L’ascesa del metalcore italiano con “Woman On My Mind”

Con “Woman On My Mind”, i Fading Into Silence scelgono di abbracciare un sound duro e diretto, radicato nel metalcore, senza rinunciare alla maturità acquisita negli anni.

 

Cosa vi ha spinto a tornare a un suono più aggressivo dopo anni di contaminazioni? “Woman On My Mind” è un punto di arrivo o è solo l’inizio?

Tornare a un suono più aggressivo non è stata una scelta nostalgica, ma una necessità. Dopo anni passati a sperimentare e contaminare il nostro linguaggio musicale, sentivamo il bisogno di tornare a una base più dura e diretta, qualcosa che fosse istintivo prima ancora che ragionato. Il metalcore, o in generale la musica Metal, è sempre stato parte del nostro DNA, ma questa volta lo abbiamo affrontato con una consapevolezza diversa, senza l’urgenza di dimostrare nulla. “Woman On My Mind” non lo vediamo come un punto di arrivo, ma come un momento di allineamento: finalmente suoniamo qualcosa che ci rappresenta davvero. Da qui in poi, è più un inizio che una chiusura.

In che modo l’esperienza sui palchi internazionali ha cambiato il vostro approccio alla musica? Cosa vi aspettate dal futuro?

Suonare all’estero, soprattutto in tour con band come Soilwork e Fear Factory, ci ha fatto capire davvero cosa significa stare su un palco a certi livelli. Non solo dal punto di vista musicale, ma per tutto quello che c’è dietro: un’organizzazione precisa, il rispetto dei tempi, l’attenzione ai dettagli e una professionalità costante. Ci ha colpito molto anche l’atteggiamento degli artisti: nonostante siano vere e proprie icone, sono sempre stati disponibili a dare consigli e incoraggiamento. Il pubblico è sicuramente più difficile da colpire, meno indulgente, ma quando riesci a coinvolgerlo lo senti davvero. Anche lì ci sono situazioni complicate, fa parte del gioco, ma in generale è un contesto che ti spinge a dare di più e a crescere. Dal futuro ci aspettiamo di continuare su questa strada, portando “Woman On My Mind” dal vivo il più possibile e confrontandoci con palchi e pubblico che non ti regalano nulla, ma che sanno riconoscere quando qualcosa è autentico.

Quanto è stato difficile trovare un equilibrio tra impatto immediato e profondità emotiva?

È stata probabilmente la sfida più grande del disco. Un brano può colpire subito, ma se non ha qualcosa che resta, si esaurisce in fretta. Allo stesso tempo, scavare troppo rischia di rendere tutto meno diretto. Abbiamo cercato un equilibrio lasciando che le emozioni guidassero la scrittura, senza forzarle in strutture troppo complesse. Se un pezzo funzionava a livello emotivo, allora potevamo permetterci di semplificare anche musicalmente. L’obiettivo era far arrivare il messaggio senza doverlo spiegare.

Pensate che questo album definisca definitivamente la vostra identità artistica?

Più che definirla definitivamente, questo album la chiarisce. Woman On My Mind mette in ordine molte cose che erano già presenti nella band, ma forse non erano mai state così a fuoco. È un disco che dice chiaramente chi siamo in questo momento, senza escludere che in futuro possano esserci nuove evoluzioni. L’identità non è qualcosa di statico, ma questo album rappresenta una base solida da cui partire.