La canzone d’autore moderna sembra liquida, digitale anche quando gli strumenti sono reali. Batterie, linee di basso… inevitabili arrangiamenti di suoni altri… tutto diventa di una qualità “poco umana” e molto precisa, puntuale, senza inflessioni ed esitazioni… ed è nel mestiere di pochi la capacità di uscire fuori con anima e personalità. Milomaria in scena ci va con un disco dal titolo “La breve distanza” ed è un percorso senza ostacoli dentro le forme sintetiche del pop d’autore. Anche quando la magistrale teatralità di Leo Gullotta arriva a recitare dei passi nel singolo “Via Maqueda”, capiamo quanto l’uomo e la sua natura sa essere superiore alla rigida perfezione della macchina… e questo, comunque sia, non è un disco fatto di macchine. Come a dire, asserisce qualche saggio, che paradossalmente dovremmo tornare anche a produrre “male”…

 

MILOMARIA COVERElettronica ma anche tanto suono acustico. Dove pende l’ago della tua bilancia? 

Io, da buon siciliano, amo le contaminazioni. Mi piace far coesistere entrambe le soluzioni. Poi è il brano che decide quale abito indossare, anche a seconda dell’occasione in cui sfoggiarlo. Non escludo mai nulla a priori: mi piace molto l’elettronica, così come è ben noto il mio amore verso l’acustico.

Che produzione hai cercato e raggiunto? Che cosa volevi da questo disco?

Ho cercato di dare forma alle mie confessioni attraverso una produzione sincera, che sostenesse il peso delle mie emozioni senza spacciarle per qualcos’altro. Non ho mai cercato l’effetto wow, ma il “so come ci si sente”. Perché la musica è medicina e condividere vissuti simili può aiutare chi attraversa certe dinamiche a capirsi un po’ di più.

 

 

Ci sono momenti come “Via Maqueda” in cui prendi orchestre e soluzioni favoleggianti… e penso che sia un punto che torna spesso nel suono di questo disco vero?

Raccontare storie è ciò che mi rende Milomaria. Via Maqueda è stata orchestrata perché l’abbiamo presentata a Sanremo (come avrete visto non è andata), ma anche perché era l’unica cosa da fare. Alcune fiabe hanno bisogno di un’orchestra per essere raccontate. E così, senza quasi accorgercene, anche le altre tracce del disco hanno finito per portarsi dietro un’eco di quella fantasia fiabesca.

Eppure la fantasia è una distanza assai lunga da gestire… sembra quasi una contraddizione con il concept del disco, non trovi? Come a dire: mi sarei aspettato un suono decisamente più acustico e diretto…

La breve distanza di cui parlo è nostalgia, ma anche desiderio e azione per accorciarla. L’alternanza di suoni rarefatti e altri più prossimi racconta proprio questa danza, questo rincorrersi. Con Andrea Allocca abbiamo giocato a frisbee con le emozioni e i suoni: talvolta lanci lunghi, altre cortissimi. Nessuno dei due puntava a far prevalere un linguaggio sull’altro.

 

 

Dal vivo? Come suona?

Questo me lo chiedo anch’io. Non abbiamo ancora iniziato a lavorare al live, se non per qualche ospitata acustica. Vorrei però che il viaggio dei concerti iniziasse proprio con un unplugged. Stiamo valutando la soluzione migliore, ma mi auguro che arrivi tutta la sincerità che ci ho messo, con picchi di rabbia consapevole e nostalgia malinconica, senza dimenticare quel pizzico di ironia che fa sempre bene.