Mauro Petrarca e il singolo “Dovunque vai con teco porti il cesso”: un esperimento sonoro che non chiede permesso

Laureato in Composizione al Conservatorio “L. Perosi” di Campobasso, Mauro Petrarca ha sempre tenuto un piede nella tradizione accademica e l’altro in un territorio che definire “alternativo” sarebbe riduttivo. Il nuovo singolo “Dovunque vai con teco porti il cesso” è la conferma più netta di questa doppia appartenenza. Il brano nasce da una scelta composita e precisa: mettere in musica la prima quartina del sonetto medievale di Rustico Filippi, poeta goliardico del Duecento, senza addolcirne nulla. L’impianto strumentale si fonda su tessiture di viola da gamba e su riproduzioni di strumenti antichi, con un’attenzione timbrica che rivela chiaramente la formazione classica dell’autore. Fin qui, tutto coerente. Il colpo di scena arriva con lo sciacquone domestico, inserito come elemento ritmico e concettuale: non un effetto comico buttato dentro, ma una scelta strutturale che regge il brano dalla prima all’ultima battuta. Va detto, tuttavia, che la scelta di affidare il peso ritmico allo sciacquone campionato porta con sé un rischio che non sempre viene schivato: in alcuni passaggi l’elemento percussivo tende a prevalere sulle tessiture degli strumenti antichi, appiattendo una tensione timbrica che invece meriterebbe più spazio e respiro. Non è un difetto che compromette l’insieme, ma è il momento in cui il brano mostra i limiti di una composizione costruita attorno a un’idea forte. Quello che non si può negare è la coerenza del percorso: Mauro Petrarca ha costruito negli anni una poetica riconoscibile, che attraversa la televisione (X Factor 2008, Sony-BMG, Canale 5), la radio (Radio 24, Radio2Rai) e la pagina scritta, senza mai scendere a compromessi estetici. Questo singolo ne è il capitolo più radicale. Non è musica per tutti, e probabilmente non vuole esserlo.