BINKER AND MOSES | Feeding The Machine

0
344

BINKER AND MOSES
Feeding The Machine
Gearbox Records
2022

Quando esordirono nel 2015 con “Dem Ones” Binker And Moses diventarono un po’ gli White Stripes del nu jazz britannico, risposta tardiva al duo statunitense Corsano-Flaherty che all’austera e rigida formula “sassofono-batteria” si era già immolato sin dal 2000 con l’album “The Hated Music”, proseguendo fino al presente con una pletora di dischi alquanto sotterranei e carbonari.

 

Va da sé che andare avanti, per tanti anni, restando fedeli a tale asset, la corda la tira, eccome. Ti ritrovi a fare concerti e incisioni che spesso diventano solo copie carbone fini a se stesse e non forniscono alcun contributo all’evoluzione della musica a meno che non t’inventi un modo unico e originale di suonare, il che, soprattutto nel campo del jazz, è cosa alquanto difficile e improbabile, vista la folla di campioni innovativi che ha già segnato, da un secolo e oltre, la storia della musica afroamericana.

Di fronte a tale evidenza il duo londinese è subito corso saggiamente ai ripari con il successivo e vieppiù acclamato “Journey To The Mountain Of Forever” (Gearbox, 2017), doppio concept album in cui il piatto della casa offerto nel primo disco veniva abilmente variato nel secondo grazie allo strategico contributo e alternarsi di validissimi ospiti tra cui il trombettista Byron Wallen e il sassofonista Evan Parker.

Ancor più astutamente, con il lancio promozionale di quel progetto (un doppio live set, eseguito nel giugno del 2017 presso il Total Refreshment Centre di Londra) il duo ha vissuto di rendita pubblicando prima “Alive in The East?” (Gearbox, 2018) e poi “Escape The Flames” (Gearbox, 2020), insieme null’altro che il resoconto completo di quella stessa performance.

Ad esser franchi, disseminata e coltivata in tutti questi lavori è una miscela di post-bob, free, spiritual jazz, funk ed esotico quartomondismo sci-fi che all’orecchio di chi s’intende davvero di musica afroamericana può risultare tanto accattivante quanto poco eclatante. Una questione molto simile a quella suscitata oltreoceano dal caso Kamasi Washington. Che i due siano tecnicamente dotati e preparati nessuno lo mette in dubbio, ma il paradosso è che da quando hanno incrociato le loro strade (suonando e affiatandosi nella band della vocalist e producer Zara McFarlane) le cose migliori e più interessanti Binker Golding e Moses Boyd le hanno fatte stando separati.

Basterebbe, infatti, ascoltarsi il paio d’album incisi e autopubblicati dal batterista con il progetto personale Exodus (“Time and Space” del 2016 e “Displaced Diaspora” del 2018) oppure la coppia d’album a proprio nome (“Absolute Zero” del 2017 e l’ancor più eclettico “Dark Matter” del 2020) per ritrovare spunti realmente avventurosi, contaminazioni e idee sperimentali maggiormente in linea con ciò che molti attribuiscono essere i meriti della nuova scena jazz inglese.

Più incline e fedele, invece, al tradizionale solco jazzistico è il percorso solista del sassofonista. Se da un lato abbiamo il piacione repertorio post-bop offerto dall’album “Abstractions Of Reality Past And Incredible Feathers” (Gearbox, 2019), dall’altro vi sono incursioni in territori più audaci effettuate con il pianista Elliot Galvin in “Ex Nihilo” (Byrd Out, 2019) e in trio con John Edwards e Steve Noble nell’album “Moon Day” (Byrd Out, 2021), lavori entrambi votati alla libera improvvisazione più radicale e spettinata di marca europea.

Ora il ritorno in scena del fenomeno Binker And Moses con il nuovo album “Feeding The Machine” (registrato presso i New World Studios di Peter Gabriel con il produttore Hugh Padgham) mette in campo quella (falsa) novità che è il binomio di jazz ed elettronica. Pertanto a cambiare un po’ il sapore alla solita minestra sono qui gli effetti di nastri e loop manipolati in forma di texture e delay da Max Luthert, in arte buon contrabbassista e collaboratore di Boyd nel progetto Exodus nonché già partner della coppia dai tempi di “If You Knew Her” (Brownswood, 2013), secondo album di Zara McFarlane.

