Conversazione ad ampio ventaglio, tematico ed esperienziale, con un polistrumentista veterano, ed a suo tempo pioniere di generi oggi consolidati ma allora tutti da definire, – tali “musica mediterranea” e “world music” – ma non soltanto.
Classe 1963, Mario Crispi è musicista sfaccettato, dedito eminentemente all’adozione e alla “customizzazione” di una collezione variegata di eterogenei strumenti a fiato, e tra i fondatori di realtà musicali ed ensembles ancora vitali ed in evoluzione, per cui entriamo subito in argomento.
Mario Crispi: in poche parole (per chi non lo conoscesse).
Sono un musicista di Palermo, e mi occupo di musica “altra”. Nato negli anni ’60, e per questo potrei essere classificato come “boomer” in senso anagrafico – tuttavia, cosciente dell’accezione negativa che viene attribuita a questa parola, ho sempre cercato nella curiosità e nella bulimia musicale (e di arti performative in connessione) un appagamento continuo senza mai trovare sazietà.
Lasciando per strada citazioni ed intellettualismi d’accatto, mi considero un ricercatore sonoro emozionale.

Gli strumenti, il fiato: storie, geografie …
Ho iniziato con la musica andina come alternativa possibile all’hard rock adolescenziale, usando flauti di canna, tamburi di pelle di capra, chitarre rudimentali e tanta passione sociale e politica.
Il mio percorso si è nutrito sia della tradizione italiana (NCCP, Musica Nova, Canzoniere del Lazio) sia delle correnti creative internazionali degli anni ’70-’80 (Area, Perigeo, Weather Report, Miles Davis). Con Agricantus, fondato nel 1979, si è suonato presto in Italia e in Europa, partecipando a festival come il Vienna Folk Festival e condividendo palchi con Odetta, Makeba, Osibisa, Donovan; siamo stati anche nella Berlino Est pre-muro a rappresentare l’Italia popolare.
All’inizio degli anni ’90 ho iniziato a registrare i suoni dei mercati palermitani. L’incontro con l’etnomusicologo Gigi Garofalo mi ha portato a lavorare per il Folk Studio e l’Archivio Etnofonico Siciliano, scoprendo i repertori del mondo direttamente dalle fonti originali. Questo ha aperto un nuovo capitolo: abbiamo reinterpretato brani di tradizione orale del Sud, selezionati da Favara, Lomax, Guggino, Carpitella, Uccello, dando vita all’album “Gnanzù!” (1993).
Siamo così entrati in produzione con la Compagnia Nuove Indye, diretta da Paolo Dossena.
Dal 1996 al 2006 ho vissuto a Roma, collaborando con il collettivo Stalker e realizzando installazioni sonore in Italia e nel Mediterraneo. Nel 1994 è nata la mia prima performance solista, Soffi, basata su strumenti a fiato arcaici ed elettronica; nel 2000 ho pubblicato l’omonimo album. Ho sviluppato anche la versione acustica “Rosa di Flauti”.
Sono state importanti le esperienze internazionali: in Siria (2002), durante uno scambio musicale documentato da Alberto Vendemmiati; in Iran (2005), dove ho avuto come Cicerone l’architetto restauratore iranista Eugenio Galdieri, ho registrato con l’artista Reza Derakshani e ho suonato sotto gli archi del ponte Pol’e Kajou a Esfahan con musicisti persiani; in Pakistan (2006), al World Performing & Art Festival, dove ho vissuto scambi musicali con artisti di vari continenti, comprendendo l’importanza dell’identità musicale.
Dalla collaborazione con musicisti come Enzo Rao e Maurizio Curcio è nato un ensemble stabile e nuovi percorsi, tra cui il collettivo FolkaLab, con oltre 300 artisti e un album presentato al Womex 2008. Sono seguite colonne sonore (tra cui “Left By The Ship”, 2010) e l’album “Insulae” (2011 con Enzo Favata).
Nel 2009 ho pubblicato “Arenaria” (progetto solistico per l’editoriale Suono, NdR); nel 2013, con Mario Rivera e Paolo Dossena, abbiamo ripreso il progetto Agricantus, pubblicando “Omini” e “Turnari“ (2014), la colonna sonora di “Felicia Impastato” e “Akoustikòs” (2018).
Come Arenaria, nato da registrazioni in luoghi simbolici della Sicilia, ho pubblicato “M.A.E.R.E.A.M.” (2019) e “Maqam” (2023); nel 2024 è uscito “Paradeseios” con l’ensemble Mystikos, ispirato ai poeti mistici orientali tradotti in siciliano.
