ARUÁN ORTIZ | Créole Renaissance

ARUÁN ORTIZ
Créole Renaissance
Intakt Records
2025

Non soltanto a riguardo dei confratelli operanti nella label elvetica con prove di piano solo (tra i più recenti si consideri quanto rilasciato da Sylvie Courvoisier, Alexander Hawkins, Alexis Marcelo – oltre ai rappresentatissimi Irène Schweizer o Alexander von Schlippenbach, ed il cerchio non è chiuso) diremmo che la prova solistica, se non attinga a momento di perfezione almeno aspiri a grande auto-esposizione ed ambizione di verità.

E tale sembra dichiararsi il nuovo spazio personale imbastito dal polivalente e naturalmente esplorativo pianista cubano Aruán Ortiz, preceduto in tal senso da un’importante, analoga prova solistica (“Cub(an)ism”, Intakt 201), a sua volta successivo di due decenni rispetto ad un primo album giovanile (“Impresión Tropical”).

L’urgenza e la progettualità nel riproporsi entro una così personale formula prendono in buona parte spunto dal modo in cui “poeti della Négritude come Aimé e Suzanne Césaire e René Ménil hanno impiegato tecniche surrealiste per plasmare un nuovo tipo di narrazione della vita e della storia della diaspora africana nei Caraibi”. S’infittisce insomma il già composito cocktail di influenze del creativo pianista, ben a suo agio entro gli stilemi del neo-free e del post-bop, responsabilmente tributario del colto lascito del Novecento europeo. E sembra confermarsi, ed avvalorarsi, il tipico lirismo astratto, improntato ad ermetismo e rigorismo, in cui in apparenza ogni elemento semantico del’isola nativa viene spogliato di fruibilità immediata e negato alla spendibilità quale scorciatoia dell’ascolto.

Improntato a toni severi e grotteschi, il brano d’apertura L’Etudiant noir  espone un peculiare contrasto timbrico ed atmosferico tra i gorghi materici della gamma medio-grave con le scintille aguzze della mano destra, esitando in una non banale lezione di camerismo contemporaneo, come con coerenza ed inventiva si paleserà il rimanente programma.

Questo sèguita, a partire dai materiali ellingtoniani di Seven Aprils in Paris (and A Sophisticated Lady) , verso un passaggio ben più intimista e macerato, di dilatazione dello spettro della coscienza, che guadagna spirito e strutturazione nella parte conclusiva.

Assai affine al brando d’apertura, l’agitante e sincopata Légitime Défense  è una concisa sintesi d’arguzia e concitazione chiaroscurale. Diversa la concezione della successiva From the Distance of my Freedom, ove sull’erratica progressione della tastiera si declina a voce un’esposizione di eterogenei (ma convergenti) spunti speculativi essenzialmente puntanti alla “identità” così come alla “esclusione”  dei colonizzati; di tono fermo e riflessivo l’espressione verbale del pianista, che modella con sagace tratteggio strumentale, in libertà  ritmica e dinamica, un passaggio di formula originale e palesemente più “politico” entro l’articolata sequenza.

Sfuggente e di tono impressionista il carattere di We Belong to These Who Say No to Darkness, che imbastisce un visionario arazzo d’astrattismo agendo con pennellate violente e guardinga sottrazione di tracce sonore.

Aruán Ortiz

Due concisi passaggi s’avvicendano:  Première Miniature (Créole Renaissance)  è dunque l’eponima track, che nel suo rapido incedere, palesa inclinazione alla turbolenza e al senso dell’invettiva; Deuxième Miniature (Dancing)  amministra il carattere ‘danzante’ del titolo conferendo forma, mercé rapide ed esplosive sequenze accordali, a movimenti esagitati e vorticosi.

Sorta di tributo e pacificazione con il film-evento che fece esplodere la storica musica habanera, il titolo Lo que Yo quiero es Chan Chan non palesa invece alcun contatto col clima immediato della pellicola, conferendo al brano conclusivo un carattere austero e concentratissimo, omaggiando comunque con modalità statuarie l’iconica hit del compianto Compay Segundo.

Ortiz conferma e ri-argomenta il suo importante profilo creativo ed identitario non soltanto nel roster della label elvetica (che regolarmente lo propone anche quale intelligente braccio pianistico del titolatissimo quartetto di James Brandon Lewis), ancora attestandosi per la netta seriosità, e lo spiccato grado di responsabilizzazione formale e partecipativa.

In articolare rientra, con coerenza rispetto al precedente “Cub(an)ism nel dibattito sulla realtà composita e contraddittoria della terra originaria, a tutt’oggi piagata da un vissuto allarmante. La credibilità politica del Nostro sia stata spesa entro un lavoro di altri segni e diversamente dedicatario, l’album a programma su Martin Luther King – “Pastor’s Paradox”  (CleanFeed 2024), che invitiamo a recuperare, ma ne riescono garanti in primis il rigorismo espressivo e la concentrata disamina creativa, elementi fondanti della personale linea poetica, austera e criptica.

 

Musicisti:

Aruán Ortiz, pianoforte

Tracklist:

  1. L’Etudiant noir 6:20
  2. Seven Aprils in Paris (and A Sophisticated Lady) 7:03
  3. Légitime Défense 3:03
  4. From the Distance of my Freedom 7:45
  5. Première Miniature (Créole Renaissance) 2:17
  6. The Great Camouflage 6:49
  7. Deuxième Miniature (Dancing) 2:38
  8. We Belong to These Who Say No to Darkness 4:43
  9. The Haberdasher 5:23
  10. Lo Que Yo Quiero es Chan Chan 6:07

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Aruán Ortiz