Pubblicato dall’etichetta indipendente Encore Music, “Ragtime: The Smile of Music” è il nuovo disco del talentuoso, sfavillante pianista jazz e compositore Marcello D’Ippolito. In questo album, al suo fianco, l’elettrizzante Ragtime Bubu Band formata da Marco Tuma (flauto e armonica), Ruggero Palazzo (clarinetto), Lorenzo Lorenzoni (trombone), Donatello Palermo (banjo), Michele Colaci (contrabbasso), Roberto Donno (batteria) e Alessandro Monteduro (percussioni), con la presenza di due formidabili special guest: il clarinettista Nico Gori (in Ragtime: The Smile of Music) e Fabrizio Bosso alla tromba (in Finger Breaker).
“Ragtime: The Smile of Music” è un’amorevole dichiarazione d’amore proprio per il ragtime, un genere musicale sovente, e ingiustamente, un po’ accantonato in quanto ritenuto “démodé”. Invece, con eleganza, sapienza, brillantezza e tonnellate di swing, D’Ippolito ne restituisce l’inestimabile valore e l’estrema importanza attraverso otto tracce: sei brani originali scaturiti dal suo estro e due sopraffini tributi a Jelly Roll Morton (Finger Breaker) e Renato Carosone (Pianofortissimo).
“Ragtime: The Smile of Music” è la tua nuova creatura discografica. Un album dedicato a un genere musicale nato alla fine dell’Ottocento ma che tu, amorevolmente, continui a praticare e a valorizzare in un’epoca moderna in cui il jazz vive sempre più di contaminazioni. Come nasce il desiderio di far “risorgere”, soprattutto sotto l’aspetto discografico, un genere solo apparentemente desueto proprio come il ragtime?
Per me, in realtà, il ragtime non è mai morto. È stato semplicemente vittima di un’ingiustizia storica. Sebbene il grande pubblico mi stia scoprendo ora grazie a questo progetto con la Encore Music, che ringrazio per aver dato un respiro nazionale alla mia musica, il mio è un amore incondizionato che dura da oltre quarant’anni. Il mio percorso tra i conservatori (dalla classica al jazz) e gli studi in Beni Culturali mi hanno portato a una constatazione: la storia ha etichettato il ragtime come un “antenato” del jazz, un gradino necessario ma superato e, per questo, spesso addirittura sconosciuto. Ecco perché preferisco definirmi un musicista di ragtime quasi per “comodità” verso l’interlocutore: gli addetti ai lavori lo considerano un genere sepolto, i musicisti classici si fermano a The Entertainer di Joplin, il pubblico profano lo associa istintivamente alle colonne sonore di alcuni film comici. Eppure, ognuna di queste categorie contestualizza il genere e, di riflesso, la figura del pianista: l’etichetta, ancora una volta, ha funzionato. In realtà, usare il termine “ragtime” è un modo per semplificare un universo che include lo stride piano, il novelty, il cake-walk, l’honky tonk, il boogie woogie, il bebop, l’improvvisazione e il jazz. La mia visione artistica sfida la linearità del tempo. Se proprio il jazz oggi è vivo grazie alle contaminazioni, è perché l’influenza tra gli stili è sempre bilaterale: gli idiomi del ragtime sono diventati linguaggio intrinseco dei grandi pianisti: penso a Oscar Peterson, che ne esponeva istintivamente gli stilemi, a Michel Petrucciani, fino ad arrivare all’amico Stefano Bollani. Dunque, non sto compiendo il miracolo di far “risorgere un morto”, sto semplicemente restituendo la giusta dignità a una musica che è stata la vera “monella” della cultura americana. Mi piace pensare, con un pizzico di provocazione, che nel mondo del jazz, spesso perso in elucubrazioni intellettuali fin troppo serie, alberghi una punta di sana invidia verso il ragtime. Perché, alla fine dei conti, è una musica così ammaliante e divertente che è fisicamente impossibile restare fermi ad ascoltarla. Con questo disco, voglio che il pubblico torni a sentire quell’irresistibile pulsazione vitale.

La tracklist del CD consta di otto brani: sei tue composizioni originali e due calorosi omaggi a Jelly Roll Morton (Finger Breaker) e a Renato Carosone (Pianofortissimo), due sensazionali specialisti del ragtime. Questi due pianisti iconici, oltre a essere figure simbolo di questo stilema (e non solo), hanno influenzato anche il tuo stile compositivo?
