Non voglio rubare troppo spazio a questa intervista che da sola vale quasi quanto il disco. “Yiddish Blues” è la prova di quanto la vita degli uomini degni di questo nome sia ricchissima di urgenze espressive, di arte, di suoni, di immagini… e non possiamo lasciarle in sottofondo. Dischi come questo non possono passare in sottofondo. Un trittico spettacolare: il grandissimo Moni Ovadia, il violinista Michele Gazich e la splendida Giovanna Famulari al violoncello. E qualche innesto prezioso come quello di Marco “Tibu” Lamberti al bouzouki o Fabrizio “Cit” Chiappello alle percussioni. Un disco che parla d’Esilio, un disco che parla della condizione umana di oggi, di ieri, di sempre… un disco che tra inediti e riletture di grandi brani della tradizione ebraica sa farsi sacro, rituale, solenne. Buon ascolto e buona lettura…

 

OVADIA CoverUn suono solenne. Spirituale, quasi liturgico in molti momenti del disco. Che peso ha la preghiera in tutto questo?

Ovadia: Ritengo, da molti molti anni a questa parte, che le trasformazioni veramente significative nella vita individuale ma anche nella vita collettiva, debbano passare per una dimensione spirituale. Io non sono credente. Per spiritualità io intendo la ricerca della libertà interiore, la ricerca di quella forza che non si esaurisce mai, perché appunto viene dalle istanze più profonde dell’essere umano, e che si esprimono molto bene attraverso le musiche di forte connotazione spirituale come certa musicalità liturgica. Per ciò che attiene l’uso della voce e la sua capacità di comunicare i valori più profondi, io ho avuto un grandissimo maestro, una suora libanese. Si chiama Suor Marie Keyrouz ed è stata, nel secondo dopoguerra del ‘900, verosimilmente la più grande voce liturgica che si sia potuta ascoltare. Suor Marie Keyrouz: ascoltarla prima sui dischi e poi dal vivo, poi conoscerla, per me è stato fattore di trasformazione proprio della mia interiorità, senza che per questo io abdicassi dal mio agnosticismo e dal fatto che io sono una persona non credente.

Famulari: Credo che tutte queste domande tocchino in fondo un unico punto: il rapporto tra il suono e la presenza umana. Il disco nasce da un’urgenza interiore, quasi spirituale, e per questo anche il linguaggio musicale ha cercato naturalmente una dimensione solenne, contemplativa, a tratti quasi liturgica. La preghiera, però, non entra come appartenenza religiosa quanto come atteggiamento dell’anima: un modo di ascoltare il dolore, il silenzio e la fragilità umana senza volerli riempire per forza di risposte. Attraverso il violoncello, i violini, la chitarra, la voce di Moni Ovadia e le voci di Michele Gazich e la mia, abbiamo cercato di creare uno spazio in cui chi soffre potesse sentirsi accolto, o almeno meno solo.

Gazich: “Music is holy, music business is not”, come disse una volta Van Morrison. La musica è un linguaggio sacro, lo è anche nelle sue derive più pop. Si è tanto scherzato con la musica. Io penso che sia ora di smetterla e credo di esprimere in ciò anche il pensiero dei miei amici Giovanna e Moni.

La produzione quanto ha tenuto conto del suono in presa diretta? Avete registrato tutti assieme o avete affidato il cesello al multitraccia?

Famulari: Anche la produzione è stata guidata da questa esigenza di autenticità. Abbiamo lavorato con Fabrizio Chiappello (ingegnere del suono che ha curato il suono di tutto l’album) cercando di preservare il più possibile il respiro reale degli strumenti, il contatto fisico dell’arco sulle corde, le vibrazioni vive dello spazio. Alcuni momenti sono nati da una dimensione molto condivisa, quasi da ascolto reciproco in presa diretta, mentre il multitraccia ci ha permesso di scolpire dettagli e profondità senza perdere però la verità emotiva dell’esecuzione. Non volevamo un suono perfetto o sterile, ma qualcosa che conservasse una presenza umana riconoscibile.

Gazich: Abbiamo fatto una cosa e l’altra. Qualche brano, ad esempio Maltamé, la canzone nella parlata degli ebrei di Venezia, è prodotto di una lenta e meditata sovrapposizione di tracce audio. Es brent, la canzone di Mordechai Gebirtig che parla di un paese che brucia, che può essere il nostro mondo di oggi in guerra, è stata realizzata in presa diretta, dal vivo, per preservarne l’emozione.

Ovadia: Ci siamo affidati in alcuni momenti alla presa diretta e in altri invece con il lavoro tipico di studio di registrazione, però nel nostro approccio in studio, grazie anche a Fabrizio che è stato eccellente, lo spirito era quello della presa diretta.

