Un brano nato dal passato e ripensato nel presente, con la voce graffiante di Ira Green e la produzione di Matteo Gabbianelli. The Indiependent Drummer ci accompagna in un percorso fatto di suoni, visioni, opposizioni e archetipi, dove la musica diventa spazio terapeutico e identitario.
Alessandro, è un piacere averti qui. “Underground Feelings” racconta la rinascita dopo un periodo oscuro. Quanto è importante per te l’idea di trasformare il dolore in arte?
Per quanto mi riguarda è un processo affascinante. Mi piace pensare che la codificazione di certi stati d’animo possano trovare forma compiuta in quelle che poi diventeranno delle canzoni. Il processo è spesso impegnativo: scrittura dei testi, ricerca di melodie, arrangiamenti, produzione. Supervisiono ogni singola fase del processo creativo.
Nel testo emergono immagini psicoanalitiche, quasi oniriche. Ti consideri un artista che scrive per capire o per liberarsi?
Mi diverto a «cavalcare» l’onda dei miei stati emotivi. Pratico la psicoanalisi freudiana da oltre venti anni e scavare nelle mie più recondite paure mi permette di poter dare origine ad un processo creativo. Quando scrivo non sono sempre consapevole: a volte uso certe parole più per il loro effetto che per il loro reale significato. Ma ovviamente, nulla avviene per caso: da grande sostenitore della psicoanalisi freudiana ogni parola nasconde un profondo significato che proviene dal nostro inconscio.

La musica ha avuto un ruolo terapeutico nel tuo percorso personale. Credi che la creatività possa davvero “curare”?
Io sposterei la prospettiva: perché dobbiamo necessariamente curarci? Il nostro sistema culturale proviene fondamentalmente dal sistema binario e dicotomico degli antichi Greci: morte/vita; ombra/luce; caos/ordine; follia/saggezza. Io personalmente trovo sempre dei profondi legami tra queste istanze opposte: c’è una dialettica tra queste opposizioni e questa dialettica nel mio caso mi permette di prendermi delle «pause» dalla vita «attiva» e vivere i miei momenti «morti» declinati nella vita più «contemplativa». Meno azione e più riflessione. Vado spesso in montagna a passeggiare tra boschi e cimiteri poco frequentati. Trovo molta vita in questi luoghi che sono dei veri e propri archetipi che si sono cristallizzati nella nostra memoria culturale. Non sempre ovviamente questo mio modo di vivere viene «accettato» anche da persone a me molto vicine e so che non è facile starmi vicino.
Dopo aver toccato le tenebre, cosa significa per te oggi la luce? È una meta o uno stato transitorio?
Come dicevo poco sopra le tenebre e il buio, quindi anche la morte ovviamente con la quale prima o poi dovrò confrontarmi, non mi spaventano: percepisco una forte vitalità in queste solo apparenti forme antitetiche alla vita. La luce prende il posto delle tenebre ma, alla fine, la notte torna sempre.











