[specchitto]Di Obispo, prima di quella sera, sapevo quel che sa chiunque in Italia, cioè quasi niente: un nome che affiorava nei titoli di coda della canzone francese. Poi me lo sono trovato davanti, in un teatro, e a metà concerto, durante uno strumentale lungo, si è seduto sul bordo del palco e ha smesso di essere il centro. Non la posa dell’uomo umile che si fa da parte — quella la riconosco, è un numero come un altro. Uno che ascoltava la propria band con la faccia di chi sa esattamente quanto vale ciò che succede dietro di lui. Mi sono accorta che guardavo il bassista. Poi il tastierista. Quando l’assolo è finito, Obispo li ha chiamati per nome al microfono, uno a uno, e nessuno in sala ha trovato la cosa degna di nota. Io sì. Da quella sera ho cominciato a seguirlo sul serio, e mi è costato ammetterlo, perché è esattamente il tipo di artista che la critica italiana liquida senza ascoltare.
In Francia lui è una grammatica della canzone nazionale: melodia larga, scrittura che nasce già pensata per una voce, un istinto da produttore che lo porta a scrivere per gli altri quanto per sé. Chiamarlo cantante pop è comodo, e capisco perché lo si faccia — il pop praticato con questa serietà resta una delle scritture più difficili — solo che la definizione si ferma alla pelle e lascia fuori la formazione rock, la Rennes new wave, i Senso con Frank Darcel, le canzoni regalate a Florent Pagny, Patricia Kaas, Johnny Hallyday, le collaborazioni con Zazie, Youssou N’Dour, Natasha St-Pier, le musiche de Les Dix Commandements, la fiaba musicale pop-rock di Captain Samouraï Flower. C’è anche l’Obispo dei grandi progetti collettivi — Sa raison d’être per Ensemble contre le Sida, Kiss & Love per il Sidaction — quello che ha fatto della voce altrui il proprio terreno naturale ben prima di questo disco. Da noi il suo nome arriva di traverso, quando arriva, come se un pezzo enorme della canzone francese di oggi attraversasse le Alpi e si perdesse a metà strada.
Héritage Vol. 2 nasce dentro quel territorio. È un disco francese senza margini di dubbio — lingua, ospiti, memoria e rapporto fisico con la chanson — eppure costruito con un orecchio rivolto altrove: Studio Atlético a Parigi, archi al Guillaume Tell, mastering di Miles Showell ad Abbey Road. Li si potrebbe archiviare come dettagli da libretto. In un disco così sono già metà del discorso.
La distinzione da cui parto è quasi grezza: cosmetica ed estetica. La cosmetica lucida, sistema la superficie, copre la povertà di una scrittura con una patina che regge finché l’orecchio resta distratto. L’estetica lavora dal basso — il timbro, la posizione degli strumenti nello spazio, i riverberi, il microfono scelto invece di un altro. Buona parte della nostra musica di consumo, da anni, campa di cosmetica con arrangiamenti che simulano una profondità che non hanno, batterie senza stanza e il vintage spalmato sopra come un filtro da telefono. Obispo fa un passo di lato — di lato, non indietro, che è la direzione in cui di solito si sbaglia. Recupera il vocabolario del Classic Rock e della chanson e si rifiuta di imbalsamarlo: il Rhodes e il Wurlitzer hanno una grana, l’Hammond e il mellotron evitano la cartolina, il basso si vede, la batteria respira e le chitarre entrano quando hanno qualcosa da dire. Sembra il minimo. Provate a contare quanti dischi italiani recenti rispettano anche solo metà di queste regole.
Il titolo era una trappola. Héritage poteva ridursi al gesto più facile del mondo: convochi i grandi nomi, lucidi il repertorio e lasci che la nostalgia faccia il lavoro che la scrittura non ha voglia di fare. La strada di Obispo è scomoda all’opposto, perché l’eredità qui pretende disciplina invece di concederla, e chiede arrangiamenti capaci di reggere ospiti come Cabrel, Clerc, Renaud, Zazie, Jonasz, Bénabar, Roussel, Bauer senza appuntarseli al petto come medaglie. Il cast da solo venderebbe il disco. Quello che mi interessa è il modo in cui ogni voce trova una stanza costruita su misura.
