PAT BIANCHI
Confluence
21H Records
2026
La sensazione è chiara: in questo disco la tradizione non viene trattata come un oggetto da custodire con cautela, né come una citazione rassicurante da inserire al momento giusto. Piuttosto, sembra diventare un vero atto di resistenza. Una struttura solida dentro cui riattivare senso e prospettiva. Restare dentro brani così esposti significa accettare il confronto, prendersi il rischio di misurarsi con una storia importante e, allo stesso tempo, affermare che quelle forme condivise sono ancora vive, ancora fertili. C’è come un manifesto implicito che attraversa tutto il lavoro, mai dichiarato apertamente ma sempre percepibile. Ed è proprio da lì che nasce la freschezza dell’album. Una freschezza che non ha nulla a che vedere con la velocità o con l’urgenza di stupire a ogni costo, ma che prende forma nella qualità dell’interazione.
In It Was a Very Good Year questa postura si avverte subito. L’ingresso è misurato, quasi raccolto; poi la melodia si apre, si distende, e viene attraversata da leggere torsioni interne che ne spostano l’equilibrio emotivo. Troy Roberts non si limita a ornare il tema: lo mette in tensione, lo espone a un’energia più inquieta, più mobile. Stranahan sostiene il tutto con un senso del tempo elastico, sempre vigile, mentre l’organo guida il discorso con naturalezza, senza mai imporsi. È qui che si coglie il gioco vero: dietro la tecnica impeccabile si percepisce il piacere di costruire insieme, di modellare il materiale con libertà, senza rigidità né automatismi.
La rilettura di Jitterbug Waltz in 7/4 rafforza ulteriormente questa impressione. Il cambio di assetto ritmico non suona come un gesto dimostrativo, ma come una scelta necessaria, quasi inevitabile. Il tema resta riconoscibile, eppure acquista una tensione nuova, più sottile. Il trio si muove con un affiatamento evidente: il sax propone, la batteria risponde, l’organo si inserisce nel flusso con una presenza che orienta ma non schiaccia. Non c’è sovrapposizione, né personalismo; si avverte piuttosto un coinvolgimento reale, una costruzione collettiva del suono che rende l’ascolto scorrevole e coerente, senza strappi.
I Guess I’ll Hang My Tears Up to Dry apre invece una dimensione più introspettiva. Il tempo si dilata, le frasi si fanno più ariose, e l’organo lavora per sottrazione, lasciando spazio al respiro del sax. Il brano accompagna lentamente verso una componente meditativa che si chiarisce minuto dopo minuto; invita quasi a fermarsi, ad ascoltare senza fretta. Ogni nota sembra scelta per il suo colore, per la capacità di contribuire a un’atmosfera che si stratifica con delicatezza, senza forzature.
The Song Is You riporta una spinta più diretta, più energica, mentre “Wise One”, registrata in un’unica ripresa, espone il trio in uno stato di concentrazione quasi totale. Qui la tensione cresce per accumulo controllato, senza effetti plateali o soluzioni facili. Anche in questo caso la tradizione non viene aggirata né smontata: viene abitata, attraversata e riscritta dall’interno.
Dizzy’s Dilemma, unico originale del disco, pur muovendosi su un’energia più marcata, resta perfettamente coerente con l’impostazione generale. Il groove è deciso ma mai aggressivo, e il dialogo tra organo e sax mantiene quella misura che evita qualsiasi compiacimento. Si percepisce ancora una volta una costruzione condivisa del suono, un’identità di trio che non si afferma per sovrapposizione, ma per ascolto reciproco.
Rispetto ai lavori precedenti di Bianchi, qui si avverte un’identità che si è allargata. La solidità rimane riconoscibile, ma la prospettiva sembra meno chiusa, più aperta a un dialogo che supera confini stilistici consolidati. È una trasformazione sottile, che si legge nella gestione dello spazio, nell’uso dei silenzi, nella qualità dell’interazione tra i musicisti.
“Confluence” è, in definitiva, un lavoro maturo e compatto, costruito su un equilibrio che appare finalmente raggiunto. La tradizione funge da asse portante, certo, ma la freschezza nasce dall’affiatamento e dalla disponibilità ad ascoltarsi davvero. Il passato non viene rimosso, né messo sotto vetro come un oggetto da museo: viene attraversato con lucidità e rimesso in circolo. Ed è proprio in questo gesto, silenzioso ma consapevole, che risiede la sua forza.
Musicisti:
Pat Bianchi, Hammod, tastiere
Troy Roberts, sassofono
Colin Stranahan, batteria
Tracklist:
01. It Was a Very Good Year
02. Jitterbug
03. Guess I’ll Hang My Tears Out To
04. The Song Is You
05. Dizzy’s Dilemma
06. Come Rain or Come Shine
07. Wise One
Link:
Pat Bianchi
Pat Bianchi on IG
Pat Bianchi on FB