L’elettronica in qualche modo è mai stata presa in considerazione? Nel tempo futuro degli uomini ormai c’è anche questo…

Gazich: L’elettronica è già il passato, è già datata. Abbiamo puntato su strumenti che non sono mai stati giovani ma non saranno mai vecchi.

Ovadia: No, non direi che c’è stato un uso dell’elettronica, ma non per una contrarietà ideologica. Per me tutti gli strumenti possono avere dignità, dipende dall’uso che se ne fa. Tutto ciò che rientra in un uso poetico e, diciamo, di emozione musicale per me va bene, anche l’elettronica. Però, ripeto, dipende. Il motore deve essere sempre quello dell’emozione e della poesia.

Famulari: L’elettronica è stata una riflessione inevitabile, perché appartiene al nostro tempo e al futuro dell’uomo. Non la considero distante dalla spiritualità o dall’emozione; dipende sempre da come viene attraversata. In questo lavoro, però, sentivamo il bisogno di restare vicini alla nudità degli archi e al respiro acustico degli strumenti. Cercavamo una fragilità sonora che fosse quasi corporea. Forse in futuro l’elettronica entrerà nel nostro linguaggio, ma solo se saprà amplificare il senso umano della musica e non sostituirlo.

Un disco di liberazione, di rabbia o di resa? E sono solo tre delle tante chiavi di lettura che mi vengono incontro…

Ovadia: Io lo definirei un disco di resistenza e un disco di speranza nel senso più nobile del termine, se posso permettermi. Cioè, il fare incrociare esperienze diverse verso un orizzonte comune. L’orizzonte che racconta che solo attraverso la redenzione degli ultimi, dei vessati, dei perseguitati, solo attraverso la loro redenzione l’umanità troverà definitivamente pace. Altrimenti, continuerà a vivere nell’orrore, anche se si illuderà che ci si salva con la ricchezza. E la ricchezza e il potere non sono mai accessi alla salvezza. Invece, la resistenza e la comunanza di comprensione degli ultimi e l’adesione al loro cammino, sì.

Famulari: Quanto al significato del disco, non credo possa essere racchiuso in una sola parola. C’è certamente una tensione verso la liberazione, il desiderio di trasformare il dolore in coscienza e ascolto. C’è anche una forma di rabbia, trattenuta, silenziosa, più vicina a una ferita che a un’esplosione. E forse esiste persino una resa, ma nel senso più umano del termine: non una sconfitta, bensì l’accettazione della vulnerabilità, il momento in cui si smette di controllare tutto e si resta davanti alla vita con sincerità.

Gazich: Aggiungo solo che a me sta particolarmente a cuore la resa. In un mio precedente album (“Solo i miracoli hanno un senso stanotte in questa trincea”), ho registrato una canzone che si intitola proprio “La resa”. Arrendersi significa innanzitutto rifiutare la violenza, concepire un’altra possibilità oltre alla violenza. Non è un atteggiamento rinunciatario e fiacco: contiene in sé anche il disprezzo per il violento. Non è facile arrendersi all’amore, ma si può fare.

Avete mai pensato di dare al disco una direzione altra? Un video, un libro o altro ancora?

Famulari: Per questo motivo il disco mi sembra quasi chiedere di andare oltre la sola dimensione musicale. Abbiamo pensato a immagini, video, testi o forme narrative che potessero continuare questo percorso anche attraverso altri linguaggi e grazie alla videomaker Elisa Savi sono usciti due video emozionanti legati a due brani del disco Palestina terra di dolore e Il piccolo Alì. Nel suo lavoro Elisa è riuscita a ricreare una forma visiva che non spiega la musica, ma che ne custodisce il silenzio, la memoria e la dimensione contemplativa. Perché alcuni lavori finiscono con l’ultima nota, mentre altri continuano a vivere anche altrove.

Gazich: In fondo il disco ha in sé queste dimensioni già attive. Il CD fisico è accompagnato da un ricchissimo libretto, che racconta le storie dietro ogni canzone e ci sono i video di Elisa Savi a cui accennava Giovanna.

Ovadia: Sì, in qualche misura sì. Abbiamo scelto il blues come cultura, come condizione esistenziale di gente sradicata e marginata, perseguitata, quello che è successo agli africani e agli afroamericani quando lo sono diventati. Ma è quello che è successo anche agli ebrei quando erano in esilio, e lo sono stati per 2000 anni, e oggi tocca ai palestinesi, questo di essere esiliati nella loro terra in una maniera crudele e feroce. E quella del blues è una condizione interiore di questa esistenza. Io avrei voluto anche che ci fosse nel disco qualche spunto blues in senso musicale. Sarà per il prossimo, continuiamo il nostro cammino.