Una fitta ma leggera pioggerella, alternata ad alcune schiarite caratterizza la condizione meteorologica del 1° gennaio.
Dopo una veloce incursione alla marciante dei Funk Off, ci spostiamo al Palazzo dei Sette alle 14,30 per applaudire il trio degli Accordi Disaccordi, con Alessandro Di Virgilio e Dario Berlucchi alle chitarre acustiche ed elettriche e Dario Scopesi al contrabbasso ed ai sintetizzatori.
Sala gremita per loro, che hanno all’attivo 13 anni di attività artistica, 5 album pubblicati e vantano ben 12 partecipazioni ad Umbria Jazz, sia nell’edizione estiva, che in quella invernale.
Il loro coinvolgente repertorio di musica gipsy jazz è permeato da musiche latine, influenze mediterranee e strizza l’occhio al rock. Tradizione e modernità vanno a braccetto, grazie alla sapiente introduzione di sonorità elettriche ed elettroniche per un risultato vincente e coinvolgente.
Alle 16,30 al Teatro Mancinelli ci attende un doppio concerto: la sopraffina Pepper Legacy con Gaspare Pasini al sax alto, George Cables al pianoforte, David Williams al contrabbasso, Willie Jones III alla batteria e Piero Odorici al sax tenore, come special guest.
Il progetto celebra – nel centenario dalla sua nascita – la figura artistica di Art Pepper, leggendario sassofonista della scena jazz, purtroppo scomparso nel 1982.
Pasini fa una vincente rilettura dei brani di Pepper e la ‘fissa’ su un doppio lavoro discografico, edito dalla Red Records.
In studio, come dal vivo, si avvale di musicisti che hanno collaborato con Pepper e gli sono stati vicini nel suo percorso artistico. Primo fra tutti Cables, pianista dal tocco elegante che Pepper definiva come Mr. Beautiful. La bravura e l’affiatamento di questa band, conferisce freschezza ai lavori di Pepper, profondamente legati alla classicità del jazz e risultano in un concerto splendido, che entusiasma la platea del teatro.
Intervallo per il cambio palco a favore di Ornettology, il tributo del trombettista Fabrizio Bosso e del sassofonista Rosario Giuliani ad Ornette Coleman, nel decimo anniversario dalla sua scomparsa. Questo progetto musicale segue “The Golden Circle”, un precedente lavoro discografico di questo talentuoso duo che celebra il periodo delle registrazioni di Coleman per il Blue Note al Golden Circle.
Accompagnati da due giovani e bravi musicisti, Giulio Scianatico al contrabbasso e Sasha Mashin alla batteria, Bosso e Giuliani conquistano il pubblico con la loro travolgente bravura ed affiatamento. Fabrizio Bosso non manca di ringraziare con sentito affetto l’amico Giuliani, con il quale collabora – sempre con grande piacere – sin dal loro primo incontro, avvenuto nel 1999. Fantastici, dalla prima all’ultima nota dell’acclamato bis.
Alle 20,30 facciamo una nuova sortita al Palazzo dei Sette, dove si esibiscono gli Hot Gravel Eskimos, gruppo italiano capitanato dal polistrumentista Mario L. Porro che propone un allegro repertorio di brani noti e meno conosciuti degli anni ’30, ’40 e del 900.
Con loro, che utilizzano una strumentazione d’epoca e capi di abbigliamento ispirati alla swing era, si fa un piacevole viaggio nel tempo, ascoltando orchestrazioni riprodotte fedelmente da vecchi 78 giri. Bravi davvero.
La serata si conclude alle 22.30 al Mancinelli con la gospel explosion, nel vero senso del termine, del brioso e festante gruppo gospel texano dei Marquinn Middleton & The Miracle Chorale.
Appena reduci della gremita messa della pace tenutasi, come da tradizione, nello splendido Duomo di Orvieto, i componenti di questo nutrito coro – del quale spiccano le bellissime voci soliste femminili – offrono un repertorio vasto, volto ad attrarre l’attenzione del pubblico verso il profondo significato del loro sentito percorso religioso. Il loro principale obiettivo è, infatti, duplice: testimoniare la fede ed ispirare le persone attraverso la musica.
Ci riescono benissimo, infiammando il pubblico e coinvolgendolo in vari momenti corali dello spettacolo. Si spazia dal tema del film Sister Act alla delicata ed emozionante versione italiana di Silent Night – Astro Del Ciel -, passando per When The Saints Go Marchin In e fino all’apoteosi finale, con il pubblico in piedi a cantare e a battere le mani, al ritmo di Oh, Happy Day!
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