Dal 2022 collaboro con Gigi Di Luca come direttore musicale della Banda del Sud, con cui ho realizzato “Tracce Mediterranee”. Con Di Luca e Giovanni Seneca ho creato lo spettacolo “Appassionata” con Cristina Donadio.
… e scienze applicate.
Di strumenti a fiato del mondo vanto una collezione discreta, ma non esaustiva, il che sarebbe impossibile, che ho accumulato nel tempo e che testimonia il mio continuo viaggio tra le culture musicali del pianeta, culture che ritrovo, traslate, in tanti segni della mia terra e che considero l’emblema di un’estensione naturale del concetto sciasciano di “Sicilia come metafora”.
Nel tempo gli strumenti di cui ho consolidato una tecnica – tengo a specificare “strettamente personale” per rispetto ai maestri di questi strumenti – oltre al flauto traverso, sono stati il ney persiano, con le varianti araba/magrebina e turca, il duduk armeno, l’arghoul egiziano, il didjeridoo, l’hulusi cinese, il flauto armonico, il bansuri indiano.
Nel 1995, mi costruii un didjeridoo telescopico, ovvero allungabile e quindi intonabile. Ricordo che ancora non ce ne fossero in giro, o comunque io ne sconoscevo l’esistenza. Me ne avevano portato uno originale dall’Australia, ma era intonato a 443 hz per cui, essendo di lunghezza fissa, lo potevo suonare solo in solitudine. Questo limite mi costrinse infatti a fare una serie di esperimenti per crearne uno che si potesse intonare e, soprattutto, si potesse suonare in varie tonalità. A ogni modo, lo strumento richiedeva la respirazione circolare: questa io già la conoscevo da tanti anni avendo praticato le launeddas sarde. Questa tecnica mi ha consentito anche di approcciarmi all’arghoul egiziano, che da parente lontano delle launeddas è testimonianza del nomadismo dei popoli primitivi. In realtà il mio approccio con tutti questi strumenti è sempre stato molto empirico, o meglio, basato sulla ricerca del suono “profondo”, espressivo, più che sul virtuosismo e sulla velocità.
Un musicista a cui mi ispiro molto è Jan Garbarek, soprattutto per la sua visionarietà delle atmosfere, del rigore stilistico e del segno sonoro che possiede. Così come a L. Shankar, violinista indiano di cui ho sempre ammirato la chiarezza compositiva ed il lirismo del suono e del fraseggio.

Riflessioni ulteriori sulla tecnologia?
Riguardo alla tecnologia, il mio rapporto con essa è più da “consumer”, sebbene sia stato avviato anche alla programmazione studiandone i rudimenti al Conservatorio. La conoscenza di un livello “primario” della produzione del suono a livello sia analogico che digitale è senza dubbio di grande fascino e curiosità. Tuttavia il processo che separa la reale programmazione di un software per la produzione di un suono dalla sua effettiva restituzione sonora, non consente di poter assimilare l’immediatezza di un suono prodotto da un qualsiasi strumento acustico a quello di una sequenza numerica che richiede comunque un tempo di scrittura del codice, di elaborazione e di produzione del suono.
Qual è il tuo approccio alla composizione e i suoi rapporti con l’improvvisazione?
Entriamo nell’ambito simbolico vero proprio che la musica rappresenta da sempre nella mia esistenza. Al di là di tutto il significato legato alla chiave ancestrale legata alla musica delle radici, della terra e dell’uomo più o meno naturale, ciò che rimane è questa combinazione magica delle frequenze che fanno vibrare l’aria ed il corpo, che costruisce una dimensione di fusione tra il terreno e ciò che alcuni definiscono ultraterreno, ma che non è altro che risonanza interiore e, al tempo stesso, col mondo esterno tutto.
In definitiva comporre una musica, emettere anche un suono singolo, far emergere dal silenzio una vibrazione e farvela riscomparire dentro, è per me dare un significato al tempo, scandirne la dimensione simultanea dell’esistenza in vita con il cosmo, celebrare in questo modo sempre ed in ogni momento l’attimo sacro della risonanza.
La composizione è comunque per me da intendersi a vari livelli: ne esiste una razionale, fatta di progettazione, di ricerca di soluzione simbolica che metta insieme segni e significanti finalizzati ad esempio a una colonna sonora, ad uno spettacolo teatrale, ad un performance; ne esiste un’altra che invece riassume un po’ quello di cui parlavo prima, ovvero di un’esigenza di ricercare il “suono”, di sostenerlo nel tempo e di renderlo cangiante, quindi di modificarne il contenuto armonico e il colore in fase di emissione.
A questo va aggiunta poi la coesistenza sonora con altri musicisti che, nei momenti di ciò che viene chiamato “improvvisazione”, si viene a creare con naturalezza, dove una “visione” condivisa ed un vissuto individuale pur differente nelle forme ne mostra invece le similitudini profonde, rendendo i momenti di risonanza collettiva unici ed irripetibili.
