ENUMÈRA | Gostamos de cantar

ENUMÈRA
Gostamos de cantar
Autoproduzione
2026

Gostamos de cantar esce il 24 luglio 2026. Nove brani, vinile e digitale, produzione indipendente e distribuzione DistroKid. Da maggio lo hanno anticipato Allucca cu’ ‘sta voce, la title track e ‘Na chitarra e ‘nu guaglione. È il debutto degli Enumèra: Gabriella Di Capua alla voce, Andrea Santaniello al sax tenore e al flauto, Andrea Rea alle tastiere, Massimo Sorrentino alle chitarre, Daniele Sorrentino al basso, Luigi Del Prete alla batteria, Bruno Marcozzi alle percussioni.

La prima impressione inganna un po’. Gostamos de cantar scorre con una facilità che rischia di far perdere di vista quanto sia sorvegliato. Sette musicisti dentro lo stesso spazio significano molte possibilità e altrettanti pericoli. Basta poco: una tastiera che resta qualche battuta di troppo, un fiato chiamato a sottolineare ciò che era già chiaro o una chitarra che riempie un vuoto solo perché il vuoto mette paura.

Qui succede raramente.

Gli Enumèra sembrano avere lavorato soprattutto sulla misura. Su quanto basta. È una forma di disciplina che all’ascolto si trasforma in leggerezza e che, proprio per questo, può sembrare istintiva, ma dietro, invece, c’è scelta. Si sente da come gli strumenti entrano, da quanto restano e da ciò che lasciano libero agli altri. A ogni ascolto il disco sembra più piccolo. È un buon segno. Vuol dire che il lavoro di arrangiamento ha smesso di farsi vedere.

Gabriella Di Capua sta nel centro del suono senza comportarsi da centro. A volte passa davanti, altre volte rimane dentro l’impasto, quasi sullo stesso piano della sezione ritmica. La sua presenza modifica la forma e il colore dei brani senza schiacciarli. È una scelta delicata. In un organico simile, una voce troppo esposta avrebbe immediatamente cambiato i rapporti di forza. Il sax sarebbe diventato commento, le tastiere avrebbero perso profondità e la base avrebbe finito per lavorare al servizio del canto.

Di Capua tratta invece la voce come parte dell’orchestrazione, e qui il napoletano aiuta. Ha consonanti, aperture e accenti che possono farsi ritmo. Le parole mantengono il proprio senso e intanto diventano materia. La frase può stare sulla pulsazione, anticiparla, piegarla appena e per farlo serve controllo e la sicurezza di chi sa che per essere presente non occorre occupare tutto. Più sotto lavorano Daniele Sorrentino e Luigi Del Prete.

Anni di tour insieme con Stefano Di Battista hanno lasciato qualcosa che in studio si può imitare solo fino a un certo punto. Con loro il tempo respira. La pulsazione resta ferma senza irrigidirsi e dentro quella fermezza si muovono piccoli scarti come un accento, una figura di basso e un colpo lasciato leggermente indietro. Il resto della band può appoggiarsi lì senza diventare pesante.

Musicalmente Gostamos de cantar si muove in una zona di confine molto precisa: funk mediterraneo, groove partenopeo, canzone napoletana e jazz leggero di impianto armonico più che di posa. Il basso e la batteria tengono il baricentro nel movimento; le percussioni spostano l’asse verso una fisicità quasi danzante; fiati, tastiere e chitarra evitano l’effetto jam e lavorano invece sulla forma-canzone. È musica costruita sul ritmo, però con una scrittura che non si accontenta della pulsazione. Il funk arriva nella circolazione del groove, il Brasile in certe aperture melodiche e nel modo di appoggiare gli accenti, Napoli nella lingua e nella teatralità degli incastri. La cosa migliore è che nessuno di questi elementi viene esibito come genere di appartenenza. Restano dentro l’impasto, agiscono sottotraccia e fanno muovere il disco senza trasformarlo in esercizio di stile.

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In un settetto questo conta parecchio. Se basso e batteria chiudono il ritmo in una griglia troppo stretta, ogni strumento aggiunto finisce per accumularsi. Sorrentino e Del Prete fanno il contrario: tengono il terreno stabile e gli lasciano elasticità. Così il groove rimane fisico anche quando l’arrangiamento si infittisce.

Andrea Rea alle tastiere lavora con un pensiero da pianista. Il colore arriva dopo la funzione armonica e una volta trovato, resta al suo posto. Andrea Santaniello usa sax tenore e flauto come una seconda linea vocale e ciò che colpisce è la durata degli interventi. Entrano, aprono un’altra prospettiva, escono. Nessuna frase viene stirata per dimostrare qualcosa.

Massimo Sorrentino ha un senso molto netto del taglio. Accordi brevi, poche note, spazi lasciati intatti. La sua presenza si misura spesso in ciò che succederebbe togliendola. Bruno Marcozzi lavora ancora più in profondità. Le percussioni spostano il peso del ritmo, ne cambiano la postura e trasformano la velocità in movimento.

