I 100 anni di FRANCO CERRI | Comunicativo, disponibile, educato, civile, umano

Il ricordo dell’adolescenza di Franco Cerri, uno dei padri del jazz in Italia, a 100 anni dalla nascita.

 

I 100 anni di Franco Cerri | Comunicativo, disponibile, educato, civile, umano

Con questi cinque aggettivi – comunicativo, disponibile, educato, civile, umano – nel giorno della scomparsa di Franco Cerri, il celebre pianista, compositore e arrangiatore Enrico Intra aveva delineato la personalità del suo grande amico di sempre e collega che, il 29 gennaio di questo 2026, avrebbe compiuto 100 anni.

Chiunque avesse avuto la fortuna di conoscere Franco Cerri non potrebbe che confermare. Il suo modo di essere era esattamente così, come lo si vedeva, vestito di un’umiltà, una “normalità”, un modo di comportarsi da “vecchio amico” con tutti, che nulla riusciva a togliere alla sua intrinseca autorevolezza, che si manifestava in modo naturale.

Il giovane Franco visse la sua adolescenza in una Milano nel pieno del “ventennio”, con tutte le limitazioni e le privazioni ce ne derivavano, in una famiglia dignitosamente povera, com’erano la maggior parte in quei tempi bui con non molte eccezioni, con genitori amorevolissimi, la madre e il padre, reso disabile da una serie di ferite della guerra 15/18, da cui lui ereditò gran parte del suo carattere, e i suoi fratelli.

Come abbiamo ricordato in altre occasioni, durante il “regime”, in un clima oppressivo di repressione e di censura, erano ammesse solo le forme artistiche “nazionali” e vietate tutte le espressioni internazionalistiche; è ormai noto a tutti – ma vale sempre la pena di ricordare – che, tra i pochi brani che filtravano, St. Louis Blues in Italia era intitolato I lamenti di San Luigi, Benny Goodman e Louis Armstrong venivano chiamati Beniamino Buonomo e Luigi Braccioforte, e così via.

Da ragazzino Franco, assieme al fratello Sergio, canta nei cori parrocchiali sempre attratto, per quanto e come possibile, da tutte le espressioni artistiche. E’ bravo a scuola ma è costretto a lasciare gli studi ed è prima muratore, poi ascensorista alla Montecatini; educato, gentile e distinto, viene presto assegnato all’ascensore personale del Presidente che lo nota e lo sposta negli uffici come bibliotecario.
Alla sera ascolta alla radio musica che è principalmente “nazionale” – le orchestre di Cinico Angelini, di Gorni Kramer, di Pippo Barzizza, e le canzoni di Natalino Otto e Alberto Rabagliati – ma nasconde delle infiltrazioni di musica straniera, principalmente americana, anche jazz (come sempre mascherata da titoli italianizzati per aggirare la censura del regime) e viene folgorato dal suono della chitarra.
Così, quando esprime in famiglia la sua attrazione per quello strumento, un giorno ne riceve una in dono dal padre, uno strumento modesto ma per lui una meravigliosa opportunità.
Inizia a studiare, caparbiamente ma con grandi difficoltà, da autodidatta fino a quando incontra Giampiero Boneschi, un suo compagno di scuola che studia musica con un maestro ed ha la fortuna di possedere un pianoforte ed un grammofono con diversi dischi di grandi artisti tra cui alcuni jazzisti americani: Giampiero conosce le note e sa dove e come si devono accompagnare tra loro per formare gli accordi, quindi rappresenta per Franco la fortuna di avere, sebbene indirettamente, un maestro.

Poco a poco, assieme agli immigrati di ritorno, che in America non avevano trovato la fortuna ch’era stata loro promessa, iniziarono ad arrivare molte novità, strane abitudini di vita e anche in tema di musica, attraverso dischi che colpivano l’immaginazione sia del pubblico che degli addetti ai lavori, tra cui un giovane Gorni Kramer che, forte di una solida formazione musicale classica, sapeva apprezzare tempestivamente la novità intrinseca nell’armonia e nella ritmica della nuova musica americana.
I canali restavano la radio e qualche locale esclusivo della Milano bene, più o meno clandestino, perché la musica americana continuava a dover essere mascherata a causa della censura.

Un brutto giorno arrivò la dichiarazione di guerra. Ne seguirono mesi ed anni di grande caos e crisi economica, nel corso dei quali Franco e Giampiero continuarono ad andare avanti come potevano a studiare tra loro la chitarra ed il pianoforte, diventando un duo affiatato. Intanto era nata Radiotevere, una nuova emittente radiofonica che sembrava localizzata e Roma ma che invece trasmetteva clandestinamente da Milano e mandava in onda anche del buon jazz.
A quel tempo la musica in radio si trasmetteva “live” e si seppe nell’ambiente che cercavano musicisti; Giampiero e Franco si presentarono ed incontrarono Luciano Sangiorgi che li ingaggiò: nell’ambiente di Radiotevere c’erano molti ottimi musicisti dai quali loro avevano molto da imparare.

