Si intitola “Nuvole animali inesistenti”, una produzione firmata da Massimo Giangrande e Andrea Biagioli. Eccolo il nuovo disco del cantautore capitolino Patrizio Piastra, artista che affida alla metamorfosi delle impressioni e dei punti di vista quel modo artistico e romantico di misurare la vita attorno fatta di ingerenze razionali. Ed esiste un modo con cui gestire il suono di tutto questo: liquido, lascivo e senza scossoni, restando sempre dentro soluzioni che un poco, sarà che il pregiudizio del titolo ha tanto peso, ricorda proprio il corpo informe delle nuvole. E qui il primo video: “Le intermittenze” dentro cui questa dimensione onirica della memoria, delle impressioni, del pensare a forme e confini in modo personale poi si scontra o contamina la matematica che si ha attorno. Come a dire: la verità è fatta di percezioni. Per questa ragione, in fondo, questo disco diventa una chiave di lettura per ognuno di noi…

 

PIASTRA COVERPartiamo dal titolo… evocativo, sospeso, quasi a voler eludere la realtà. O sbaglio?

Il titolo è un tentativo di dare forma a qualcosa che non ha forma. “Nuvole animali inesistenti” è una definizione provvisoria dell’immaginazione: ciò che vediamo quando guardiamo il cielo e proiettiamo dentro di esso i nostri pensieri, le nostre paure, i nostri desideri. È un modo per autoconvincersi che la realtà non è mai solo ciò che appare, ma anche ciò che vi sovrapponiamo. Non c’è nessuna fuga dalla realtà, semmai un tentativo di attraversarla con uno sguardo più ampio.

E quanto c’è di “infantile” e di desiderio di infanzia in tutto questo?

L’infanzia è una dimensione che non smettiamo mai davvero di abitare, anche se la mettiamo a tacere. In questo disco ho cercato di tornare a quel modo di percepire le cose in maniera totale, pura e senza filtri, dove ogni suono o immagine ha un significato quasi magico. Non è nostalgia dell’infanzia, ma il desiderio di recuperare quello sguardo originario, privo di difese, che spesso perdiamo crescendo.

E per giungere poi al video che troviamo in rete: quanto conta per te che tutto il “sentire” umano dialoghi con la dimensione materica? Sempre se ha senso per te questa domanda…

Credo che ogni sentimento trovi corpo in qualcosa: un gesto, un oggetto, una luce, una consistenza. Nel video de “Le Intermittenze” ho cercato proprio questo tipo di dialogo tra il pensiero e la materia, con quest’ultima che diventa un’estensione del mondo interiore.

 

 

Ed è sempre utile tornare alla propria vita? C’è un forte tratto autobiografico dentro?

Sì, ma non nel senso confessionale. Le canzoni partono da esperienze personali il più delle volte, ma il punto non è tanto raccontare me stesso, quanto cercare un linguaggio che dia a quelle esperienze una nuova vita, più “magica”, seppur solo raccontata. È un ritornare su alcuni momenti, ma filtrati dalla forma: come se la scrittura servisse mi aiutasse a capire, più che a ricordare.

Un disco che in qualche modo ricalca il suono di tanta scena d’autore romana… sembrano scelte mirate e bersagli precisi da colpire? Oppure…? Che tipo di suono cercavi?

Non ho cercato di aderire a una scena, ma di trovare una coerenza tra il suono e le parole. Forse c’è una somiglianza con certa scrittura romana perché condividiamo un’idea di misura, di intimità, di ricerca di equilibrio tra luce e ombra. Volevo un suono che non si imponesse, ma che lasciasse spazio al respiro, alla sospensione. Un suono che non si limitasse ad accompagnare le parole, ma che fosse una parte del loro significato. E per ottenere tutto questo non potevo trovare mani e menti migliori di musicisti come Massimo Giangrande e Andrea Biagioli, amici e produttori del disco, che non smetterò mai di ringraziare.