Sette musicisti, dunque. E quasi mai la sensazione di sette persone impegnate a farsi sentire. Anche Napoli viene fuori in questo modo.

Sei titoli su nove sono in napoletano. Uno è in portoghese e dà il nome all’album. Brasile, Mediterraneo, jazz, canzone partenopea entrano nei brani senza cartelli segnaletici. Affiorano nella curva di una melodia e in certe aperture armoniche. È un punto importante, perché Napoli ha prodotto talmente tanta musica su se stessa da aver generato anche una quantità enorme di imitazioni. Bastano pochi segni e la caricatura è pronta. Gli Enumèra evitano quella scorciatoia perché lavorano dall’interno della lingua musicale.

Lo dicono già i titoli: Allucca cu’ ‘sta voce, Jamm’, Fratm, Scenne ‘sta luna, ‘Na Muntagna, ‘Na chitarra e ‘nu guaglione, Hey, Hey, Hey, Ye-me-le. Sono quasi tutti richiami. Qualcuno chiama qualcun altro. Da vicino, da un balcone, da un palco o da una stanza.

Questa musica ha bisogno di un destinatario. Forse è il motivo per cui il disco, pur funzionando in cuffia, sembra avere già dentro la presenza del pubblico. Le frasi tendono verso l’esterno. Cercano una risposta.

‘Na chitarra e ‘nu guaglione rende esplicita una linea genealogica precisa. L’omaggio a Pino Daniele, in questo lavoro, resta credibile perché passa attraverso il modo di pensare la musica. Dentro si sente una scuola napoletana in cui jazz, canzone, ritmo e dialetto convivono da decenni. Napoli Centrale, Tullio De Piscopo, Daniele: musicisti che hanno trattato il groove come struttura e il napoletano come materia ritmica. Gli Enumèra raccolgono quella lezione senza mai trasformarla in citazione.

La competenza armonica resta evidente in tutto il disco in cui il brano continua a chiedere al corpo di muoversi. È un equilibrio difficile da ottenere. Quando funziona, la cultura musicale smette di essere qualcosa da esibire e diventa semplicemente il modo in cui il pezzo sta in piedi.

In Gostamos de cantar torna spesso anche una certa teatralità napoletana. La si sente nella disposizione delle parti. Uno strumento entra, cambia la scena e poi arretra. Il sax può comportarsi come un personaggio che attraversa il brano. Una tastiera modifica lo spazio senza dichiararlo. Una percussione sposta il baricentro. La chitarra taglia una frase e si ritira. È una memoria profonda della musica partenopea: pensare il brano anche in termini di presenza e attesa.

Il nome Enumèra, a quel punto, sembra quasi spiegare qualcosa del metodo. Gli elementi arrivano uno alla volta alla percezione, pur restando dentro un organismo unico.

La qualità migliore del disco sta probabilmente qui. Gostamos de cantar è immediato senza essere semplice. Al primo ascolto passa dal corpo. Al secondo cominciano a comparire dettagli che prima erano rimasti sotto pelle, come un incastro ritmico, una pausa, il momento esatto in cui il flauto esce o un accordo lasciato senza risposta.

Resta un margine interessante.

Il gruppo controlla molto bene il proprio materiale. A volte fin troppo bene. La precisione degli arrangiamenti tiene tutto in equilibrio e lascia intravedere quanto potrebbe diventare fertile, in futuro, qualche perdita di controllo. Una forma più sporca. Un brano lasciato respirare oltre la misura. Qualcuno che resti dentro una frase un po’ più del necessario e obblighi gli altri a reagire. Gli Enumèra hanno abbastanza tecnica per permetterselo.

Il palco, a questo punto, diventa decisivo. Un settetto autoprodotto significa costi, viaggi e logistica. Pubblicare nove brani anche in vinile nel 2026, senza un’etichetta alle spalle, dà già una misura concreta del progetto. Questa è una band nel significato fisico del termine: sette persone che devono stare nella stessa stanza, ascoltare ciò che succede e regolare continuamente il proprio spazio.

Gostamos de cantar dice che a loro piace cantare. Dopo nove brani, però, la cosa che resta davvero è un’altra: si sente quanto gli piace suonare insieme.

 

Musicisti:

Daniele Sorrentino, basso
Andrea Rea, tastiere
Gabriella Di Capua, voci
Massimo Sorrentino, chitarra
Andrea Santaniello, sax tenore
Gino Del Prete, batteria
Bruno Marcozzi, percussioni

Tracklist:

01. Jamm’
02. Allucca cu’ ‘sta voce
03. ‘Na Muntagna
04. Hey, Hey, Hey
05. ‘Na chitarra e ‘nu guaglione
06. Gostamos de cantar
07. Scenne ‘sta luna
08. Fratm
09. Ye-me-le

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