Pur essendo già stata indagata e impiegata con ottimi risultati da Boyd nel “Dark Matter” sopra citato, l’opzione elettronica di “Feeding The Machine” ha prevalentemente il ruolo di sostenere ed espandere le possibilità espressive delle ance e delle percussioni. Ciò spiega il titolo particolare dell’album, visto che sono gli strumenti di Golding (soprattutto) e Boyd ad alimentare ed ispirare i dispositivi utilizzati da Luthert e non il contrario.

Pertanto l’ascolto delle sei tracce totalmente improvvisate in scaletta (che insieme non superano la cinquantina di minuti) trasmette subito la netta sensazione di una nuova rotta, magari risaputa benchè esplorativa, ma finalmente più attuale e contemporanea. Di certo sembra che la frequentazione di Binker Golding con gli improvvisatori di razza prima menzionati abbia influito non poco sul suo fraseggio aggiornandone anche il registro espressivo. Se prima erano le voci di Rollins e Coltrane quelle più imitate ora la sua respirazione circolare sembra anche includere e fondere insieme quelle di Marshan Allen, Evan Parker e Jan Garbarek.

Sui gorgheggi elettronicamente trattati delle sue ance, Boyd sparge un ampio spettro d’accenti, colori e soluzioni ritmiche: tempi serrati e sincopati (After The Machine Settles) alternati a beat rocciosi e iperfrazionati (si ascolti Accelerometer Overdose, la traccia forse migliore e più interessante del lotto). I tre musicisti si lasciano e si prendono nel corso di ipnotiche progressioni in crescendo, imboccando sentieri e vortici impregnati d’impalpabili polveri intergalattiche (Active-Multiple-Fetish-Overlord), oppure generando situazioni e finestre con vista su enigmatici panorami spiritual-ambient (vedi le atmosfere squarciate dal suono del soprano nella conclusiva Because Because).

Alcuni hanno pensato d’illustrare le caratteristiche e le sonorità di “Feeding The Machine” accostandolo al tanto chiacchierato e incensato “Promises”, pubblicato lo scorso anno da Floating Points in collaborazione con Pharoah Sanders e la London Symphony Orchestra. A parte l’unico ed estemporaneo momento artistico condiviso da Moses Boyd con Sam Sheperd nel 2016 per la realizzazione del singolo iperfunky “Rye Lane Shuffle” (riproposto due anni dopo, insieme alla b-side Drum Dance, nella track list di “Displaced Diaspora” del progetto Exodus), direi che il paragone e le possibili somiglianze sono abbastanza fuori luogo, considerate anche le sonorità, le modalità realizzative e le finalità estetiche dei due prodotti.

Rispetto a “Promises”, le tracce di questo disco si tuffano in acque differenti ed anche più agitate. Piuttosto, volendo soppesare il valore e i risultati artistici di “Feeding The Machine” restando in terra d’Albione e sullo stesso terreno (jazz improvvisato ed elettronica), vorrei ricordare quanto già fatto e sperimentato meglio in tal senso dagli Spring Heel Jack (altro duo) con gli epocali album “Masses” e “AMaSSED”. Si era all’inizio degli anni Zero, la nuova scena inglese del “future jazz” già esplodeva, muoveva altri bei passi (i Polar Bear, Malcom Catto e gli Heliocentrics … ve li ricordate?) ed era anche più stupefacente.

Voto: 7/10
Genere: Avant Jazz / Impro / Electronic / Ambient

Musicisti:

Binker Golding – soprano sax, tenor sax
Moses Boyd – drums
Max Luthert – live tape loops, electronic effects

Tracklist:

01. Asynchronous Intervals
02. Active-Multiple-Fetish-Overlord
03. Accelerometer Overdose
04. Feed Infinite
05. After The Machine Settles
06. Because Because

Links:

Binker Golding
Moses Boyd
Gearbox Records