Un dialogo intimo con Alfero sul peso dei silenzi, sulla scelta di spogliarsi musicalmente e sul coraggio di non inseguire per forza l’immediatezza. Un brano che funziona proprio per ciò che toglie più che per ciò che aggiunge, anche se in alcuni passaggi si avverte una prudenza che forse avrebbe potuto osare ancora di più.
Ascoltando il brano si percepisce un inizio quasi vuoto, molto fragile, che poi cresce lentamente fino alla parte centrale più intensa. Quanto era importante per te che l’ascoltatore entrasse in punta di piedi nella storia prima dell’esplosione emotiva?
Era molto importante che l’ascoltatore non venisse travolto immediatamente, ma accompagnato dentro la storia, con delicatezza, quasi in punta di piedi. L’inizio è fragile: è come aprire una porta socchiusa su un mondo nascosto. Se entri piano, puoi accorgerti di ogni singolo movimento, di ogni attimo. Solo dopo questo approccio intimo può comprendere l’esplosione emotiva che si nasconde nel brano. Senza questo atteggiamento, il climax sarebbe stato soltanto un aumento di volume, e non una vera comprensione.

Nel tuo singolo “Cosa sei venuta a fare” colpisce molto la scelta di lasciare gli arrangiamenti così essenziali e pieni di spazio. Non hai mai temuto che una produzione più corposa potesse aiutare di più il brano a livello radiofonico? È una scelta artistica consapevole o anche una piccola sfida al mercato attuale?
La tentazione di complicare e riempire le zone che sembrano vuote c’è sempre, anche perché viviamo in un periodo in cui deve essere detto velocemente e in modo immediato. In “Cosa sei venuta a fare”, sentivo che le distanze fossero alla base del significato del brano. I vuoti non sono assenze, ma tensione. Mi sento molto lontano dall’idea attuale che tutto debba essere stratificato e saturo per funzionare.
Il testo è molto diretto ma mai didascalico. Arriva un senso di attesa quasi fisica. Scrivendo, avevi una storia reale in mente o hai costruito il racconto come un insieme di immagini emotive?
C’è sempre un legame con il reale, un momento emotive concreto dalla quale partire. Non si tratta di raccontare una cronaca, ma di esplorare secondo diverse prospettive il proprio vissuto. La scintilla iniziale si trasforma spontaneamente in immagini sonore e parole, senza pensare completamente alle vicende personali: si tratta di un luogo ibrido a metà tra invenzione creativa e realtà.
Se dovessi muovere una piccola autocritica al brano, c’è qualcosa che oggi cambieresti, magari una frase o una scelta sonora che, riascoltandolo, senti meno rappresentativa di te?
Dal punto di vista musicale cercherei una maggiore essenzialità. Mentre il testo, invece, fotografa un momento molto preciso, e cambiarlo troppo significherebbe snaturare e, in qualche modo, tradire l’emozione del momento in cui l’ho scritto.











