VITTORIO SOLIMENE | Una visione della musica lontana dai cliché

Dato alle stampe dall’etichetta indipendente Encore Music, “Letter To…” è il nuovo album del pianista jazz e compositore Vittorio Solimene, puro e giovane talento sempre più stimato in ambito nazionale. In questa creatura discografica si avvale della presenza di cinque brillanti partner musicali: Lorenzo Simoni al sax alto, Alessandro Bintzios al contrabbasso, Michele Santoleri alla batteria e gli ospiti Ava Alami (voce in Farewell e in Smiling Eyes) e Cosimo Boni (tromba in September 1888).

In solco contemporary jazz, distante dal linguaggio strettamente legato alla tradizione jazzistica, “Letter To…” rappresenta un’indagine interiore che Vittorio Solimene conduce con maturità, eleganza e intraprendenza. Formato da dieci brani originali scaturiti dalla sua notevole sensibilità compositiva, in questo lavoro Solimene spicca per la ricercatezza melodica e armonica attraverso cui concepisce la sua scrittura. Composizioni sofisticate ma non cerebrali, valorizzate dall’estro e dall’intensità comunicativa dei suoi cinque compagni di viaggio.

Il jazzista napoletano, romano d’adozione, si descrive artisticamente sviscerando contenuti molto interessanti.

 

Dall’ascolto di   “Letter To…”, ciò che balza subito all’orecchio è soprattutto la complessità melodica e armonica dei tuoi brani originali. Attraverso quale processo di ricerca creativa hai raggiunto questo equilibrio e questa sintesi?

Il mio processo creativo parte sempre da elementi extramusicali. Nel caso di “Letter To…”, a ispirarmi, sono state una serie di lettere selezionate da diverse letture fatte negli anni. Proprio queste lettere sono di autori noti, sconosciuti e alcune di vita privata. Il procedimento per me è sempre quello di cercare di tradurre il messaggio, o comunque l’emozione che mi ha lasciato, dell’ispirazione extramusicale in qualcosa di musicale. Faccio un esempio pratico: in To an Imaginary Friend mi sono ispirato a una lettera di un paziente di un ospedale psichiatrico, in cui parla di questa figura immaginaria (che per lui è reale) e del legame costruito con “lei” nel corso dell’adolescenza. In questo caso ho scelto di comporre il brano utilizzando una polimetria, generando un’illusione ritmica che per me rappresenta il labile confine tra realtà e immaginazione.

A proposito delle tue composizioni, negli ultimi anni, hai avvertito un cambiamento notevole nel tuo senso estetico?

Sì. Questo credo sia dovuto alle numerose esperienze artistiche che ho avuto la fortuna di vivere negli anni, esperienze spesso molto diverse e agli antipodi dal punto di vista estetico, e a una migliore capacità di organizzare le mie idee musicali, grazie alle produzioni discografiche da leader, sideman e co-leader a cui ho partecipato.

VITTORIO SOLIMENE (PH TOMMASO TAURISANO)

Al tuo fianco, in questo nuovo album, figurano cinque partner di note dal fulgido talento: Lorenzo Simoni al sax alto, Alessandro Bintzios al contrabbasso, Michele Santoleri alla batteria e gli ospiti Ava Alami (voce in Farewell e Smiling Eyes) e Cosimo Boni (tromba in September 1888). Sul piano squisitamente tecnico e comunicativo, quali sono le loro qualità principali che ti hanno convinto a sceglierli per registrare il disco?

Sono tutti artisti per i quali nutro una grande stima. Lorenzo Simoni l’ho conosciuto durante una jam a Siena nel 2021 e mi ha immediatamente colpito per la sua unicità nel suono e nel fraseggio (dopo ho scoperto che parallelamente aveva una carriera da concertista classico). Con Michele Santoleri e Alessandro Bintzios collaboro già da anni in diversi progetti e, prima di essere riuniti nel mio quartetto, non avevano mai suonato insieme. Per me questo è stato un punto di forza, in quanto credevo che farli incontrare avrebbe potuto dar vita a una ritmica interessante; nonostante l’estrazione musicale molto diversa. Di Michele mi ha colpito il suo senso del groove e la sua poliedricità rara, mentre Alessandro ha una grande solidità e una vasta conoscenza della tradizione jazzistica. Con tutti e tre i membri stabili del mio quartetto, oltre alla stima musicale, c’è un grande affetto e il piacere di condividere il palco insieme, fattore secondo me fondamentale per la riuscita totale di un progetto. Parlando degli ospiti, Cosimo Boni l’ho conosciuto solo di recente, perché l’avevo contattato come guest per una data del mio quartetto due anni fa e, subito, decisi che l’avrei coinvolto nella produzione discografica di “Letter To…” per la sua capacità di entrare all’istante, con personalità, nelle mie composizioni. Invece con Ava Alami ho una collaborazione da anni e l’ho ritenuta la perfetta interprete dei brani e dei testi che ho scritto, per il suo timbro e la sua grande capacità comunicativa.

(Ri)tornando alla musica scritta per questo lavoro discografico, l’altro aspetto che colpisce profondamente è l’assenza di elementi stilistici riconducibili al bebop, all’hard-bop, al post-bop, tutti generi che tu conosci e pratichi, anche in veste di sideman, con grande consapevolezza e sapienza. Questa scelta deriva dalla necessità artistica di esprimerti attraverso una “voce” sempre più riconoscibile?

Esattamente. Nella creazione dei progetti discografici a mio nome mi pongo sempre l’obiettivo di elaborare un qualcosa che rappresenti una visione personale e riconoscibile del mio pensiero musicale, sforzandomi di sfuggire ai cliché compositivi dal punto di vista melodico, armonico e ritmico. Credo che ciò che studiamo, suoniamo in altri progetti, o semplicemente amiamo ascoltare e suonare, non debba necessariamente comparire nelle proprie composizioni, ma semplicemente ne può essere “silenziosamente” parte.

Oggi, a circa tre mesi dall’uscita di “Letter To…”, ti senti pienamente soddisfatto del risultato finale? Oppure, se potessi tornare indietro, cambieresti qualcosa?

Sono soddisfatto del lavoro finale e credo che sia una fotografia attendibile della mia attuale visione artistica e musicale. Chiaramente, da persona molto autocritica quale sono, trovo sempre elementi che si possono migliorare o semplicemente pensare in un altro modo. D’altronde, noi musicisti siamo sottoposti a tanti stimoli ed esperienze che ci portano a modificare la nostra visione. Però, sono convinto che il bello di un album siano proprio la sincerità e il legame che hanno con quel preciso momento della carriera. Per cui è bello che abbia le sue personali sfaccettature.

Da qui alla fine dell’anno, presenterai la tua nuova realizzazione discografica anche all’estero?

Purtroppo, al momento, non ho concerti all’estero con questo progetto. Ma sto lavorando per portarlo in Europa nel 2027.