ANTHONY VALENTINO | A proposito di “Walking on Tomorrow”

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Decisamente è l’America il primo posto che ti viene in mente ascoltando questo primo lavoro personale di Anthony Valentino, chitarrista e producer milanese che in qualche modo concretizza anni di bella carriera con un lavoro finalmente suo. E qui la curiosità sarebbe quella di conoscerlo come uomo prima ancora che come artista e scoprire quanto queste canzoni e il loro suono somiglino alla sua naturale quotidianità. E penso che la risposta sia inevitabile: “Walking on Tomorrow” è un disco che dimostra sfacciatamente quanto vuol essere figlio e “clone” in musica di chi ne ha generato ogni singola parte. Il rock classico dalle vene metal che si lascia andare anche in pregiate volute progressive senza disdegnare la soluzione pop – d’oltreoceano sempre – come nel video di lancio “My Light Found in the Rain”. Dunque dagli Aerosmith fin dentro le ossa di scene come NickelBack o dentro i ricami più preziosi ispirati dai grandi dischi dei Dream Theater… c’è tutto questo mondo, come spesso la critica ha citato, ma c’è dentro molto di più dell’arroganza dei Purple o di qualche sbrigativa seduzione degli Stones. Questo disco è da motociclisti, birra e vita… non uno da droghe pesanti.

 

 

 

Un esordio davvero “americano”. Che sia questo il tuo habitat principale?

Sicuramente gli Stati Uniti sono stati fondamentali nel mio percorso musicale e culturale.

Amo le produzioni americane in ambito cinematografico e, naturalmente, musicale. Ho improntato il mio percorso da chitarrista e compositore sulle grandi produzioni musicali degli anni settanta, ottanta e novanta in ambito Rock, Hard Rock, Metal, Blues e Pop Rock; quindi, si decisamente anche io definisco gli Stati Uniti il mio habitat naturale. Quella per gli Stati Uniti è una passione che nasce da lontano, in quanto le grandi fonti di ispirazione, musicali e non, arrivano quasi interamente dagli Stati Uniti d’America. In “Walking On Tomorrow” c’è un brano, American Dream, che è la mia dedica personale agli States sotto diversi punti di vista.

 

Eppure io trovo questo disco molto “inglese” per alcuni aspetti. Però è un’impressione tutta mia… forse sbaglio?

No, non sbagli, perché quando si parla di Hard Rock inevitabilmente si parla anche di Inghilterra; soprattutto, per quanto mi riguarda, a livello di sonorità. Non amo grandi stravolgimenti digitali sonori, amo il suono grezzo, fatto di una propria timbrica e personalità e, in “Walking On Tomorrow”, mi sono basato su un binomio estremamente efficace, ovvero Les Paul (America) e Marshall (Regno Unito). Il British Sound caratterizza il mio suono da quindici anni a questa parte, ho sempre usato Marshall e ricercato la forma più autentica dello storico British Sound.

 

Parlaci della produzione. I suoni hanno una forza visionaria importante. Come li hai scelti e come hai prodotto tutto il lavoro?

La produzione è stata decisamente lunga ed intensa; scrivere, comporre, arrangiare, produrre e trovare i musicisti turnisti adatti, che suonassero gli strumenti che io non suono con l’intenzione e l’espressione che volevo trasmettere non è stato per nulla semplice. La fase di pre-produzione dell’album e la conseguente versione demo, rilasciata nel 2017, sono state ardue per tutta questa serie di motivi.

Il mio obiettivo nel realizzare questo primo album solista era nell’assoluta ricerca dell’autenticità; volevo raccontarmi a 360 gradi e, per fare questo, avevo bisogno che si incastrassero una serie di elementi fondamentali per realizzare un album che raccontasse di me e delle mie emozioni.

Sulle sonorità, devo dire, di non averci perso troppo tempo; così anche nella realizzazione delle parti di chitarra solista, frutto dell’ispirazione del momento. Amo quel sound unico prodotto da una Les Paul e da un Marshall; per me la gamma sonora, per quanto riguarda “Walking On Tomorrow”, trova il proprio cuore qui. Bastano questi due elementi per portarmi nelle atmosfere e sonorità che fanno parte del mio modo di essere.

 

Elettronica. Che rapporto hai con il suono digitale?

Non sono esperto del suono digitale. In questo album sono stati inseriti alcuni synth e tastiere laddove ritenevo necessario e cercando di farle coesistere all’interno di un mix equilibrato. Le sonorità elettroniche certamente mi piacciono, se utilizzate bene, possono fare la differenza all’interno di un brano ma, non essendo esperto, ho voluto, anche da questo punto di vista, mantenere l’autenticità sonora di ciò che il mio istinto suggeriva.

Anche le voci e gli strumenti sono stati poco trattati, per scelta, da un punto vista digitale; pochi effetti e suono selvaggio sono gli elementi che caratterizzano l’impatto sonoro di “Walking on Tomorrow”.

E in questo disco quanta elettronica è stata necessaria per la produzione?

Oltre l’utilizzo di tastiere e synth in alcune canzoni, direi estremamente limitata. Tuttavia in futuro mi piacerebbe approfondire questo mondo, che mi risulta abbastanza sconosciuto; ci sono tanti pezzi che adoro e che hanno fatto la storia del Rock che si basano su grandi parti elettroniche ed è mio obiettivo approfondire questo mondo sonoro.