“Nelle Città” di Noglò: il viaggio interiore dietro la ballata

In questa conversazione Alessandro Faedda, in arte Noglò, racconta la nascita di ‘Nelle Città’, una canzone che nasce tra silenzi desertici e riflessioni profonde. Il brano unisce esperienza personale e visione artistica, trasformando una storia di cambiamento in una ballata intensa e molto sincera.

 

Ciao Alessandro, ascoltando “Nelle Città” si percepisce quasi un senso di peso emotivo quando parli del mondo urbano. Quando scrivevi il brano nel deserto dell’Arizona avevi già chiaro che sarebbe diventato una specie di racconto personale su quel distacco dalle città?

Ciao e buongiorno a voi. E’ proprio così, come lo descrivi nella domanda: un peso emotivo. Non mi voglio e non posso nascondermi dietro a un dito. Il brano porta inse tutta la mia sofferenza che in quel momento stavo vivendo e assorbendo nel contesto cittadino. Mi guardavo attorno e non mi capacitavo su come gli altri potessero far finta di niente di fronte alla sofferenza, al razzismo, alla frenesia, alle ingiustizie sociali, ecc…mi sentivo un po’ alieno all’ essere umano di quei contesti urbani. Non mi sono quasi mai sentito appartenente a questo stile di vita e soprattutto in quella fase del mio percorso. La lontananza dalla natura e dai suoi ritmi più calmi e dolci mi ha sempre stranito, ragion per cui ho deciso di abbandonare la frenesia cittadina per cercare qualcosa di diverso che fosse più affine a me e alla mia natura. Ogni canzone di un cantautore porta in sé le tracce di un racconto personale dell’ artista.

Nel testo emerge un contrasto molto forte tra la vita urbana e il ritorno alla terra. Quando canti l’idea di sentirti estraneo “nelle città”, stai parlando più di un’esperienza reale vissuta o di una sensazione che si è formata lentamente negli anni?

E’ qualcosa che ho da sempre avuto dentro. Posso dire di aver vissuto una piacevole infanzia in una piccola cittadina periferica, Legnano, negli anni ‘80 era gradevole, ancora circondata da campi e parchi e una dimensione a portata di essere umano. In più , essendo figlio di emigranti, trascorrevo le mie vacanze estive al paesello natale dei miei genitori tra Calabria e Sardegna. Quando tornavo a Legnano mi veniva il mal di Sardegna o il mal di Calabria, dipendeva dal dove si trascorreva l’estate. Poi c’ è stata un’ evoluzione tecnologica e la vicinanza a Milano ha trasformato Legnano in qualcosa di diverso. Crescendo ho cominciato anche a lavorare e vivere parecchio di più a Milano city e questo è stato, per il mio malessere, l’ apoteosi. Milano non è New York o Città del Messico, però è già una realtà abbastanza soffocante…per lo meno per me. E li è avvenuta l’ accelerazione che mi ha portato a fare determinate scelte. Cercare il luogo che era più nelle mie corde e in sintonia con la mia natura. Sono partito per i miei viaggi con l’ idea di visitare luoghi sconosciuti e trascorrere tempo a contatto con la natura e più viaggiavo e vivevo avventure a contatto con la natura, più realizzavo che il mio posto sarebbe stato in natura. E poi, scopri che la natura è essenziale per la nostra salute psico-fisica spirituale. Bingo!

L’arrangiamento è molto essenziale, quasi volutamente spoglio. Qualcuno potrebbe dire che in certi momenti avrebbe potuto osare di più con la produzione. È stata una scelta precisa per lasciare spazio al messaggio del brano?

Ogni brano dell’ album ha delle caratteristiche differenti, dei colori distinti, delle sonorità proprie e quindi, di conseguenza, degli arrangiamenti personalizzati. Nelle città, tutto sommato, è uno dei brani più semplici di tutto il lavoro realizzato; gira con 3 accordi principalmente a parte lo stacco che ne aggiunge altri due, ma solo in quel momento. Quindi viene da sé che l’ arrangiamento non poteva essere troppo articolato, avrebbe rischiato di sovraccaricare la semplicità del brano. Ogni tanto è anche bello saper assaporare la semplicità di alcuni brani che, se eseguiti con energia e passione, possono veicolare comunque il messaggio che portano.

Guardando al tuo percorso, dal viaggio con uno zaino e un’armonica fino al progetto Pachamare, quanto pensi che la musica possa diventare uno strumento concreto per diffondere un cambiamento culturale?

Io mi ritengo un inguaribile sognatore e un instancabile ottimista. Questo mi porta a credere che la musica, la scrittura, il teatro, la poesia, la scultura e ogni forma d’arte abbia un potere incredibile. L’ arte riesce a toccare delle corde nel nostro intimo più profondo e può smuovere reali cambiamenti. Nel mio percorso non posso fare a meno di notare quanto io sia stato influenzato da artisti come Fabrizio De Andrè, Edoardo Bennato, Rino Gaetano, Ben Harper, Pink Floyd, ecc….scrittori come Herman Hesse, Paulo Coelho e potrei citarvene decine ancora. Immaginate se da domani, tutti gli artisti Italiani cominciassero a cantare, scrivere e dipingere tematiche edificanti, sensibili nei confronti delle ingiustizie e delle guerre, sul potere di cambiamento che abbiamo nelle nostre mani con le nostre scelte, se anziché cantare canzonette violente o superficiali che intasano le radio si iniziasse a dare valore ad artisti come Simone Cristicchi o Alessandro Mannarino, per citarne due contemporanei. Capite che ci sarebbe inevitabilmente un cambiamento? Non potrebbe essere altrimenti. Le masse sono programmabili, è brutto dirlo, ma in parte è così. Io credo che si potrebbe cambiare il mondo anche grazie all’ uso della televisione, ma questo non giova al potere, come non giova al potere dare voce ad artisti che remano contro il potere stesso. Ma si, credo che la musica possa avere un grande potere per un sano cambiamento culturale.