ALDO VIGORITO: About a Silent Way (ossia cosa suonerebbe oggi Miles Davis)

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A quarant’anni dalla rivoluzione elettrica di Miles Davis uno strano quintetto prova a rivivere la stessa avventura accorsa al trombettista e ai suoi fortunati compagni di viaggio. Allora il complice di Miles fu Teo Macero, a cui fu affidato l’innovativo lavoro di mixaggio e di editing nella fase di postproduzione del rivoluzionario “In a silent way”. Stavolta il prezioso apporto “tecnologico” e’ fornito da Maurizio Martusciello, in arte martux_m, che e’ anche l’ideatore dell'”esperimento”.

Abbiamo incontrato Aldo Vigorito, contrabbassista chiamato a far parte del progetto e ci siamo fatti raccontare com’e’ nato “About a Silent Way”, in uscita nel mese di luglio come CD allegato alla rivista “Musica Jazz”.

 

S.C.: Ci vuoi parlare del progetto “About a Silent Way” e di come e’ nata questa collaborazione a quarant’anni dall’uscita di “In a Silent Way” di Miles Davis?

A.V.: “About a silent way” e’ nato da un’idea di martux_m, al secolo Maurizio Martusciello, percussionista, compositore, musicista elettronico e quant’altro. Il progetto ha preso corpo attraverso una fitta serie di chiacchierate ed incontri con Onofrio Piccolo, fondatore del Pomigliano jazz e produttore discografico di “Itinera”,  Filippo Bianchi, direttore di Musica jazz, e Giovanna Mascetti, dell’agenzia milanese Verdearancio. “About a silent way” non e’ ne’ un remake ne’ una rilettura del celebre disco di Miles Davis, ma una fonte di ispirazione ed un esperimento, come un gioco di immaginazione a provare a pensare quale musica suonerebbe oggi se fosse tra noi, lui che e’ stato tra i primi a guardare all’attualita’ ed alle contaminazioni e quindi a rompere con una certa classicita’ del jazz.

S.C.: Quali sono state le sensazioni che ha generato in te la collaborazione con questi musicisti e questo progetto molto particolare? Che tipo di apporto ti richiedevano e quale e’ stato il tuo ruolo nel quintetto?

A.V.: Dei musicisti coinvolti nel progetto avevo gia’ suonato ed inciso solo con Fabrizio Bosso. Ero molto incuriosito e quindi molto motivato nel cercare di far convivere nello stesso spazio l’elettronica di martux_m e di Eivind Aarset e il suono acustico dei fiati e del contrabbasso. Mi si chiedeva di interagire con la base elettronica attraverso groove piuttosto robusti, di ispirazione rhythm[and]blues, e di tessere suoni e melodie nelle parti piu’ ipnotiche e lente. E’ stato molto stimolante per me, anche perche’ ho avuto ampia liberta’ creativa, che ho immesso nell’economia del progetto.

S.C.: Che impressione hai avuto alla fine del lavoro di postproduzione del disco rispetto a quello che avevate prodotto in studio?

A.V.: Abbiamo registrato in tre giorni ore ed ore di musica e molte versioni, naturalmente tutte diverse. All’ascolto del momento l’impressione era piu’ che soddisfacente, e non invidiavo certo Maurizio che aveva l’oneroso compito di scegliere i momenti migliori, scartandone altri,  ed assemblarli. Il suo lavoro ha comunque messo in primo piano l’aspetto “live” e tutto suona, alla fine, molto naturale.

S.C.: Che musica suonerebbe secondo te oggi Miles Davis?

A.V.: Naturalmente ci siamo posti questa domanda. E’ possibile che oggi Miles suonerebbe una musica molto simile a quella che abbiamo fatto! Ma chi puo’ mai dirlo…

S.C.: Ma ora parliamo un pò di te. Ci incontriamo nei giorni del Pomigliano Jazz Festival 2009 e tu sei da sempre una delle colonne di questo festival. Ogni anno sei presente con piu’ formazioni e, dunque, sei uno di quelli che ha vissuto intensamente la crescita di questa manifestazione. Che rapporto hai con Pomigliano e qual e’ lo spirito che lo anima?

A.V.: Ho un rapporto di reciproca stima e collaborazione con Onofrio Piccolo e lo staff di Pomigliano. E’ vero, il festival e’ cresciuto enormemente nel corso degli anni, ma lo spirito e’ quello di sempre, e non e’ mai venuto meno. Il rischio, la contaminazione, la ricerca e la sperimentazione, l’incontro, la valorizzazione del territorio, sono valori che il Festival ha tenuto sempre in considerazione ed ai quali non e’ mai venuto meno.

S.C.: Ormai da tempo sei uno dei contrabbassisti piu’ richiesti a livello internazionale. Ti si trova in molti dei progetti piu’ importanti a livello nazionale, sei sempre presente in diverse formazioni attive in Campania. E’ per questo che i tuoi album da leader (o da co-leader, come nel caso del Trio di Salerno) sono cosi’ pochi?

A.V.: In effetti, a fronte di una cinquantina di Cd che mi hanno visto collaborare in altrettanti progetti, ho registrato a mio nome solo due dischi, “Do it” nel 1990 e “Napolitani’a” nel 2002. Sara’ che mi piace fare molte cose, anche diverse tra di loro, ed accontentare le mie diverse anime. Ma non passera’ molto tempo ancora per una nuova avventura in proprio, e per ora mi nutro di musica ed idee buone per il futuro.

