PROTOMARTYR | Hotel Usona: l’America come un albergo da incubo


PROTOMARTYR
Hotel Usona
Domino Records
2026

Ci sono alberghi dai quali si esce rigenerati e riposati e altri in cui si finisce per riconoscere, dietro ogni porta, il volto peggiore del mondo. Con “Hotel Usona”, settimo album in studio dei Protomartyr, la band di Detroit trasforma l’ospitalità in una trappola allegorica: un rifugio seducente, attraversato dalle crepe di un’America sempre più inquietante.

 

L’idea del frontman e cantante Joe Casey è semplice quanto efficace: immaginare gli Stati Uniti (Usona è acronimo di United States of North America – n.d.r.) come un vecchio hotel, abitato da ospiti che incarnano contraddizioni politiche, sociali e morali del presente. Il disco, targato Domino e pubblicato lo scorso 25 settembre, nasce dall’urgenza di raccontare un Paese ossessionato dalla propria immagine, dall’intelligenza artificiale e dalla disumanizzazione dei rapporti. Non un concept album rigidamente narrativo, ma un edificio simbolico in cui ogni stanza rivela una diversa forma di disagio. Così, tra paralisi sociale, deportazioni e patriottismo deformato, i Protomartyr restituiscono il ritratto sarcastico di una nazione incapace di riconoscere le proprie responsabilità.

Musicalmente, però, la novità di “Hotel Usona” è altrettanto significativa. La consueta tensione post-punk, affidata al basso di Scott Davidson, alla batteria di Alex Leonard e alla chitarra di Greg Ahee, si apre adesso a orchestrazioni, ottoni, armonium e timbri quasi esotici. La produzione impeccabile di Dave Fridmann amplifica questa metamorfosi: anziché limitarsi all’aggressione, i Protomartyr costruiscono atmosfere cinematografiche, sospese tra “lounge” obliquo e inquietudine “noir”. Joe Casey, dal canto suo, abbandona spesso il ringhio più abrasivo per una recitazione controllata, tanto più sinistra quanto più sembra indifferente.

L’apertura, affidata a The Old Hotel, stabilisce subito il tono con un andamento malinconico e squarci di fiati che trasformano la familiarità in presagio. Sounds We Cannot Hear alterna percussioni marziali e aperture melodiche, interrogando la nostra capacità di ignorare sofferenze ormai normalizzate. Al contrario, Feed The Sewer precipita in un vortice ritmico rumoroso e meccanico: la sua critica alla dipendenza dall’informazione tossica e dall’intelligenza artificiale trova nella musica una macchina che divora tutto. In The Knife Dream, piano e ottoni disegnano invece una deriva notturna, mentre con il suo strepitoso passo e crescendo orchestrale Third Country evoca quasi un paradiso turistico, che stride con la denuncia d’indifferenza verso le vite sacrificate alle politiche di espulsione.

A completare il quadro c’è poi la sostanza tex-mex, sinistra e allarmante, di Exalted Eagles (che mette nel mirino il nazionalismo distorto), il taglio livido e cinematico di Lavender-Gospel, i febbrili riverberi in punta di chitarra di Converts, contrappuntati da ariosi ricami di tromba, cambi percussivi e plumbei affondi di basso, mentre Checking Out chiude l’album con una magistrale prestazione di Casey, in un duplice piano sonoro che passa dalla concitazione alla rassegnazione, efficacissimo nel restituire all’ospite di turno la cruda realtà: quella di una condotta personale codarda e corrotta, condizionata e narcotizzata da un insensato marciume sociale.

È proprio questo contrasto tra eleganza sonora e corrosione morale a distinguere “Hotel Usona” dai lavori precedenti. Rispetto alla ruvida urgenza di “Relatives In Descent” (2017), e proseguendo l’apertura emotiva di “Formal Growth In The Desert” (2023), il quartetto sceglie arrangiamenti più ampi e complessi senza rinunciare alla potenza e all’immediatezza del risultato finale.

Una magia, questa, senz’altro frutto del tocco geniale di Dave Fridmann, che grazie anche alla collaborazione del figlio Jon (sue tutte le parti di tromba e ottoni) riesce qui a compiere lo stesso miracolo di cui beneficiarono, ben ventisette anni addietro, i Flaming Lips di “The Soft Bulletin”. Un miracolo che per i Protomartyr di “Hotel Usona“ vale una svolta artistica d’inusuale intensità e portata espressiva, mantenendo (se non rafforzando) la propria immagine di band proletaria, da sempre impegnata e schierata contro i poteri forti.

In conclusione “Hotel Usona” è senza dubbio il disco migliore, più sfaccettato e più spietato finora realizzato dai Protomartyr. Un ulteriore sorpasso a destra delle loro radici post-punk, a tutto vantaggio di un repertorio che se suonato e riprodotto altrettanto bene dal vivo come su disco, sarebbe un qualcosa di dannatamente epico ed eroico.

Esperienza e supporto d’ascolto: Black Standard Vinyl, USA & Europe Edition, WIGLP571

Voto: 8,5/10
Genere: Art Rock / Post-Punk / Alternative Rock

Musicisti

Joe Casey – vocals
Greg Ahee – guitar
Alex Leonard – bass
Scott Davidson – drums
Jon Fridmann – horns

Tracklist:

01. The Old Hotel
02. Sounds We Cannot Hear
03. Converts
04. Exalted Eagles
05. The Knife Dream
06. Feed The Sewer
07. Lavender-Gospel
08. Third Country
09. Checking Out

Links:

Protomartyr
Domino Records