Il faudrait que pleuve l’amour, con Cabrel, apre nella maniera più diretta, e porta con sé un episodio che Obispo ha raccontato più di una volta: Cabrel, dopo il primo ascolto, gli chiese qualche strofa in più. È un dettaglio che vale più di qualsiasi recensione, perché sposta tutto sul piano dove le cose contano, la scrittura. Cabrel non entra come firma di prestigio. Entra perché ha sentito che dentro quella canzone c’era spazio per la sua voce, e il brano vive sulla semplicità che inganna, la linea quasi spoglia dove ogni parola deve cadere come se non potesse cadere altrove.
C’è un solo brano, nel disco, dove Obispo firma da solo parole e musica: Viens, in duetto con Ycare. Vale la pena fermarsi, perché altrove lui è compositore che lavora su testi altrui o regista che dispone le voci degli ospiti, mentre qui è autore intero, parola e nota nella stessa mano. E si sente: la scrittura ha una compattezza diversa, un’aderenza tra ciò che la melodia chiede e ciò che il testo dice, che nasce solo quando a deciderle è la stessa persona. È il punto in cui, per un attimo, Héritage smette di essere un disco di incontri e diventa un autoritratto.
Le dernier des rugissants, con Renaud, porta il disco nel suo angolo più teatrale: testo di Lionel Florence, musica di Obispo, e una voce — quella di Renaud — consumata, ruvida, ormai più recitata che cantata, su cui Obispo ha avuto la lucidità di non intervenire. Le ha lasciato gli anni addosso. La canzone diventa un piccolo teatro fatto di tempo della parola e di gesto vocale che precede la melodia, e mi è venuto naturale pensare alla linea che da Brassens e Brel scende fino in Italia, dove Paolo Conte ha trasformato il parlato in una macchina di precisione. Renaud non recita un personaggio. Mette nel brano il proprio corpo, crepe comprese.
La sesta traccia, Paradis Land, è il punto in cui il disco scopre la sua vena rock, perché Axel Bauer non si limita a cantare, prende la chitarra, e il suo assolo arriva da una psichedelia inglese di seconda stagione, quella che viene dopo Barrett, dove conta l’architettura della frase più dell’allucinazione: sustain trattenuto, una malinconia elettrica che guarda apertamente a Gilmour. Bauer si trascina dietro anche l’ombra di “Cargo” e di quella Francia anni Ottanta che digeriva rock, elettronica e chanson senza un grammo di soggezione verso Londra. Con Obispo l’incastro tiene perché nessuno dei due rincorre la citazione. La riconoscono. Su questa traccia ho dovuto riascoltare più volte la suggestione wave che continuavo a sentire, per convincermi di non inventarla: viene da lì, da quel mondo, e Obispo ce l’ha nelle mani da quarant’anni.
Il punto più fragile del disco — e quello dove un produttore si gioca la reputazione — sta nei duetti con gli assenti. Daniel Lévi, Michel Delpech, Philippe Pascal tornano grazie a registrazioni preesistenti: L’amour qu’il faut, J’étais un ange, Les roses. Tre brani che chiedevano una mano fermissima, perché con le voci scomparse l’effetto è sempre a un passo, e basta un mix gonfio, un’orchestrazione che indulge, un riverbero di troppo per scivolare nel kitsch o nel macabro. Obispo lascia a ogni voce il suo centro di gravità e costruisce attorno senza farne reliquia. La parola “eredità” smette di essere un titolo e diventa una faccenda tecnica: bilanciare una presenza che appartiene al passato, darle uno spazio onesto nel presente, schivare la retorica del fantasma. Ci riesce, e su questo terreno io non faccio sconti.
Les roses pesa più di tutte, perché porta dentro il disco Philippe Pascal, la voce dei Marquis de Sade, figura capitale della Rennes post-punk, morto nel 2019; e l’album è dedicato a lui e a Frank Darcel, cofondatore di quel gruppo, prima guida rock di Obispo, andato via a sua volta nel marzo del 2024. Due lutti dentro una dedica. Spiegano più di un comunicato stampa. Obispo viene dalla canzone popolare francese, d’accordo, però la radice profonda affonda anche in quella Rennes fredda e nervosa dove la new wave imparò a fissare l’Inghilterra senza ridursi a sua provincia, e qui quella vena riemerge nelle ombre sintetiche, in certi riverberi, in una chitarra pensata più come atmosfera che come ornamento. Una memoria che lavora sottoterra.
In chiusura L’archipel des séquelles, con Zazie. Il titolo non è nuovo: era il nome dell’album precedente di Obispo, uscito nel 2024, e qui il brano viene riletto in una chiave più anni Settanta, con un assolo che deve qualcosa a Gilmour e a quella zona lisergica che per comodità stilistica chiamiamo psichedelia. Zazie non è un ospite in più. Con Obispo divide una storia lunga di scrittura e complicità dove la sua voce ricuce il disco: dopo i padri, gli idoli e i morti arriva qualcuno di vivo con cui ha lavorato per anni.