S.C.: Nei tuoi progetti da leader sembri quasi cercare una pausa dalle tante collaborazioni e suonare per il tuo puro piacere. E soprattutto sembri rincorrere un’ “amicizia” musicale con i componenti del gruppo, attraverso un interplay unico. E’ l’impressione che si ha ascoltando “Cantabile” del Trio di Salerno.

A.V.: Mi piace avere un buon rapporto con i miei compagni di viaggio, anche se poi credo sia possibile fare buona musica anche tra perfetti sconosciuti; l’importante e’ la disponibilita’ all’ascolto e la sincerita’ d’animo. Pero’ mi fa piacere che tu abbia notato questa predisposizione nel Trio di Salerno, siamo amici da molto tempo anche se il Trio ha solo tre anni.

S.C.: Hai raggiunto una tale autorevolezza nel tuo modo di suonare che anche in progetti non tuoi il suono del tuo strumento spesso prende il sopravvento, quasi come se fossi tu il leader. A chi devi quello che sei, sia dal punto di vista umano che musicale? Chi sono i musicisti a cui devi di piu’?

A.V.: Non ho l’ansia dell’autoaffermazione a tutti i costi e se delle volte il contrabbasso emerge maggiormente, si vede che e’ la musica stessa che lo chiede. A volte posso essere felice anche con tonica e dominante, e cioe’ i cardini del bassista accompagnatore.
E’ difficile dire perche’ si e’ come si e’… Dna familiare ed ambiente sono fattori decisivi quanto le esperienze e gli incontri accumulati negli anni. Questo vale sia per l’aspetto umano che musicale. Diciamo che da ognuno ho cercato di prendere qualcosa. Lo studio classico pero’ mi ha insegnato a dare la massima espressione ad ogni singola nota.

S.C.: In quali progetti sei occupato ora, con quali gruppi piu’ o meno stabili suoni? E da quali ti senti piu’ “trasportato”?

A.V.: Come dicevi prima, sai che faccio diverse cose. A Salerno ho due forti collaborazioni: con il quartetto di Carla Marciano e con il Trio di Salerno. Inoltre sono membro e Vice Presidente della Salerno Jazz Orchestra. C’e’ poi a Napoli il mio rapporto ormai decennale con Francesco Nastro e Peppe La Pusata, con l’Orchestra napoletana di jazz e con Daniele Sepe. Ho da poco iniziato una collaborazione stabile a Roma con l’Italian Tango Quartet di Pino Jodice e Giuliana Soscia, mentre il neonato gruppo di “About a silent way” partira’ a luglio con la sua prima tournee. Ma ho buoni rapporti un pò con tutti e la mia versatilita’ mi permette di suonare un in tutti i contesti, dai piu’ tradizionali a quelli piu’ sperimentali. Per quanto riguarda poi quelli che mi coinvolgono maggiormente, non lo diro’ nemmeno sotto tortura! Scherzo naturalmente… essendo rapporti continuativi, in ognuno c’e’ una parte di me.

S.C.: Hai visto crescere (e sei cresciuto con loro) una generazione di musicisti campani (la generazione dei Nastro, Scannapieco, Sepe, D’Errico, Zurzolo e tantissimi altri) e ora l’impressione e’ che ci sia una nuova sfornata di talenti pronta ad emergere. Anche tu hai questa sensazione? Penso a Vincenzo Danise, Francesco Villani, Daniele Esposito, Marco De Tilla, al D.E.A. trio (ma ce ne sono tanti altri) per parlare solo della scena napoletana…

A.V.: Riguardo i musicisti campani, direi che, fortunatamente, la scena jazzistica e’ sempre in continua evoluzione ovunque. Mi capita spesso di partecipare a realizzazioni discografiche di giovani e validi jazzisti. Il futuro ci dira’ poi chi riuscira’ a consolidarsi con produzioni interessanti e svincolarsi dai modelli iniziali proponendo musica originale ed innovativa quanto basta.

S.C.: A proposito di scena napoletana… visto che tu tieni molto alla tua “salernitanita’”, quanto e’ diversa la scena musicale tra queste due citta’ di mare?

A.V.: Tengo molto alla mia salernitanita’ perche’… sono salernitano. Ma amo molto Napoli, amore difficile e tormentato come ben sai. Mi riesce difficile parlare di differenze perche’ il musicista prescinde dalla collocazione geografica, a meno che non basi il suo lavoro sulla tradizione culturale della sua terra. Su “About a silent way” c’e’ un bellissimo duetto tra Aarset e me… Ebbene, Eivind e’ norvegese!

S.C.: Quali sono i tuoi prossimi progetti?

A.V.: Neanche a dirlo sono tanti: sto registrando col Trio di Salerno il nostro secondo Cd, che vedra’ anche la partecipazione dei Solis String Quartet. Anche con Carla Marciano stiamo per entrare in sala per registrare il quarto Cd. Ad ottobre si registrera’ anche con  l’Italian Tango Quartet, e poi quest’estate un pò di festival in giro con i diversi gruppi, cercando di conciliare tutti gli impegni.

 

About a Silent Way

Martux_M, electronics

Fabrizio Bosso, trumpet

Francesco Bearzatti, tenor sax, clarinet

Eivind Aarset guitar, electronics

Aldo Vigorito, double bass