Talento del jazz sempre più in ascesa, Francesco Cavestri è un pianista e compositore particolarmente sensibile, animato da una viva curiosità attraverso cui crea una succulenta miscellanea stilistica incentrata su jazz, hip-hop ed elettronica. Già al fianco di due nomi altisonanti della scena jazzistica nazionale e internazionale come Paolo Fresu e Fabrizio Bosso, dal 2024 è ufficialmente Steinway Artist, entrando di fatto nel prestigioso roster mondiale di Steinway & Sons.

Dal 19 al 22 maggio Cavestri sarà impegnato in un tour fra Canada e Stati Uniti, partendo da Toronto per poi passare da Chicago e finire a New York. Sia in trio che in “Piano Solo”, il giovane jazzista presenterà un repertorio comprendente suoi brani originali e diversi omaggi. Il tutto nel segno di quella commistione stilistica che lo caratterizza e lo identifica artisticamente.

 

Il tuo tour oltreoceano inizierà il 19 maggio a Toronto, in Canada, presso una fra le venue più prestigiose della città: il Jazz Bistro. Sarai affiancato da due musicisti di assoluto livello come Roberto Occhipinti al contrabbasso e Austin Gembora alla batteria. Oltre alle tue composizioni originali, ci sarà spazio per un omaggio a due figure leggendarie del jazz e della musica mondiale in generale: il trombettista, flicornista e compositore Kenny Wheeler e la cantante Joni Mitchell. Per quel che concerne l’aspetto stilistico e l’estetica di questi due immensi artisti, cosa ti colpisce profondamente e ti affascina di più della loro musica?

Il tour in Canada e negli Stati Uniti, per me, rappresenta qualcosa di molto speciale, perché ogni città porterà con sé un’atmosfera diversa e anche un modo differente di vivere il jazz. Poi devo dire che sono molto felice di ritornare dove tutto è iniziato. A Toronto, al Jazz Bistro, avrò il privilegio di condividere il palco con musicisti straordinari come Roberto Occhipinti (contrabbasso) e Austin Gembora (batteria). L’omaggio a Kenny Wheeler e Joni Mitchell nasce da una profonda fascinazione per la loro capacità di creare mondi sonori estremamente poetici e liberi. Di Wheeler mi colpisce l’aspetto armonico e melodico: la sua musica sembra sospesa, fragile e potentissima allo stesso tempo. Riesce a essere lirico senza mai perdere la complessità. Di Joni Mitchell, invece, amo la libertà narrativa, il coraggio di reinventarsi continuamente e la capacità di trasformare emozioni intime in qualcosa di universale. Entrambi hanno un approccio alla musica molto sincero, quasi spirituale. Per cui credo che questa autenticità arrivi ancora oggi in modo fortissimo.

Si proseguirà il 20 maggio al Fulton Street Collective di Chicago. Stavolta ti esibirai in “Piano Solo”, una dimensione molto intimistica e una sorta di sfida per ogni pianista. Anche qui, il repertorio sarà incentrato non solo sui tuoi brani originali, ma anche su due icone sacre della storia del jazz come Herbie Hancock e Miles Davis. Quali sono i tratti distintivi di questi due colossi che hanno ispirato il tuo stile compositivo e influenzato la tua visione artistica?

A Chicago, al Fulton Street Collective, il concerto in “Piano Solo” sarà sicuramente una dimensione molto intensa. Quando sei da solo al pianoforte non puoi nasconderti: ogni scelta armonica, ritmica o dinamica racconta qualcosa di te. Herbie Hancock e Miles Davis hanno influenzato profondamente la mia visione artistica, proprio perché hanno sempre avuto il coraggio di rompere gli schemi. Hancock mi ha insegnato che si può essere sofisticati e contemporanei allo stesso tempo, mantenendo una forte componente comunicativa. Davis, invece, è stato rivoluzionario nella ricerca del suono e nell’idea di essenzialità: ogni sua frase musicale è stata una trasformazione radicale. Credo che entrambi abbiano dimostrato come il jazz possa dialogare continuamente con il presente senza perdere profondità.

Il 22 maggio, invece, il tour si concluderà nella Big Apple, a New York, presso l’Istituto Italiano di Cultura. Qui, a condividere il palco con te, due grandi talenti della scena jazzistica newyorkese: Joav Ganor al basso e Mattia Muller alla batteria. In questo caso, suonerai tue composizioni originali attraverso cui crei un sapido mélange improntato su jazz, elettronica e hip-hop. Fondere tre generi diversi è più un fulgido esempio del tuo notevole eclettismo stilistico o nasce dall’idea di mettere in risalto una tua identità musicale sul piano melodico, armonico, ritmico e timbrico che possa essere chiara e riconoscibile?

Il concerto finale a New York, presso l’Istituto Italiano di Cultura, avrà un’energia ancora diversa. Suonerò con Joav Ganor (basso) e Mattia Muller (batteria), e presenterò un repertorio molto legato alle mie composizioni originali. La fusione tra jazz, elettronica e hip-hop non nasce tanto dal desiderio di mostrare eclettismo, quanto dalla necessità di esprimere il mio linguaggio musicale in modo naturale. Sono cresciuto studiando il jazz tradizionale, ma allo stesso tempo ascoltando musica elettronica, colonne sonore e hip-hop. Il mio percorso mi ha portato anche a studiare al Berklee College of Music di Boston e, successivamente, a vincere una borsa di studio alla New School di New York, esperienze che mi hanno permesso di entrare in contatto diretto con la scena musicale newyorkese e con artisti provenienti da mondi molto diversi fra loro. Per questo motivo, il concerto nella Big Apple ha anche un valore simbolico molto forte: per me rappresenta in qualche maniera un ritorno umano e musicale in una città che ha contribuito profondamente alla mia crescita artistica. Oggi questi linguaggi convivono spontaneamente nella mia musica. Cerco sempre un’identità riconoscibile, soprattutto sul piano del suono, del ritmo e della costruzione “atmosferica” dei brani, creando così una musica che abbia radici profonde ma che riesca anche a parlare il linguaggio contemporaneo.

Fra Canada e Stati Uniti, che tipo di feedback ti aspetti da parte del pubblico?

Mi aspetto un pubblico molto curioso e aperto. In Nord America il jazz è vissuto con una forte attenzione per l’aspetto legato all’interplay e alla ricerca personale. Quindi credo sarà interessante confrontarsi con ascoltatori abituati a una scena musicale così ricca e internazionale. Più che aspettarmi qualcosa di preciso, spero si crei quella connessione autentica che può nascere durante un concerto, indipendentemente dalla provenienza geografica.

Oltre a questi importantissimi impegni concertistici, a fine maggio sarà disponibile il tuo nuovo album intitolato “NOÈ”, pubblicato dalla Universal Music Italia. Qual è il mood di questa tua nuova creatura discografica?

È un disco molto personale, senza dubbio il più forte dal punto di vista narrativo e della qualità sonora che io abbia realizzato fino a oggi. Ci sono influenze jazz, elettroniche e cinematografiche, ma soprattutto c’è un lavoro profondo sulla dimensione emotiva e immaginifica della musica. Il mood dell’album oscilla tra momenti molto intimi in “Piano Solo” e altri più energici e visionari in trio ed elettronica. Ci sarà anche una sorpresa, un organico che nel mio percorso musicale è un esordio assoluto. “NOÈ” è un viaggio che parla di trasformazione, fragilità, ricerca e desiderio di attraversare il caos contemporaneo mantenendo uno sguardo umano e poetico.

 

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