Per me l’improvvisazione non è l’esaltazione dell’Io, bensì la condivisione del Noi che passa attraverso il corpo, i sensi e il vissuto individuale e che emergendo simultaneamente, ci rende consapevoli di un’esistenza di livello superiore e non banale. Accanto a questo poi si innesta il testo. Con la parola aumenta esponenzialmente la capacità di definire ancora più precisamente il sentimento e l’emozione. La poesia arcaica, derivante dalla ritmica già egregiamente definita e catalogata dai greci, mi aiuta molto nell’accoppiamento con la struttura musicale, diventando guida nel processo compositivo ed interpretativo. Ed anche la traduzione di un qualsiasi testo in qualsiasi lingua, in ottava e/o in endecasillabo.
Nel tuo curriculum risulta centrale (essendone tra i fondatori peraltro) la sfaccettata ed evolutiva realtà del progetto Agricantus: ci fai una panoramica dalle origini ad oggi, con uno sguardo ai progetti imminenti?
L’ensemble Agricantus è nato nel 1979 e ha avuto molte trasformazioni fin dalla sua nascita. ispirati alla Nueva Canciòn Chilena e al “canto della terra” degli Inti Illimani. Parallelamente, grazie alla vicinanza con Ignazio Buttitta, Rosa Balistreri, Ciccio Busacca, Rakali, Taberna Mylaensis e molti altri, abbiamo iniziato ad applicare quel metodo alla musica popolare siciliana.
Nata come esperienza collettiva si è mantenuta tale fino ai primi tre album prodotti con CNI, poi è subentrata una polarizzazione compositiva da parte di alcuni di noi: Tonj, Rosie ed io abbiamo iniziato a produrre, a fasi alterne, i vari brani di quello che poi è divenuto il nostro repertorio e, ciascuno per le sue competenze, ne ha dato forma e contenuti, mentre Mario Rivera si è concentrato più su alcune soluzioni di arrangiamento e postproduzione, contribuendo alla costruzione del sound.
Abbiamo attraversato tanti stili: partiti dagli ultimi scampoli della Nuova Canciòn Chilena, approdammo alla musicazione di testi di poeti siciliani, poi alla musica popolare del Sud Italia reinterpretandola, alla musica d’autore, a forme estemporanee di fusion con reminiscenza progressive, per poi passare, negli anni ’90, a utilizzare l’elettronica ed il campionamento in maniera intensiva e strutturata. Abbiamo fatto viaggi fisici lontani e vicini, alcuni nel tempo altri nell’interiorità, cercando di raccontare la nostra musica attraverso la forma conclusa di quella che una volta si chiamava “concept album”. Anche per “Turnari” e “Akoustikòs”, gli ultimi due album prodotti, è stato così e lo sarà anche per il prossimo lavoro che sta maturando in queste settimane e che ci vedrà impegnati con la nuova formazione di Agricantus in un viaggio nel Maghreb ed in Sicilia alla ricerca di forme arcaiche musicali e poetiche che emergono in continuazione nei suoni e nei racconti della nostra terra e che vedrà il coinvolgimento anche di giovani siciliani per un passaggio di testimone ideale.
Attualmente mi ritrovo a condurre una formazione completamente rinnovata di Agricantus, anche perché Mario Rivera segue progetti collaborativi che lo assorbono completamente nella sua attività artistica. Tale nuova formazione vede alla voce e pianoforte Chiara Minaldi (con cui la collaborazione è iniziata nel 2022), Alfredo Giammanco ai synth ed elettronica, Mario Tarsilla al basso e Fabrizio Francoforte alla batteria. Sono tutti appassionati di Agricantus e conoscitori del repertorio e con cui ho deciso di proseguire il percorso artistico poiché molto motivati. Dopo una prima serie di concerti effettuati nel 2025 con loro ho messo in piedi un progetto chiamato “I giardini dei Canti”, ovvero un “laboratorio aperto” a varie generazioni che intende utilizzare la storia musicale del gruppo e ciò che rappresenta come elementi per tramandare la nostra “visione” ed esperienza musicale in chiave transgenerazionale.
Album in parallelo quali Arenaria o Mystikòs: nel loro soundscape e nei loro riferimenti espongono probabilmente un sentire più artigianale o comunque più individuale?