Selezionare la tracklist di un album è sempre un esercizio di equilibrio delicato, quasi un rito, specialmente quando senti che il lavoro ha le gambe per arrivare lontano e farsi ascoltare davvero. Nonostante sia il mio terzo disco, ho voluto approcciarlo come un nuovo “punto zero”, e questo ha reso la scelta dei brani una sfida ancora più complessa. Da un lato c’è il pragmatismo del mercato discografico odierno, che spinge molto sull’inedito e sulle composizioni originali: le royalties, ma non si può costruire il futuro rinnegando la propria appartenenza. Jelly Roll Morton e Renato Carosone non sono solo due riferimenti: per me sono “famiglia”. Rappresentano quel mondo da cui provengo, fatto di musica tecnicamente ineccepibile che però non rinuncia mai all’ilarità, alla gioia e, appunto, al sorriso. Includere Finger Breaker e Pianofortissimo è stato un modo per dichiarare il mio DNA: un virtuosismo che non è mai fine a sé stesso, ma sempre al servizio dell’intrattenimento più nobile. Per quanto riguarda i miei sei brani originali, mi sono lasciato guidare dalla capacità tipica di noi musicisti di lasciarci fecondare dagli stimoli più disparati: una cellula melodica, una poliritmia o anche solo un’immagine. Mi piace molto giocare con i titoli, stuzzicare la curiosità di chi ascolta. Spesso scelgo nomi che richiedono un piccolo sforzo di approfondimento, un “secondo livello” di lettura, perché credo che la musica debba essere un’esperienza interattiva: un dialogo in cui io offro un suono e l’ascoltatore ci mette la sua immaginazione per completare il quadro.
A proposito di brani originali, suscita una certa curiosità Choro di Roca. Per quanto concerne questa composizione, manifestamente ispirata allo chorinho, genere musicale che rappresenta l’antesignano della Musica Popolare Brasiliana, come hai partorito l’idea di dar vita a questa interessante sintesi stilistica?
A questa domanda potrei rispondere seguendo due binari paralleli, apparentemente opposti ma entrambi profondamente veri. Da un lato c’è l’aspetto puramente sensoriale: l’ispirazione, come dicevo, segue trame inesplorate. Per cui potrei dire che Roca, una perla del Salento intrisa di storia e baciata da un sole accecante, ha innescato un corto circuito emotivo. In quel luogo primordiale, ho sentito scorrere la stessa gioia vitale che anima la sincope brasiliana e il mare del Salento. È lì che è nato Choro di Roca: un omaggio sentimentale a una terra magica attraverso il linguaggio della “saudade” brasiliana. Dall’altro lato, però, esiste una spiegazione scientifica e musicologica che rende questa sintesi stilistica tutt’altro che casuale. La connessione tra il ragtime statunitense e lo choro brasiliano non è una semplice suggestione, ma un fenomeno storico documentato. Entrambi rappresentano la prima vera sintesi urbana di successo nei rispettivi Paesi, nati dallo stesso processo di ibridazione tra le forme colte europee e le pulsazioni ritmiche della diaspora africana. Basti pensare che quando la musica brasiliana arrivò negli USA e in Europa intorno al 1910, venne spesso commercializzata proprio come “Brazilian Ragtime”, con il Maxixe a fare da ponte ritmico e sociale in questo triangolo atlantico. Possiamo dire che ragtime e choro siano “cugini stilistici” nati simultaneamente ai due poli opposti del continente. Choro di Roca è il risultato di questo incontro: una visione in cui la storia della musica e il battito del cuore si fondono sotto il sole che funge da ponte tra il Mediterraneo e l’Oceano Atlantico.
Venendo ai musicisti che ti hanno accompagnato in questo spassoso viaggio di note e suoni, figura la Ragtime Bubu Band, spumeggiante settetto formato da Marco Tuma (flauto e armonica), Ruggero Palazzo (clarinetto), Lorenzo Lorenzoni (trombone), Donatello Palermo (banjo), Michele Colaci (contrabbasso), Roberto Donno (batteria) e Alessandro Monteduro (percussioni), ai quali si aggiungono due nomi altisonanti del jazz italiano: Nico Gori al clarinetto e Fabrizio Bosso alla tromba. Questi due special guest, dal punto di vista tecnico, stilistico, timbrico e comunicativo, come e quanto hanno arricchito il tuo disco?
