DINO BETTI VAN DER NOOT | Al Teatro Parenti l’incanto del jazz orchestrale tra visione e speranza

Ascoltare Dino Betti van der Noot dal vivo è un’occasione da prendere al volo. Certo, soprattutto in Italia, non è facile vedere su un palco una qualsiasi orchestra jazz. Ma con Dino il carattere di eccezionalità si ingrandisce. Per i milanesi ma poi molto di più per chi non è di stanza nel capoluogo lombardo. Sì perché Dino non intrattiene con la musica alcun vincolo che non sia la passione per il suo strumento; il quale è appunto la cricca di 22 elementi che incarna le sue composizioni e i suoi arrangiamenti. E lui la porta sul palco, questa sua straordinaria macchina espressiva, un’unica volta a Milano all’uscita di un suo album – una consuetudine un po’ magica che si rinnova da tempo -, lo presenta e quasi lo invera, proponendone una versione in tempo reale, “live”, appunto.

E, per nostra fortuna, il maestro originario di Rapallo da un po’ di anni ci ha abituati bene, con nuove opere discografiche che escono con una regolarità all’incirca biennale.

In più stavolta l’eccezionalità diventa unicum. Perché in ballo non c’è solo la possibilità di ascoltare quali direzioni prenderà in concerto “Brahm Dreams still”, il suo ultimo, visionario cd, ma festeggiare i 90 anni, compiuti il 12 settembre, di questo autentico Camilleri del nostro jazz.

Arriviamo in un pienissimo teatro Parenti emozionati. Sul palco senza quinte la distribuzione fittissima degli strumenti dell’orchestra, dei microfoni, degli amplificatori, riporta alla mente i mitici concerti degli anni Settanta in cui nei teatri della nostra penisola arrivavano gruppi come, uno per tutti e non casualmente, i Soft Machine.

Quando si spengono le luci e la musica ha inizio scopriamo che anche l’eroe di questa serata lo è, emozionato. Tanto che quando arriva l’esecuzione del brano che dà il titolo all’album si rivolge al pubblico più o meno così: questo doveva essere il brano iniziale non solo del disco ma anche del concerto, ma vabbè lo facciamo ora.

Frutto dell’emozione, lo ripetiamo. Ma anche, e sicuramente, di uno scompaginare che fa parte del gioco. Il gioco febbrile di una creatività concentrata e minuziosa, tanto libera e senza rete protettiva quanto operaia e pendolare nel mettere in atto gli strati sonori che ascoltiamo. I musicisti suonano, ognuno pindarico nella sua specifica personalità: eppure è Dino Betti che suona con/per/al posto di ognuno di loro. A volte si avvicina a loro, sussurra rapide indicazioni poi torna al centro del palco con rapidi balzi. Il gioco di sguardi, di movimenti del corpo, di cenni d’intesa, la gestualità delle mani, delle braccia, delle spalle, la richiesta ai solisti, soprattutto ai fiati, di grappoli di note o sovracuti, brevità o estensione, o d’un tratto invece l’immobilità quasi sacrale con cui Betti van der Noot si mette in ascolto dei suoi solisti (sublimi tutti gli assoli di Emanuele Parrini al violino), rappresentano uno spettacolo nello spettacolo, aggiungono chilometri di senso a tutto ciò che l’ascolto solo discografico necessariamente comprime.

Di senso e di chiarificazione: gli assoli che non sono mai su un tema, i temi stessi che evolvono, si rifrangono, si dividono, le armonie che sembrano alimentarsi di correnti sottomarine, le poliritmie inafferrabili ma ingegneristicamente combacianti: tutto stasera è a portata di mano, ci rende partecipi, si svela.

Ognuno dei musicisti sul palco è un gigante del suo strumento e ha fatto o sta facendo la storia del jazz italiano, li nominiamo tutti nel palchetto, ma (anzi e) qui la loro maestria è al servizio del fiume in piena delle idee del compositore e del direttore, l’impressione è quella di un tutti per uno che finisce per travolgere ed entusiasmare insieme i musicisti e il pubblico.

Pubblico che coglie l’unità di intenti, che a un certo punto sorride e applaude allegro all’interruzione festosa di Sandro Cerino per fare gli auguri al maestro declamando versi in rima divertenti e ironici, ma in realtà traboccanti d’affetto per un timoniere inimitabile.

Sì perché si ha un bel riflettere sul fatto che la musica di Dino sembra  inglobare elementi del jazz classico su su fino a quello progressivo degli Settanta (la citazione dei Soft Machine fatta sopra); che a tratti pare voglia resuscitare i fasti dell’AACM e della creative music chicagoana; che alcuni stacchi addirittura farebbero poi improvvisamente pensare (ma per pochi secondi) al Bacharach più orchestrale, quello delle colonne sonore; che è profondamente permeata di riferimenti a suoni africani e asiatici; che non le è estraneo il movimento della new age nella sua dimensione più universale e spirituale; si ha un bel dire su questi e altri aspetti della condizione generale della musica che la creatività di Dino sembra non voler disperdere e riunire in un unico immenso spazio attraverso il suo sguardo di intellettuale e di compositore; la verità (si fa per dire, magari…) è che la sua musica ha un’impronta solo sua, è una luminosa scia sonora che l’ascoltatore segue rapito, incantato, ora da un mare cristallino senza vento (A cristalline windless sea), ora dall’immagine delle ore blu di Rimbaud (Aux premieres heures blues), ora ancora, come nella già menzionata title-track, dal sogno di Brahma. E fino a quando Brahma sognerà, per il mondo – anche in questi tempi bui – una speranza resta.

 

DINO BETTI VAN DER NOOT
La sua musica e i suoi musicisti

“Brahm Dreams Still. Un po’ di speranza in questi tempi bui”

Giovedì 1ottobre 2026, ore 21
Teatro Franco Parenti di Milano

I musicisti:

Gianpiero LoBello, Alberto Mandarini, Mario Mariotti, Fabio Brignoli, trombe & flicorni; Luca Begonia, Stefano Calcagno, Enrico Allavena, tromboni; Gianfranco Marchesi, trombone basso; Sandro Cerino, flauto, clarinetto basso & sax alto; Andrea Ciceri, sax alto; Giulio Visibelli, flauto contralto & sax tenore; Rudi Manzoli, sax tenore; Gilberto Tarocco, clarinetto, clarinetto basso & sax baritono; Andrea Dulbecco, vibrafono; Emanuele Parrini, violino; Niccolò Cattaneo, pianoforte; Mirko Puglisi, tastiere; Vincenzo Zitello, arpa celtica; Gianluca Alberti, basso elettrico; Stefano Bertoli, batteria; Tiziano Tononi, rullante, udu drum & percussioni; Federico Sanesi, tabla, pakhawaj, darabouka, tanpura, campane, cow bells, stone chimes & ocean drums.

Dino Betti van der Noot, compositore e leader.

Tutte le foto sono per gentile concessione di Roberto Cifarelli.