Dopo la pubblicazione negli USA a fine agosto del suo album dal vivo “Centerstage” registrato durante il concerto presso il prestigioso Ella Fitzgerald Festival, il disco della cantante americana N’Kenge è ora in distribuzione anche in Europa insieme al singolo di lancio “Bewitched”. Parliamo di un jazz raffinato che non si risparmia volute e direzioni altre e si lascia contaminare dentro ricami di un pop di altissima qualità e di profilo decisamente internazionale. Un disco live che mette a nudo il grande controllo vocale e l’inter-play di un suono che, dalla sua, non sembra radicarsi dentro i cliché delle didattiche classiche. N’Kenge, va ricordato, è stata nominata ai Tony, agli Emmy e ai Grammy, si è esibita come solista in prestigiose sale da concerto di fama mondiale come la Carnegie Hall, l’Alice Tully Hall del Lincoln Center, il Madison Square Garden e ha diretto concerti pop e lirici con la Houston Symphony, la Seattle Symphony, la Jacksonville Symphony, la Cincinnati Symphony, la Indianapolis Symphony e la Cleveland Orchestra, solo per citarne alcune.
“Centerstage” è un album live registrato durante l’Ella Fitzgerald Festival. Pensi che il suono e l’intenzione artistica del disco siano stati influenzati dal luogo e dall’evento stesso?
Assolutamente sì. Sapevo che registrare questo album dal vivo in un centro per le arti performative sarebbe stato uno di quei momenti irripetibili nella vita. Essere in uno spazio ampio ha sicuramente aiutato dal punto di vista acustico per ottenere il suono che desideravo. Ho adorato avere un pubblico presente, partecipe e interattivo per tutta la durata del concerto: è stata una serata magica, che sono riuscita a catturare in questo disco.
Questo è un album che ora sta viaggiando per l’Europa… hai qualche legame con l’Italia?
Amo moltissimo l’Italia. Non sorprenderti se un giorno dovessi ricevere la notizia che sto pensando di trasferirmi lì. Amo la cultura, amo le persone, amo la lingua. Una delle mie prime opere italiane che ho interpretato durante un’estate, quando studiavo ancora alla Juilliard School, è stata a Roma, dove ho cantato il ruolo di Despina nel “Così fan tutte” di Mozart. Da allora non sono più riuscita a starne lontana.
Il tuo modo di pensare la musica trae ispirazione da qualche tradizione jazz del nostro Paese?
Credo proprio di sì. La mia formazione vocale deriva infatti dalla tecnica italiana del bel canto. Durante tutti i miei anni di studio mi sono formata come cantante lirica. So che la tradizione jazz italiana è stata ispirata dall’opera e dalla romanza da camera, che erano uno dei miei principali campi di approfondimento a scuola. Ho cantato di tutto, da Pergolesi a Puccini. Il jazz italiano, inoltre, è molto aperto alla contaminazione di generi — una caratteristica che rispecchia pienamente anche il mio modo di fare musica, e che adoro.
Rivisitare gli immortali standard del jazz è anche un atto di coraggio: come ti rapporti ai puristi legati alle interpretazioni originali?
Quando interpreto uno standard jazz, il mio obiettivo è essere il più autentica possibile. Spero che i puristi possano percepirlo e accoglierlo. Penso che una delle cose più belle nel reinterpretare uno standard sia proprio questa: ogni artista può portare il proprio stile e la propria sensibilità, rendendo il brano nuovo pur rimanendo fedele alle sue radici.
Dopo questo festival e i tanti riconoscimenti ottenuti, secondo te cosa manca ancora oggi al tuo suono?
Come artista, sono in continua evoluzione. Ho avuto la fortuna di esibirmi in tutto il mondo e di entrare in contatto con culture molto diverse. Ciò che “manca”, in realtà, è semplicemente il suono in continuo cambiamento che integrerò naturalmente man mano che crescerò e farò nuove esperienze.
Musica elettronica? Non è certo una novità nel nu-jazz… ma pensi che possa avere un ruolo anche nella tua carriera?
Sono assolutamente aperta a esplorare la musica elettronica all’interno del mio jazz. Sono una grande fan di Miles Davis e Herbie Hancock, e di come hanno saputo incorporare elementi elettronici nella trama sonora delle loro opere. Nel mio album live ho utilizzato alcune percussioni elettroniche, una texture complementare per certi brani. Il jazz è un genere in costante evoluzione, e accolgo con entusiasmo ogni possibilità di aggiungere nuove sfumature quando voglio rinnovarlo. Perché no?