Ma la cosa non durò moltissimo: nel 1944 Franco compiva 18 anni è fu chiamato alle armi ma dopo l’espletamento delle formalità, gli  consegnarono un foglio di aspettativa di chiamata e con quello, per sua fortuna, fu rimandato ad attendere a casa.

Franco Cerri al contrabbasso
Franco Cerri al contrabbasso

Il corso la storia cambiò quando il fatidico 25 aprile del 1945 arrivarono gli americani e con essi i V-disc, i “Dischi della Vittoria”, antesignani dei dischi in vinile a 78 giri che l’esercito americano distribuiva tra i propri militari per rallegrare il loro tempo libero. Tra i titoli e gli artisti c’era quanto di meglio un appassionato di jazz potesse desiderare, Duke Ellington, Sinatra, Fats Waller, Bing Crosby, Benny Goodman, Louis Armstrong, Billie Holiday, Ella Fitzgerald, praticamente una miniera d’oro.

Finalmente i musicisti italiani ebbero nuovi strumenti con cui confrontarsi e da cui apprendere molte novità.

Con la fine dell’odioso regime artisti e musicisti presero a radunarsi in Galleria a Milano alla ricerca di ingaggi e un giorno apparve Kramer che, come abbiamo accennato, era già molto conosciuto ed affermato. Kramer riconobbe subito Franco Cerri, sebbene quest’ultimo fosse nascosto in un angolo per la sua notoria timidezza, per averlo già incontrato tempo addietro in un locale dove suonava, pur senza conoscersi avevano improvvisato qualche pezzo insieme e il maestro aveva avuto l’opportunità di apprezzarne le capacità. Senza mezzi termini, coi modi spicci a cui era abituato, Kramer invitò Franco a far parte di un’orchestra che stava formando e per quest’ultimo fu la vera svolta.

Da quel momento la vita di Franco fu un divenire di avvenimenti. Tra i più eclatanti, un giorno c’era stato a Milano uno spettacolo di Billie Holiday la quale, già provata da alcool e droghe, si presentò semi ubriaca e fu contestata dal pubblico.
Per rimediare furono organizzati due spettacoli straordinari e Franco fu chiamato a suonare la chitarra per Billie e questo rappresentò per lui una vera e propria iniziazione alle collaborazioni con i più grandi nomi del jazz nazionale ed internazionale che seguiranno nel corso della sua lunga carriera.

Pochi anni dopo la fine della guerra aveva così preso il via un vero e proprio filone culturale e artistico italiano di jazz.   Cerri, con Kramer, Boneschi, Renato Sellani, Gianni Basso, il Quartetto Cetra, Nicola Arigliano, Giorgio Azzolini, Bruno De Filippi, Gianni Cazzola, Gil Cuppini, Enrico Intra, e molti altri “pionieri”, sono considerati a pieno titolo i grandi Padri del Jazz italiano.

Un doveroso cenno a parte meritano i contributi originali e ironici di Renato Carosone, assieme ai suoi sodali Gegè di Giacomo e Peter Van Wood – “l’olandese volante”, anch’egli chitarrista, che svolse gran parte della sua attività in Italia incontrando diverse volte Franco Cerri – nel creare un nuovo stile jazz-pop che seppe conquistare il pubblico col suo approccio divertente e irriverente.

 

Dagli episodi raccontati in questa breve memoria prese forma la carriera lunga e costellata di soddisfazioni e riconoscimenti di Franco Cerri, che resterà in piena attività quasi fino alla sua scomparsa, il 18 ottobre 2021, all’età di 95 anni.

Possiamo quindi concludere come, pur nelle difficoltà e nella scarsezza di possibilità economiche e tra i mille ostacoli posti dal momento storico ma con caparbietà e passione quest’uomo, assieme a tanti altri con lui, con l’appoggio ed il riconoscimento di chi, magari in origine più fortunato, seppe apprezzare e valorizzare il loro talento, hanno scritto una pagina importante della musica italiana.

P. S. Per tornare alla prima frase di questo racconto un breve aneddoto personale.
Mi trovai ad assistere molto da vicino ad un concerto di Franco Cerri e non rinunciai a fargli molte fotografie.
Alla fine ritenni di scusarmi con lui per timore di averlo infastidito ma, con mio grande stupore, fu lui a ringraziarmi per avergli fatto molte foto ed aver dimostrato tutta quell’attenzione e considerazione per lui.
Credo che una signorilità – ecco forse l’aggettivo da aggiungere – del genere non capiterà più tanto facilmente.