Per comprendere il significato dell’operazione bisogna probabilmente partire dal percorso di Fabio Nardelli.
La storia di Uniplux affonda le proprie radici nella scena punk-rock italiana degli anni Ottanta, un ambiente che, al di là delle inevitabili differenze territoriali e stilistiche, condivideva alcuni elementi comuni: urgenza espressiva, autonomia creativa, diffidenza verso le convenzioni dell’industria musicale e forte attenzione alla dimensione identitaria del linguaggio sonoro.
Questo retroterra continua a essere leggibile anche oggi.
Ed è proprio ciò che rende interessante la scelta di confrontarsi con un brano come “D’yer Mak’er”.
Perché il pezzo dei Led Zeppelin non rappresenta semplicemente un classico del rock internazionale. È uno dei loro lavori più eccentrici: reggae contaminato da attitudine britannica, groove volutamente irregolare, ironia compositiva, tensione continua verso la deviazione stilistica.
Una scelta che, in fondo, dialoga sorprendentemente bene con certe logiche culturali dell’universo punk: la diffidenza verso le formule troppo codificate, il desiderio di sabotare le aspettative, la libertà di attraversare territori musicali differenti.
La nuova interpretazione di Uniplux si muove proprio su questo asse.
Il progetto non appare interessato alla ricostruzione perfetta del passato. Il suono conserva un forte rapporto con la tradizione rock — chitarre presenti, dinamica organica, centralità dell’interazione strumentale — ma evita accuratamente la postura nostalgica.
In questo equilibrio assume un ruolo importante Dave Sumner.
La sua presenza introduce dentro il progetto un frammento autentico della cultura rock britannica: Londra anni Sessanta, esperienza professionale internazionale, attraversamento della scena italiana. Non come certificazione storica dell’operazione, ma come elemento musicale attivo.
Accanto a lui, Fabio Varrone/Anarchybrain contribuisce ad ampliare ulteriormente il raggio culturale del lavoro, portando dentro il progetto una sensibilità costruita tra produzione musicale, performance e multidisciplinarità artistica.
Ma ciò che rende davvero significativo “D’yer Mak’er” nella lettura di Uniplux è forse un altro aspetto.
Il progetto sembra infatti sottrarsi a una falsa alternativa molto diffusa nel rock contemporaneo: da una parte la nostalgia integralista del classic rock, dall’altra l’ossessione dell’aggiornamento forzato.
Uniplux sceglie una terza strada.
Usare la memoria musicale come materiale di lavoro.
Non museo.
Non trend.
Materia viva.
Ed è qui che il percorso dell’artista torna centrale. Perché la lunga traiettoria di Uniplux — dalle radici punk alla produzione attuale — racconta esattamente questo: il rock come processo continuo di negoziazione tra storia personale, cultura musicale e necessità espressiva.
In un’epoca spesso dominata dalla velocità del consumo sonoro, il progetto “D’yer Mak’er” ricorda qualcosa che il rock tende ciclicamente a dimenticare: la sua forza non nasce dalla fedeltà dogmatica alle formule del passato, ma dalla capacità di rimetterle continuamente in discussione.
E dentro questa tensione, Uniplux continua a trovare una voce riconoscibile, ostinatamente personale.
Link ufficiali
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