Dall’imbocco di via Posillipo ha inizio una discesa che è un lento distacco dal caos verso il mito, tra i pochi pini marittimi ancora rimasti e ville silenziose. La strada si snoda sinuosa mostrando, dopo una delle tante curve, un mare enorme. Poi il mare scompare e la strada si fa sempre più stretta fino a un bivio. A destra si scende verso la celebre “finestrella”, il cammino si fa intimo e il tufo si tuffa finalmente nel mare. A sinistra ci si inerpica nuovamente verso la collina e le tante ville, quasi una dentro l’altra, formano una sorta di villaggio. Il cancello si apre, davanti a noi si distende un prato enorme. Ancora pochi gradini e arriviamo all’appuntamento con Vittorio Riva, autore e produttore artistico dalla carriera quarantennale, protagonista fin dagli anni ’80 accanto ai nomi più importanti della musica leggera italiana e non solo, e Francesca Prattico, giovane batterista, fonica e produttrice napoletana, al Marekà Studio.
Partiamo da un’immagine. Siamo a Marechiaro, c’è il mare, c’è la luce. Come nasce l’idea di costruire uno studio di registrazione proprio qui?
Francesca: È nato tutto da un’esigenza molto pratica, che poi si è trasformata in qualcosa di più grande. Circa dieci anni fa studiavo batteria con Vittorio e, dopo un paio d’anni, sentivo il bisogno di uno spazio tutto mio per esercitarmi. Qui c’era questa struttura ferma, inutilizzata da tempo a causa di alcuni lavori di ristrutturazione mai completati. Così ho chiesto a Vittorio di venire a vederla, volevo solo un consiglio su come insonorizzarla per farne una sala studio.
Vittorio: Quando sono arrivato e ho visto il posto, però, i miei occhi hanno visto altro. Guardando questa struttura ho pensato: “Ma perché limitarci a una sala prove? Perché non realizzare uno studio di registrazione vero e proprio?”. In un certo senso, venire qui a Marechiaro è stato un vero e proprio ritorno alle origini, perché la mia carriera è partita proprio da Posillipo. Devi sapere che in linea d’aria, a soli 500 metri da dove ci troviamo ora, c’era uno studio di registrazione storico, gli Executive Studios. Apparteneva ai fratelli Campanino, Franco e Luigi — gli stessi che negli anni ’50 misero su un celebre complesso e poi militarono in gruppi famosi negli anni ’60, gestendo anche il celebre locale “La Mela”. In quello studio abbiamo letteralmente fatto la storia della musica per una ventina d’anni, fino a quando purtroppo non ha chiuso, ormai vent’anni fa. Era il fulcro, lo studio più frequentato di tutta Napoli. Io ho vissuto la mia vita lì dentro. È in quelle sale che si incrociavano le strade e nascevano le carriere di persone come Dario Picone, Peppe Vessicchio, Adriano Pennino, Bob Fix, Gigi De Rienzo, John Ryan… eravamo tantissimi e c’era una collaborazione continua tra i musicisti più importanti dell’epoca. Ed è proprio avendo quello studio come punto di riferimento, come nostra “casa”, che è nato e cresciuto il mio quartetto storico, i Bandanà. Grazie a quella base operativa a Posillipo siamo riusciti a far arrivare a Napoli e a collaborare con l’Olimpo della musica pop italiana, ad esempio con artisti come Gino Paoli o Ornella Vanoni. Ricordo che passavano artisti immensi come Lucio Dalla o Nino Buonocore che lì ha realizzato dischi importantissimi. Insomma, quando ho visto questa struttura a Marechiaro e ho realizzato che eravamo a due passi da quel luogo magico dove tutto era iniziato… beh, questo elemento emotivo e storico mi ha definitivamente indotto a valutare il progetto. Sapevo che l’energia di questa zona era quella giusta per creare lo Studio Marekà.

E la location ha influito su questa “nuova filosofia”?
