Romano Mussolini: scompare un pezzo di storia del jazz italiano

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Quando mi trovai, nei primi giorni di agosto del 2005, al concerto del Maestro Romano Mussolini, che inaugurava la rassegna Ispani Jazz a Torraca, grazioso comune del salernitano, al centro del Golfo di Policastro, cui lui era tanto tanto affezionato, non avrei mai immaginato che oggi, 3 febbraio 2006, a distanza di soli sei mesi, mi sarei ritrovato a compiangerne la scomparsa; mi riesce ancora difficile credere di aver assistito ad una delle sue ultime performance.


Era accompagnato dalla formazione che aveva caratterizzato le sue esibizioni negli ultimi tempi, dal batterista argentino Osvaldo Ramon Mazzei, dal contrabbassista Michael Rosciglione, dal saxtenorista Massimo D’Avola e dalla cantante Fabiana Rosciglione, musicisti da 30 a 50 anni piu’ giovani di lui e da cui lui, come un buon padre, ricercava, come si deve nel jazz, originalita’ nelle esibizioni e ne condivideva la soddisfazione.



Era un uomo compassato, misurato, schivo, un antidivo per eccellenza, forse anche per perseguire una felicissima scelta “politica”. Portava un cognome altisonante e scomodo, un cognome che, sebbene per certi aspetti avesse potuto rappresentare un’enorme spinta per uno che, come lui, esercitava una professione che si nutre anche di popolarita’, in certi ambienti o in certe particolari condizioni, si sarebbe potuto trasformare in un solo attimo in un pericoloso boomerang, in un grosso handicap. Ebbene, Romano ha saputo essere talmente accorto, prudente, abile, da non mischiare mai l’arte con la politica, da saper vivere tutta la sua carriera senza mai rinnegare nulla del suo passato e di quello della sua famiglia, da non far pesare in nessun modo quel cognome sull’uomo musicista, pur sottolineando spesso, come qualsiasi figlio, l’affetto e la stima per suo padre. E, con la sua passione per il jazz, aveva necessariamente contrastato e contravvenuto ai divieti del “regime”, contrario ai simboli, anche culturali, d’oltreoceano. Poi, in seguito, aveva suonato innumerevoli volte in America, spesso al fianco dei capisaldi della storia del jazz, di cui godeva enorme stima, anche fino a pochi giorni fa, a New Orleans, in tanti altri posti del mondo, ed in Italia con i piu’ grandi; impossibile elencarli tutti, impossibile enumerarne qualcuno piu’ grande senza fare torto a qualcun altro.


Testimonianza della saggezza con cui ha saputo gestire la sua immagine, sono proprio le innumerevoli attestazioni di stima e di apprezzamento ed anche di affetto che si sono incrociate trasversalmente, senza alcuna distinzione di ideologia politica, non solo oggi, quando potrebbero essere considerate atteggiamenti di circostanza, ma sempre nel passato.


Nonostante pero’ tutte queste attenzioni la sua presenza, nel mondo jazzistico nazionale, ha sempre quasi aleggiato a mezz’aria, senza mai sfondare completamente, come avrebbe meritato; anche le notizie dalla sua malattia degli ultimi giorni sono state appena sussurrate e la notizia della sua morte, giunta quasi del tutto inaspettata su giornali e televisioni, non e’ stata seguita da grandi celebrazioni, da glorificazioni, come ci si sarebbe logicamente aspettato, segno che, portare “quel” cognome, qualche conseguenza l’ha purtroppo comunque avuta.




Quel giorno, a Torraca, ci propose con la solita maestria tecnica, con la solita disinvoltura che faceva sembrare ordinarie cose straordinarie, con la solita generosita’, il suo modo di intendere le composizioni di Duke Ellington e quelle di Count Basie, gli standards sudamericani e le canzoni del repertorio di Ella Fitzgerald. Se e’ vero che ogni genere musicale, addirittura ogni arrangiamento, l’uso di certi strumenti, e’ in grado di identificare un’epoca precisa, Romano Mussolini, con le sue scelte di repertorio, con il suo modo di arrangiare e di suonare, rievocava in me l’infanzia e l’adolescenza, richiamando i temi musicali di moda in quelle epoche. Tra le ballads, i suoi blues, intono’ ‘O Sole Mio, in omaggio alla sua amata Napoli, e ricordo’, con malcelata commozione, gli anni ’50, quando soggiorno’ nell’isola d’Ischia, che lo vide esordiente accanto al grande Ugo Calise.




Gli ronzavo intorno, mentre suonava, per scattare quante piu’ foto possibile, cercando di dare il minor fastidio ed il suo sguardo, che si incrociava di tanto in tanto col mio, mi dava il polso della situazione, mi faceva capire che potevo continuare ancora un pò …


Poi, ad un tratto, il cavo di un microfono, che lui stesso aveva appoggiato sul pianoforte, scivolo’ sulla tastiera e si fermo’ in una posizione scomoda, intralciandolo mentre suonava. Cerco’ di scacciarlo due volte, col dito mignolo della mano destra, ma quello, inesorabilmente, ricadde nello stesso posto. Ebbi una decina di secondi di esitazione, trovandomi in una posizione favorevole per spostare definitivamente quel cavo scomodo ma temendo seriamente una sua reazione negativa, se mi fossi avvicinato alla tastiera mentre suonava … al suo terzo tentativo di scacciare l’incomodo, mi convinsi che era opportuno rischiare e, raccolto il coraggio a quattro mani, mi avvicinai carponi e sollevai definitivamente il cavo lasciandolo cadere altrove. Si giro’ verso di me, ammicco’ amabilmente e, inchinando leggermente il capo, mi ringrazio’ con un semplice sorriso …


Durante l’intervallo lo avvicinai, e gli spiegai che avrei scritto una recensione su di lui… parlai di Internet…?… di siti web…?…


Lui mi autografo’ il programma di Ispani Jazz e, stringendomi la mano, mi indirizzo’ con “il solito” sorriso a Massimo D’Avola, il suo fidato collaboratore, piu’ giovane, quello che avrebbe certamente inteso meglio quelle strane cose di cui parlavo, forse un pò lontane dal suo mondo, lontane dalla musica “suonata” …



Addio Romano, e grazie per l’esempio di discrezione nella vita e di esuberanza nella musica che ci hai lasciato: da domani, nel cimitero di Predappio, risuonera’ un lamentoso blues.