Poter contare su compagni di viaggio così instancabili e ineccepibili professionisti è, al tempo stesso, un onore e un immenso piacere. La Ragtime Bubu Band è la mia “famiglia” musicale sin dal 2000: con Ruggero Palazzo, Roberto Donno, Michele Colaci e Donatello Palermo condivido avventure e palchi da ben ventisei anni. Per questo progetto, la famiglia si è allargata con gli innesti preziosi di Marco Tuma (armonica e flauto), Lorenzo Lorenzoni (trombone) e Alessandro Monteduro (percussioni), i quali hanno magistralmente performato nel brano Choro di Roca, creando un ensemble che definirei perfettamente equilibrato. Avere poi in squadra due giganti come Nico Gori e Fabrizio Bosso è stato qualcosa di realmente straordinario. Con Nico c’è un rapporto che va oltre la stima professionale. Collaboriamo da anni ed è per me un amico vero, oltre che un punto di riferimento imprescindibile nel panorama musicale internazionale e un passe-partout verso ogni percorso e circostanza. È un artista di una generosità rara, non è mai geloso della propria arte o dei propri contatti, ed è un mostro di bravura che riesce a nobilitare ogni nota che tocca. L’incontro con Fabrizio, invece, ha avuto una genesi più lunga e, se vogliamo, emozionante. Nonostante la preziosa mediazione di Nico, diverse occasioni di collaborazione erano sfumate in passato per pura fatalità. Un giorno, però, ho rotto gli indugi: gli ho inviato una traccia chiedendogli se avesse voglia di impreziosirla con la sua musica. La sua risposta è stata un “sì” immediato e senza esitazioni. Questo mi ha riempito d’orgoglio e mi ha permesso di scoprire, oltre al professionista indiscutibile che tutto il mondo conosce, un uomo di grande profondità e disponibilità. Il loro contributo non è stato un semplice “featuring”, ma un dono che ha elevato il disco dal punto di vista timbrico e comunicativo, portandolo in una dimensione ulteriore.

Guardando invece al messaggio artistico che vuoi comunicare attraverso “Ragtime: The Smile of Music”, può essere anche una sorta di invito ai giovani jazzisti emergenti di non accantonare nell’oblio un genere comunque fondamentale e, soprattutto, precursore del jazz?
Assolutamente sì. Il messaggio di “Ragtime: The Smile of Music” vuole essere un invito alla libertà e alla riscoperta. Come amo dire spesso: “Il ragtime non è solo suoni, ma una chiave per aprire l’anima, una carezza che sfiora l’ascoltatore e lo fa sentire connesso a qualcosa di più grande”. Il concept dell’album gioca tutto sull’analogia proprio tra il ragtime e il sorriso. In un mondo che spesso ci impone sovrastrutture e spiegazioni, questo disco nasce come un gesto di spontaneità assoluta. Sorridere è un riflesso naturale, immediato, universale. Allo stesso modo, il ragtime trasmette emozioni autentiche senza bisogno di mediazioni intellettuali. Ogni nota vuole essere una vibrazione di felicità che illumina chi ascolta. Ai giovani jazzisti emergenti vorrei dire di non guardare a questo genere come un pezzo da museo, ma come un organismo dinamico e vivente. Per descriverlo uso spesso l’immagine della farfalla dalle ali di vetro, Greta Oto: la sua trasparenza le permette di lasciarsi attraversare dalla luce dell’ambiente circostante. Ecco, la mia musica è così: si lascia attraversare dal bebop, dallo swing, dalla musica classica. È un percorso di mimesi e trasformazione: come il bruco nel bozzolo, il ragtime non muore, ma si reinventa in una bellezza contemporanea. Questa è la visione che cerco di trasmettere quotidianamente ai miei allievi. Spero di contribuire a formare una nuova generazione di pianisti che non veda la tradizione come un limite, ma come un trampolino per esplorare nuovi confini, restituendo a questa musica la sua natura di “eterna giovinezza”.
Da qui alla fine del 2026 ci sarà la possibilità di presentare questo disco dal vivo anche all’estero?
Certo. La dimensione dal vivo è il compimento naturale di questo progetto e il calendario si sta arricchendo proprio in queste settimane, mentre definiamo la stagione estiva. Posso già confermare con piacere che il prossimo appuntamento internazionale sarà il 14 maggio a Sofia, in Bulgaria, dove presenterò il disco presso l’Art Club Sofia. Tuttavia, la tua domanda tocca un punto dolente: la scarsa presenza del ragtime nei grandi festival jazz. Conoscendo bene l’ambiente accademico e le dinamiche delle direzioni artistiche, noto spesso una sorta di pregiudizio. Da un lato, c’è chi lo esclude perché non lo ritiene “propriamente jazz”, compiendo un errore storico e filologico onestamente imbarazzante, dall’altro c’è chi ne riconosce l’energia travolgente ma fatica a inserirlo in palinsesti spesso troppo cristallizzati. La strada da fare è ancora molta, ma la mia speranza è che gli organizzatori inizino a concedere più spazio a questo genere. Non ne faccio una questione economica, ma di intento divulgativo. Il mio obiettivo non è solo suonare, ma far capire che, senza il battito del ragtime, il jazz che amiamo oggi non avrebbe lo stesso cuore. Portare questa musica all’estero e nei festival significa restituire al pubblico una parte fondamentale della sua eredità culturale, con tutta la gioia e la vitalità che ne derivano.