Vittorio: Assolutamente sì. A Napoli, il fatto di avere un parcheggio privato è già metà dell’opera! [ride] Ma seriamente, l’ambiente qui è parte integrante del processo creativo. La maggior parte degli studi tradizionali sono dei “bunker”: scendi sottoterra oppure stai al buio per ore, perdi la cognizione del tempo. Qui invece abbiamo finestre, luce naturale, verde. Ricordo quando venne Enzo Gragnaniello; si guardò intorno e disse: “Vittò, qua più che registrare, mi viene voglia di scrivere canzoni”. O Roberto Giangrande, storico contrabbassista di Pino Daniele: quando entrò qui si emozionò visibilmente. Gli ricordava lo studio di Pino a Formia, quell’atmosfera immersa nella natura che ti predispone bene alla musica. In particolare quella con Roberto Giangrande è stata la prima produzione di Marekà. In quell’occasione abbiamo registrato il disco del bravissimo Sergio Esposito (& friends) dedicato a Pino Daniele. I “friends” (l’altro era Carlo Fimiani) erano tutti amici e si è creata un’atmosfera bellissima. Un altro “amico” musicista innamorato di questo posto è, per esempio, Massimo Moriconi, storico bassista italiano, che nel 2023 venne a registrare un disco con la bellissima voce di Emilia Zamuner e tanti ospiti, prodotto poi dalla casa discografica PDU di Massimiliano Pani (“Sanremo è… duet with strings & Guest”). Per dire che ormai siamo un punto di riferimento da Nord al Sud.

Dal punto di vista tecnico, come avete trasformato questa visione in realtà?
Francesca: Non abbiamo lasciato nulla al caso. Per il progetto acustico ci siamo affidati a Francesco Salvi di Stop Sound, che ha curato l’insonorizzazione in modo maniacale. Vittorio ha supervisionato ogni passo.
Vittorio: Volevamo che suonasse “grande” pur avendo le dimensioni di un home studio. Oggi il modo di registrare è cambiato: non servono necessariamente spazi enormi. Grazie ai pannelli modulari possiamo registrare in combo mantenendo il contatto visivo tra i musicisti, ma con la pulizia del suono di sale separate. Riguardo la strumentazione abbiamo cercato di mettere a disposizione il meglio delle nostre esperienze: microfoni Neumann, Sehnneiser, Electro-Voice a coprire tutte le possibili esigenze, anche quelle del pianoforte a coda presente in studio. Abbiamo una scheda audio Apollo, come preamplificatori usiamo macchine importanti come Millennia o l’Antelope. Per gli ascolti siamo partiti con le Adam, ma poi abbiamo deciso di seguire il consiglio di Gigi De Rienzo e passare alle Focal. Senza abbandonare mai le Yamaha NS10. Sono fuori produzione, introvabili, ma restano l’unico vero standard mondiale.
So che una grande svolta per voi è arrivata dal web. In che senso?
Vittorio: È stata una scommessa. Cinque o sei anni fa un mio allievo mi parlò di queste piattaforme, Fiverr e Sound Better. Io ero scettico, ma abbiamo deciso di provare. Francesca ha girato un video di presentazione di 70 secondi, curatissimo, e ci siamo buttati. Oggi posso dirti che quest’attività assorbe molte ore dello studio. Grazie a internet i clienti sono ovviamente “mondiali”, dagli Stati Uniti all’Asia… in questo modo è praticamente come registrare un disco al giorno. E’ un’attività, però, di cui si occupa Francesca.
Francesca: Sì, pensa che ho gestito finora circa 3.500 ordini per circa 1.700 clienti diversi. Sono numeri enormi. E non parliamo di amatori: molte produzioni sono di altissimo livello, e richiedono una professionalità estrema. Chi ci contatta dall’America spesso non sa nemmeno che sono a Napoli. Ascoltano i miei sample, sentono come suona la batteria e mi affidano le parti di un pezzo o di un disco. Queste piattaforme sono aperte ovviamente a tutti gli strumenti e non è raro che dal virtuale si passi al “reale” e che si stringano rapporti dai quali nascano opportunità di suonare live.
E per quanto riguarda il lavoro “dal vivo”, qui in studio? Qual è il vostro flusso di lavoro tipico quando arriva un progetto?
Vittorio: Cerchiamo di porci non come il classico studio che affitta le sale a ore e basta, ma di costruire un rapporto con gli artisti. Conoscerci, magari ascoltare il materiale e confrontarci prima di iniziare ci permette di capire a fondo le loro reali esigenze. Partendo da questa analisi preliminare possiamo organizzare un flusso di lavoro su misura e curare ogni dettaglio per ottenere il prodotto migliore.