Anche la scelta di pubblicare prima il Vol. 2 dice qualcosa di lui. Obispo ha citato George Lucas e la saga partita dal quarto episodio, ma la ragione che mi convince riguarda gli artisti coinvolti: il Vol. 1 arriverà dopo, con altre voci, e cominciare dal secondo toglie al prossimo l’etichetta di seguito minore. È quasi un gesto editoriale, di chi vuole dare lo stesso peso a entrambe le metà e sposta la gerarchia apposta, per proteggere chi deve ancora salire. Sembra una sottigliezza ma è nelle sottigliezze che Obispo costruisce la sua idea di rispetto — la stessa che gli avevo letto in faccia quella sera.
La direzione musicale tiene perché si rifiuta di riempire ogni spazio, che è poi il difetto ricorrente dei dischi di duetti. Fred Nardin alle tastiere è uno dei perni di tutto — piano, organi, Rhodes, Wurlitzer, mellotron — e cuce il tessuto con una coerenza che dà al disco la sua impronta. Dietro i tamburi si alternano due mani, Christophe Deschamps sulla parte maggiore della session e Romain Sarron, e l’avvicendamento non lascia cuciture: la batteria resta su un piano fisico e materico, per tutto il disco. Abdelaziz Sadki affida al basso un ruolo che costruisce e non solo accompagna, Sébastien Chouard e Michel Aymé si dividono le chitarre con una continuità che in un album di tante voci diverse non è scontata, e gli archi di Ronan Maillard, in Nénuphars soprattutto, aprono uno spiraglio quasi cameristico. Nessuno è lì per fare scena. La stessa cosa che avevo sentito a teatro, tradotta in studio.
Héritage Vol. 2 parla alla Francia, alla sua canzone, ai suoi codici, e la forza sta nel modo in cui quei codici diventano materia che può viaggiare: il suono ha una profondità anglofona, l’impianto resta francese, la cura verso i musicisti appartiene a una cultura del lavoro che da noi faremmo bene a guardare con più rispetto. Mi spingo a dire che un duetto con Eros Ramazzotti, a questo punto, avrebbe senso: due artisti popolari, due carriere lunghe, due modi diversi di mettere il mestiere davanti alla posa. Le due grammatiche avrebbero parecchio da dirsi.
Intanto il disco si regge da solo. Non reinventa Obispo bensì lo mette a fuoco, e fa vedere un compositore che la differenza tra memoria e museo, tra omaggio e arredamento, tra produzione e cosmetica la conosce bene. L’attesa è valsa perché Héritage Vol. 2 suona come una cosa uscita quando era pronta e non un minuto prima. In un’epoca che pubblica tutto nell’istante in cui esiste, aspettare il proprio tempo è quasi un atto rivoluzionario.
Musicisti:
Fred Nardin, pianoforte, tastiere e arrangiamenti
Michel Aymé, chitarre
Sébastien Chouard, chitarre
Christophe Deschamps, batteria
Romain Sarron, batteria
Abdelaziz Sadkil, basso, contrabbasso
Tracklist:
01. Il faudrait que pleuve l’amour — con Francis Cabrel
02. Nénuphars — con Julien Clerc
03. Reste-t-il du bonheur — con Bénabar
04. Viens — con Ycare (parole e musica: Pascal Obispo)
05. Le dernier des rugissants — con Renaud (testo: Lionel Florence; musica: Pascal Obispo)
06. Paradis Land — con Axel Bauer (chitarra solista)
07. Un quart d’heure d’anonymat — con Gaëtan Roussel
08. Le mur — con Michel Jonasz
09. L’amour qu’il faut — con Daniel Lévi (dal repertorio di Lévi, Le cœur ouvert, 2005)
10. J’ai rêvé que j’étais vivant — con Chico & The Gypsies
11. J’étais un ange — con Michel Delpech (Delpech / Barbelivien / Morgan)
12. Les roses — con Philippe Pascal
13. L’archipel des séquelles — con Zazie
Registrato e mixato da Youri Benaïs allo Studio Atlético Records di Parigi; batteria di Christophe Deschamps e Romain Sarron; archi arrangiati e diretti da Ronan Maillard, registrati al Guillaume Tell da Denis Caribaux; mastering di Miles Showell ad Abbey Road, Londra. Dedicato a Philippe Pascal e Frank Darcel.
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