Con Arenaria / Mystikos (e l’accostamento non è casuale poiché il combo di base, ovvero io, Enzo Rao e Maurizio Curcio, è rimasto intatto, e vi si sono aggiunti Maurizio Maiorana, Giuseppe Lomeo, Nino Errera e Fabrizio Francoforte), ho voluto affrontare un percorso più “condiviso”, dove la presenza di questi musicisti, portatori del proprio bagaglio di sonorità e di linguaggi, ha dato vita a itinerari acustici e sonori certamente meno standardizzati, ma, al tempo stesso, più rappresentativi di un approccio a tratti più onirico, improvvisativo e narrativo. Ne è nato un suono più basato sulla performance, sulla fissazione del momento di musica d’insieme e, di conseguenza, un risultato più dettato dal feeling del momento tra le varie formazioni che si sono succedute nel tempo, utilizzando comunque dei motivi tematici di riferimento.
Inoltre la presenza di Maurizio Maiorana, che lo vede all’interpretazione dei testi in siciliano ispirati a quelli dei poeti mistici arabi e del medio e lontano Oriente, ha spinto tutti noi ad adottare un approccio ancora più sensibile alle sfumature della parola enunciata, ricercando così una simbiosi emotiva che puoi solo perseguire con un’attenta performance dal vivo.
Mi sono sentito stimolato a scrivere gli arrangiamenti per archi dei miei brani ed allargare la tavolozza sonora delle atmosfere ed anche il progetto Mystikos, con i suoi testi dei poetici mistici, ne potrà ulteriormente trarne vantaggio. Insomma, ci si diverte a “sedimentare”.
Qual è lo stato del consumo musicale oggi? E come lo si vive in base alle piattaforme social?
Dal 2024 sono rimasto impressionato dell’incipiente emergere dell’AI che ormai ha preso il sopravvento su qualsiasi ipotesi di musica strutturata. Purtroppo il sistema è pensato per perseguire e rafforzare solamente logiche di consumo, attingendo ad un immenso archivio universale fatto di suoni, espressioni, atmosfere, mood, groove etc.
Ormai milioni di persone si cimentano a creare prompt per gli usi più disparati, accontentandosi dei loro bias cognitivi trasformati in suoni, vedendo il proprio tempo di ascolto disperdersi negli infiniti rivoli di questi algoritmi sonori. Queste app diventano così le Sirene di Ulisse: bisogna farsi legare all’albero genealogico umano dell’arte per non cadere nel tranello di un’atrofizzazione creativa che si autoreplica all’infinito. Ed il rischio paventato della fine della musica come fenomeno umano si avvicina in funzione della rinuncia a creare musica “a carbone”, con carta e penna, o almeno con lo strumento in mano, a investigare i suoni possibili da tirare fuori con la voce, con uno strumento o con un qualsiasi oggetto dal suono pregnante e significante.
Il problema dei social è che l’algoritmo è programmato per rafforzare i conflitti, le convinzioni da opporre all’altro, per bene che vada per creare tensioni, e, di fatto, il litigio sterile e continuato sembra fare più effetto e creare interesse ed attenzione che la bellezza, la poesia, la gentilezza. Purtroppo, al momento, sono dei potenti amplificatori della banalità degli individui e quando mi ritrovo a doverli utilizzare, perdo molto tempo a cercare forme che non ricalchino la comunicazione dominante. Anche se molti dicono che i social siano comunque da intendersi sempre come uno “strumento” al servizio di chi lo usa, in realtà è la sua taratura imposta da chi ne detiene la proprietà del codice che mi preoccupa.
Una domanda che punta all’essenzialità: ti è proprio il concetto connettivo – o comunicativo – di “soffio universale”?
Si narra che i maestri Sufi di ney intendano la sublimazione del contatto col divino attraverso la capacità di esprimerla con un solo suono prolungato, unico, della durata di un respiro, profondo, soffiato, dove il tempo si comprime e si espande sincronico a questa forma di trascendenza sonora, di vibrazione aerea e rarefazione meditativa, ricca di armonici vorticosamente risonanti ma forieri di una calma interiore da donare in un unico flusso. Non so se questo possa essere considerato il “soffio universale”, ma certamente, per quanto mi riguarda, mi piace soffermarmi spesso su una singola nota ed investigarne la qualità e la potenzialità espressiva. E voglia il caso che sia il mio soffio a consentirlo.
Un pensiero per concludere?
Vivere un’esperienza sonora come la musica suonata e ascoltata dal vivo a un palmo dal musicista è quello che auguro a tutti, così come auguro a tutti di sognare musica. Quelle volte che mi è successo è stata un’esperienza sensoriale “aumentata”, come si dice nel gergo informatico, poiché i neuroni allo stato onirico si combinano in soluzioni tali da renderla “multidimensionale”: hai la sensazione di dominarne qualsiasi aspetto, ma dall’interno.
È certamente da provare e quindi lo auguro.
Link:






