono iniziare i “problemi”. Per essere piu’ chiaro: oggi una delle parole d’ordine e’ “contaminazione”. Non importa cosa, l’importante e’ contaminare. Non sono d’accordo. Quando si parla di Jazz, l’origine e’ stata si’ una contaminazione, ma tra due universi culturali, l’Africa e l’Europa, lontani ma rispettivamente ricchissimi (l’armonia europea e il ritmo africano) e in qualche modo complementari. Insomma, non so quanto abbiano da spartire la musica classica indiana e le tarantelle, o i cori bulgari e gli oud marocchini, tanto per parlare a caso… chissa’, magari tra 50 o 100 anni questi incroci apparentemente impossibili daranno grandi frutti, ma per il momento sinceramente non ne vedo.

S.C.: La tua scelta strumentale ha visto l’abbandono del sax contralto in favore del soprano. Cosa ti ha spinto in questa direzione?

E.C.: All’inizio la scoperta di Coltrane, e anche di Steve Lacy, che considero il piu’ grande sopranista puro (e anche l’unico) mai esisitito. Poi dal soprano al tenore il passo e’ stato breve… e li’ ho trovato la mia vera voce.

S.C.: Premesso che certi linguaggi diventano esclusivi per il nostro bisogno di esprimerci, tra le infinite passioni che si possono avere, perche’ la musica e non la scultura o la fotografia o altro?

E.C.: E chi lo sa?? “Music is my Mistress” diceva Ornette Coleman e per me e’ lo stesso: Lei mi ha scelto, quando sono nato, Lei ha pervaso i miei pensieri e le mie emozioni sin dalla prima infanzia, Lei mi ha fatto suonare uno strumento. Non sono io che ho scelto Lei, e’ Lei che ha scelto me!

S.C.: Le tue collaborazioni piu’ significative negli ultimi anni?

E.C.: Sicuramente questo gruppo fiammingo, Bart De Foort-Emanuele Cisi Quintet, con cui ogni concerto e’ una gioia. Poi il progetto Detroit-Torino insieme al mio collega anche lui tenorista Chris Collins, che e’ un interessante parallelo tra le nostre due citta’ fatto di musica e fotografia e che nei prossimi mesi vedra’ anche il coinvolgimento delle orchestre sinfoniche di Torino e Detroit. Grazie a questo progetto ho suonato tanto negli States negli ultimi anni.
E poi assolutamente voglio citare la mia collaborazione con La Venexiana, un ensemble di musica antica, specializzato in Monteverdi e considerato uno dei migliori al mondo. E’ un’ esperienza fantastica per me; mettere il mio suono al loro servizio! Abbiamo appena registrato un disco che uscira’ in primavera…non vedo l’ora…

S.C.: Il quartetto con Rolff e’ molto singolare e tu sei parte di un suo progetto. Come consideri il tuo apporto in questo ensemble e cosa ti ha convinto di Rolff?

E.C.: Massimiliano e’ uno di quei giovani musicisti che prendono le cose sul serio, e’ preparato e scrive bella musica. Inoltre ha assemblato secondo me un ottimo quartetto e il mio suono contribuisce a creare un sound particolare. Almeno credo…

S.C.: Se ti trovassi a parlare con un giovane talentuoso quale sarebbe il primo segreto che sveleresti su Emanuele Cisi musicista e quale sul mondo del jazz?

E.C.: Segreti non ce n’e’… l’unico segreto e’ studiare, studiare e studiare, tutti i giorni o non appena se ne ha la possibilita’. Il Jazz e’ musica esigente, da tutti i punti di vista, e per suonarla per davvero, bisogna viverla, come diceva Charlie Parker. Sembra un concetto semplice, ma ti assicuro che lo si capisce solo invecchiando…

S.C.: Perche’ secondo te il jazz rimane un contesto culturale di nicchia?

E.C.: Perche’ da sempre e’ una musica che fa girare pochi soldi… e quando inizia a farne girare di piu’…e’ perche’ non e’ piu’ jazz veramente, sta diventando qualcos’altro… probabilmente pop.

S.C.: Recentemente Benson ha dichiarato che il merito di aver reso il jazz alla portata di tutti gli viene dal fatto che i suoi pezzi sono “facili da ricordare” e che quando il jazz e’ diventato elaborata ricerca interiore di suoni e direzioni ha perso l’elemento comunicativo di fondo che lo ha sempre caratterizzato. Come commenteresti questa affermazione?

E.C.: Questo c’entra molto con la domanda di prima: Benson non ha portato il jazz alla portata di tutti. Ha scritto e interpretato meravigliosamente delle canzoni pop “travestite” da jazz o brani in cui i suoi soli eccezionali di chitarra si snodano su fondali assolutamente NON jazz,  fatti di armonie semplici e orecchiabili.
Sono d’accordo che, soprattutto oggi, il jazz in molti casi perde la sua comunicativita’. Se diventa troppo cerebrale o…contaminato (!) perde alcuni dei suoi elementi fondamentali, lo swing prima di tutto. Pero’ attenzione, ne’ Miles ne’ Parker ne’ Coltrane si possono considerare “orecchiabili”, ma per tutto il resto…….

S.C.: Puoi identificare delle fasi nella tua carriera che ritieni ti abbiano arricchito o privato di qualcosa?

E.C.: Nessuna fase mi ha mai privato di nulla, al contrario. Ogni esperienza, anche quelle piu’ negative, mi hanno sempre insegnato qualcosa… e tutti gli incontri con musicisti straordinari (penso a Clark Terry, Jimmy Cobb, Nat Adderley, Tootie Heat per citarne qualcuno) con cui ho avuto il privilegio di condividere musica sono stati il mio “nutrimento” per crescere e migliorare.

S.C.: In che fase siamo adesso? O ce n’e’ una nuova in arrivo?

Studio tanto, cerco di lavorare sempre di piu’ sul mio suono come ho sempre fatto e continuero’ a fare! E sto pensando a un nuovo gruppo….vi terro’ aggiornati….

E noi restiamo in attesa di queste notizie, fatte di gruppi nuovi e di musica travolgente, tra “contaminazioni” classiche e idee creative.