Francesca: Per quanto riguarda la post-produzione, gestiamo internamente l’editing e il missaggio. Per il mastering, invece, preferiamo affidarci a specialisti esterni. Spesso lavoriamo con il mitico Bob Fix, che ha lo studio proprio qui vicino. È un’autorità nel settore, specialmente se il master deve essere stampato su vinile. O anche con Andrea Giuliana di Stereo8 Studio. Crediamo che ognuno debba fare il proprio mestiere al meglio.
Ma Marekà è diventato anche un punto di riferimento per progetti formativi importanti, come la collaborazione con la NAP Academy, la Scuola Campana delle Arti Performative.
Vittorio: Sì, quella è una storia molto bella che dimostra come nascono le cose qui: da incontri umani. Tutto inizia grazie a Leopoldo Brancaccio di Acustica, che mi disse: “Devo presentarti il Maestro Carlo Morelli, dovete assolutamente collaborare”. Carlo ha iniziato a frequentare Marekà e, conoscendo meglio lo studio, si è reso conto della funzionalità e del potenziale di Marekà. Così mi ha proposto di utilizzarlo per la NAP, Accademia delle Arti Performative regionale, nata da una sua idea (fissa). L’idea di una scuola aperta a tutte le arti performative in cui la formazione fosse gratuita per gli allievi mi è piaciuta subito. Oggi stiamo utilizzando lo studio tantissimo per questo progetto: i ragazzi vengono qui e lavorano bene, soprattutto i ragazzi del laboratorio InBand, ma non solo. È diventato una “fabbrica” di qualità.

A proposito di qualità e di incontri: da qui sono passati tanti artisti. C’è qualche episodio o collaborazione particolare che vi piace ricordare, magari un “dietro le quinte”?
Vittorio: Guarda, c’è un episodio divertente che forse non si potrebbe raccontare, ma ormai è passata e lo raccontiamo lo stesso! [ride] Eravamo in pieno periodo Covid, zona rossa. Ti dico solo che qui dentro abbiamo fatto un lavoro per Marco Zurzolo con la sua banda: c’erano nove fiati tutti insieme in sala. E in regia c’eravamo noi. Sai le regole di quel periodo… le mascherine… Ma come fai a far suonare nove fiati con le mascherine? Era impossibile! C’era però una grande voglia di non fermare la musica e di portare a compimento un progetto a cui tenevamo molto, uscito poi in digitale per l’etichetta Itinera Musica, etichetta del Pomigliano Jazz, con il titolo “Bandita Bagnoli”. Quindi eravamo lì, un po’ “nascosti”, ma ci siamo divertiti tantissimo nell’assurdità di quel momento.
Francesca: C’è da dire per tranquillizzare tutti — e per non farci arrestare! — che in quel periodo di zona rossa erano in realtà consentiti i lavori e gli spostamenti per le registrazioni radiotelevisive.
Vittorio: Esatto! Infatti in quel periodo sono nati progetti bellissimi. Ad esempio, abbiamo realizzato un lavoro dedicato a Rino Zurzolo. È stata una sessione fantastica, con un’ottima compagnia: c’erano Lino Cannavacciuolo al violino, Marco Zurzolo al sassofono, Pino Tafuto, Gigi De Rienzo, io… Sempre per il Corriere del Mezzogiorno è uscito anche il progetto della banda, il lavoro I suoni del Commissario Ricciardi e Viaggio in Italia, che è un lavoro ibrido registrato in parte qui e in parte altrove. Il punto è che Marekà è sempre rimasto il nostro punto focale, la nostra vera base. Da qui nascono nuclei di lavoro che creano un’energia unica. Un’energia che ha travolto anche i Planet Funk: quando sono venuti qui hanno praticamente “invaso” lo studio smontando tutto per riempire la sala di sintetizzatori… Sembrava un parco giochi dell’elettronica! Poi lo studio è stato utilizzato anche come set da vari videomaker, come nel caso del lavoro fatto per la Warner con Hal Quartièr. Uno degli ultimi lavori registrati qui è uscito in questi giorni per Squilibri Editore ed è il bellissimo disco di Gnut, “Dduje paravise”, in duo con Alessandro D’Alessandro e tanti ospiti.







