Certamente è un disco ampio e denso di riferimenti che sfuggono al mio orecchio e al mio background. Da punti di vista poco immersivi e centrati, un lavoro come “Transition” rischia di portarmi dentro scenari che forse non aveva alcuna intenzione di visitare… e forse ha ragione lui quando dice che poi ognuno ci sente dentro il “suo” disco quello a cui è più abituato. Joe Allotta fa il suo esordio per la Sghetto Records, un lavoro che troviamo anche in vinile e che custodisce con fierezza l’espressione che forse mai come ora è davvero libera di non farsi contaminare dalle tante connessioni che ha la sua carriera continuamente. Il suo primo manifesto di esistenza e di personalità artistica. Dal nuovo soul al clubbing, ma anche l’Africa con le sue inevitabili sfumature di jazz… buon viaggio…

 

COVER ALLOTTASi parte dal Jazz ma c’è tanta Africa dentro… almeno nel mio ascolto. Cosa mi dici?

Quando parliamo di jazz al giorno d’oggi, dobbiamo tener conto del fatto che ormai è un genere contaminato da tante cose, come questo album, per cui è normale che ognuno colga ciò a cui il suo orecchio è più abituato. In realtà non c’è un riferimento diretto all’Africa in “Transition”. Piuttosto penso che il jazz, come la musica contemporanea in generale, porti dentro di sé una matrice africana inevitabile. Non è una citazione stilistica, né un omaggio esplicito, ma qualcosa di più profondo: un modo di pensare il ritmo, il tempo, il corpo del suono. Se alcuni ascoltatori percepiscono un’eco africana, credo dipenda dal fatto che certe pulsazioni, certe dinamiche collettive e certi approcci all’improvvisazione fanno parte del DNA stesso del jazz.

E poi Tonight invece mi parla di lounge e nuovo soul… ma sempre quel retrogusto del sud… che rapporto hai con questa parte del mondo?

Più che lounge e nuovo soul, questo pezzo é ispirato dal mondo del clubbing e dell’elettronica. Sicuramente puoi sentirci l’influenza di artisti come Kaytranada, Disclosure, Squarepusher.

A proposito di rapporti con radici: se ti dico George Michael cosa mi rispondi?

Mi dispiace, ma George Michael non rientra nel mio background musicale, in generale non mi ha mai entusiasmato troppo il pop degli anni ’80, preferisco sicuramente la jungle e la drum&bass che sono arrivate dopo quel periodo.

Le transizioni a cui alludi? Parliamo di vita personale o di metamorfosi sociali?

Le transizioni a cui alludo sono esperienze personali che possono riversarsi su alcune metamorfosi sociali, il tutto comunque in una chiave strettamente personale.

Till we meet again: un fuoripista interessante nel mix, ma anche nella scrittura. Sempre secondo il mio modo di ascoltare… la senti anche tu questa “rivoluzione” di abitudini? O forse questo disco è proprio dentro le abitudini che sguazza e cerca un senso?

Till we meet again é un modo di dire inglese che si riferisce all’addio, forse in maniera più dolce e meno drastica, anche se comunque é un brano che parla di separazione.